Roma, 8 mar – Da oggi è disponibile il settimo numero della collana «I Grandi Italiani», inaugurata dal Primato Nazionale lo scorso settembre. Il volume, scritto da Filippo Burla, è dedicato a Enrico Mattei, il capitano d’industria. In cento agili pagine, l’autore ripercorre la vita del fondatore dell’Eni, ricostruendone la biografia a 360 gradi. Il quaderno, come di consueto, è arricchito da numerosi extra e contenuti inediti che aiutano a inquadrare il personaggio del mese. Di seguito riportiamo la presentazione del volume, scritta da Adriano Scianca. [IPN]

È possibile acquistare il volume in edicola in abbinamento al mensile del Primato Nazionale. In alternativa, lo si può ordinare sul nostro sito in versione cartacea, oppure leggerlo in versione digitale (clicca QUI).

Enrico Mattei, il capitano d’industria

È esistita una nazione, all’inizio degli anni Sessanta, che vantava alcuni poli di assoluta eccellenza scientifico-tecnologica in almeno quattro settori strategici: informatico, petrolifero, nucleare, medico. Una nazione che aveva progettato, uscendo da una guerra persa e da una difficile ricostruzione, il primo pc e i primi microprocessori del mondo; che era riuscita a insidiare i monopoli petroliferi delle potenze occidentali; che era al terzo posto per produzione di energia elettrica di origine nucleare e si piazzava tra i primi tre produttori di penicillina grazie anche all’invenzione del microscopio elettronico.

Ma chi immaginerebbe mai, oggi, che quella nazione fosse l’Italia? Turismo, cucina, bellezze naturali, monumenti: questo e solo questo deve essere l’Italia. Ma industria, tecnologia, energia, ricerca, suvvia, questi sono ambiti per le nazioni serie. Eppure non è sempre stato così. Eppure siamo stati avanguardia. In un saggio di qualche anno fa, il giornalista Marco Pivato l’ha definito «miracolo scippato». Nel giro di qualche anno, infatti, grazie a scelte politiche disastrose, faide suicide e pressioni internazionali siamo stati estromessi da tutti quei settori in cui, faticosamente, avevamo conquistato dei primati. Una sorta di piano Morgenthau in miniatura, meno violento, sicuramente, ma stavolta portato a termine: una potenza industriale fatta regredire a paradiso balneare. Il tutto fino ad arrivare al grande saccheggio inglese consumato nel 1992 sul panfilo Britannia, alla perdita dei colossi dell’alimentare e alla svendita generalizzata della nostra industria dell’acciaio. Con tanto di lezioni, da parte della quinta colonna accademica e giornalistica, sulla necessità di dedicarsi esclusivamente al terziario, ai servizi, al turismo e di lasciare andare la politica industriale, che è cosa da grandi e non ci compete.

Come è noto, uno degli artefici di quel miracolo post-bellico distrutto in più tappe era stato Enrico Mattei. L’uomo che da commissario straordinario e vicepresidente dell’Agip diede impulso alle ricerche sugli idrocarburi e perseguì l’obbiettivo dell’affrancamento energetico dell’Italia promuovendo la costruzione di metanodotti. E che poi, da presidente dell’Eni, portò avanti una strategia di cooperazione con i Paesi produttori finalizzata anche all’emancipazione dallo sfruttamento oligopolistico delle fonti energetiche. Come accadde anche a Giappone e Germania, le altre due grandi nazioni uscite sconfitte dalla Seconda guerra mondiale e poste quindi sotto tutela nel nuovo ordine internazionale, l’Italia trovava quindi il terreno del suo riscatto in un ambito extra-politico. Anche se, poi, sarebbe difficile sostenere che quella ricerca della sovranità energetica non fosse essa stessa un’operazione politica.

Grazie a Mattei l’Eni divenne – e in qualche misura lo è persino oggi – una sorta di ministero degli Esteri informale, ben più spregiudicato e coraggioso del ministero reale, perso com’è, quest’ultimo, nell’autoperpetuazione delle proprie strutture burocratiche e legato com’è al rispetto formale dei rapporti di forza internazionali, in cui mostra anzi il solito eccesso di zelo. Proprio l’insistere in questa geopolitica informale, prosperata dietro, sopra, sotto, in mezzo alla geopolitica formale fatta solo di inchini e sorrisi, ha determinato gran parte delle avventure e delle disavventure dell’Italia post-bellica. I cui protagonisti più sfrontati sono quasi sistematicamente finiti nelle grinfie della giustizia o morti violentemente. Ma questo, direbbero i «fact-checker indipendenti», è solo complottismo.

Adriano Scianca

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1 commento

  1. […] Ma chi immaginerebbe mai, oggi, che quella nazione fosse l’ Italia? Turismo, cucina, bellezze naturali, monumenti: questo … esclusivamente al terziario, ai servizi, al turismo e di lasciare andare la politica industriale, che è cosa da grandi e non…Ma chi immaginerebbe mai, oggi, che quella nazione fosse l’ Italia? Turismo, cucina, bellezze naturali, monumenti: questo … esclusivamente al terziario, ai servizi, al turismo e di lasciare andare la politica industriale, che è cosa da grandi e non…Read More […]

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