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Roma, 30 nov – La violenza rossa esiste. Da sempre. Inutile negarlo, ridimensionarne la presenza o gli episodi. La violenza della sinistra è nata insieme con i primi movimenti socialisti e comunisti e, da quel momento, ha trovato sempre il gruppo politico di turno che ne ha portato all’estrema esagerazione. A tal punto da condurre anche alla morte. Come nel caso del 18enne Giacomo Schirò.

Una famiglia legata alla Patria

Giacomo Schirò nacque in Sicilia il 23 novembre 1901, da una famiglia appartenente all’etnia arbereshe, i cosiddetti “albanesi d’Italia”. Il padre Giuseppe, in particolare, era molto patriottico e devoto alla sua terra d’origine a tal punto che non poté non contenere l’emozione quando la provincia dell’Epiro divenne indipendente dall’Impero Ottomano nell’immediato anteguerra.

Schirò venne, pertanto, istruito all’istituto ginnasiale italo-albanese affinché conoscesse le proprie origini ma, al contempo, imparasse a vivere, convivere ed ad integrarsi con la realtà italiana, sua nuova patria. Divenne un grande sostenitore delle forze armate italiane e decise, quando era ancora solo un adolescente, di voler combattere sotto il vessillo del tricolore italiano. Per questo motivo, il giovane non attese ad iscriversi alle formazioni di volontari inquadrati all’interno dei Bersaglieri.

L’odio rosso

Giacomo Schirò entrò in servizio nel 1920. Quando ancora era solo poco più che diciottenne, venne mandato a Piana degli Albanesi, suo paese di nascita. Qui, infatti, si teneva un concerto popolare ma l’agguato dei socialisti era dietro l’angolo. Schirò, pertanto, si fermò in piazza vestendo fiero la divisa da Bersagliere.

Dei simpatizzanti di estrema sinistra notarono il ragazzino. Iniziarono a schernirlo, ad offenderlo ed a minacciarlo di morte. Giacomo Schirò cercò di mantenere l’ordine come meglio poteva, intimando parole di forza e brandendo la baionetta, ma non era nell’indole del soldato sparare sulla folla, sui suoi stessi compaesani. Non la pensarono allo stesso modo quella decina di socialisti che, infuriati dal suo comportamento, lo rincorsero per le vie della città e, una volta raggiunto, lo crivellarono con più di 50 accoltellate. Un atto vile, meschino, assurdo se si considera che il giovane era indifeso e non aveva assolutamente cercato, in alcun modo, di far inveire la folla.

In suo onore, gli venne concessa la medaglia d’oro al valor militare: “Ispirato ad alti sentimenti di patriottismo e di civismo, tenne testa risolutamente a una turba di sovversivi, che vilmente lo avevano aggredito, proferendo parole di vilipendio al Re e alla patria. Dopo essersi difeso accanitamente con la baionetta, colpendo anche uno degli avversari, sopraffatto dal numero e respinto dentro la sala di un circolo, cadde crivellato da ben cinquantatré ferite. Abbandonato a terra morente, ebbe la forza suprema di trascinarsi per la sala e di raccogliere una bandiera nazionale, strappata e buttata a terra da quei forsennati, e di avvolgersi in essa. Fulgido esempio del più puro eroismo emise l’ultimo respiro stretto ancora tra le pieghe del glorioso simbolo, riconsacrato dal suo sangue generoso”.

Tommaso Lunardi

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