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Roma, 6 mag – “A nessuna industria televisiva sembra che interessi dei tifosi, ma senza l’urlo e il movimento del pubblico il calcio sarebbe uno zero. Il calcio è una storia di passione. Sarà sempre così. Senza la passione il calcio è morto: solo 22 uomini che corrono su un prato e danno calci a una palla: proprio una gran cagata. È la tifoseria che fa diventare il calcio una cosa importante. Quando cominciano perdi la testa. Se c’hai dentro un filo di passione, devi spararla fuori. È questo che può capitare con il football. Quello che mi capita a me”. È questo che capita a chiunque e non solo a Tom Johnson, il tifoso del Chelsea divenuto celebre per il romanzo di John King Fedeli alla tribù e per il film che si è ispirato al suo testo, The football factory. Ecco, se esistono i romanzi strappalacrime, quello di King è un romanzo strappacazzotti intriso di vita vera e legato all’esistenza della classe medio-bassa inglese degli anni novanta.

Un altro pezzo di socialità che se ne va

La pandemia da coronavirus ci ha portato via quest’ultimo pezzo di certezza sociale e sportiva, che evapora assieme ai famigerati assembramenti, i quali rispondono dall’alba dei tempi alla necessità dell’uomo di assembrarsi, disponendo della propria libertà di movimento, per essere se stesso con gli altri, sviluppando personalità e inclinazioni. Quando il ministro dello Sport si accorderà con le autorità competenti, chissà quando, il tifo allo stadio che abbiamo sino ad oggi sconosciuto sarà letteralmente scomparso. Ogni singolo movimento che caratterizzava la domenica di sport, talvolta il sabato, dovrà essere represso per rispondere alla logica della prevenzione sulla quale nessuno può obiettare, ma che comunque sia ci getterà nel panico.

Abbiamo un precedente legato alla diffusione del Covid-19 ossia la partita tra Atalanta e Valencia, durante la quale, evidentemente, il virus ha avuto tempo e modo per infettare migliaia di persone. Di conseguenza, ogni singola partita potrebbe far accendere un nuovo focolaio, e quindi addio tifo, addio gioie e addio dolori. Chi avrà voglia creerà in futuro assembramenti dentro casa propria per guardarsi la partita in compagnia, guardando gli spalti semivuoti e compatendo chi ancora decide di pagare il biglietto per vedere il calcio a quelle condizioni. In curva, a distanza di sicurezza, ultras seduti, mascherine col logo della squadra disegnato sopra, gel disinfettante nei bagni (ministro, ma sei mai entrato nel cesso di uno stadio di serie C?), i cori avranno la bocca tappata e le bandiere non si potranno sventolare da seduti. Purtroppo o per fortuna, ognuno faccia i conti con sé stesso, il gioco del calcio e il tifo non ammettono vie di mezzo.

Lo stadio non sarà mai una “chiesa”

Lo stadio non potrà mai essere una chiesa e una partita non sarà mai una lezione di catechismo. Adesso lo diverranno per motivi di forza maggiore, ma con la nascita di queste restrizioni muore al contempo quella fabbrica del piacere che sino ad oggi abbiamo conosciuto. Su questo è bene esser chiari. È per questo che abbiamo sempre riso in faccia a chi chiedeva rispetto e fairplay per l’avversario. La catechizzazione contro il razzismo negli stadi, contro le discriminazioni territoriali e di genere è sempre stata rispedita al mittente perché quel contesto prevede un’asticella di sopportazione più alta, e se quest’asticella dovesse essere abbassata e abbassata di molto, semplicemente quel contesto smette di esser tale, cessa d’esistere, diviene altro che probabilmente non ci interessa neanche conoscere.

Esser fedeli alla tribù significa esser fedeli alla tribù e non intraprendere l’erasmus del nuovo tifo organizzato in cui si provano e si conoscono le altre modalità. Significa essere di vedute piuttosto strette e riuscire a riconoscere un solo modo di vivere una partita di calcio. Quando nei bar dentro gli stadi hanno servito la birra analcolica, succedeva che prima della partita tracannavi litri di doppio malto e dal barista a fine primo tempo compravi le noccioline. E’ libertà di tifo. Tutta questa roba risponde a logiche e istinti difficilmente spiegabili e che non possono essere compressi in un qualche decreto del presidente del Consiglio. Non si affanni Conte a “concedere” d’andare allo stadio alle sue condizioni. Si vede che non ha mai provato a bere la birra analcolica.

Lorenzo Zuppini

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