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Roma, 27 ott – La rotta di Caporetto fu un evento straordinario, di inaudita violenza e di tragicità per tutto il popolo italiano. I “profughi ovunque dai lontani monti, venivano a gremir tutti i suoi (del Piave) ponti”. La gente scappava e cercare rifugio dovunque potesse trovare un posto sicuro dove mettersi in salvo. Alcuni, però, non furono altrettanto fortunati. Questa è la storia di Giuseppe Bortolotti.

Figlio del ferro

Giuseppe Bortolotti nacque a Bologna il 24 settembre 1893 da una famiglia appartenente alla media classe borghese. La sua carriera scolastica iniziò al locale Istituto Regio di Commercio per poi proseguire gli studi di economia. Allo scoppio della prima guerra mondiale, quando era appena 17enne, il giovane si arruolò e partì per il fronte in forza al corpo dei Bersaglieri. L’esperienza militare iniziò, fin da subito, con molti riconoscimenti che lo portarono ad essere promosso ad osservatore ricognitore. La sua fu una carriera piena di successi e di encomi da parte delle massime cariche dell’esercito, stupefatte dalla grandezza d’animo e dal coraggio di quel giovane adolescente.

Giuseppe Bortolotti ottenne anche una medaglia d’argento al valor militare: “Ufficiale osservatore d’aeroplano, in numerose arditissime ricognizioni eseguite in una zona difficile di alta montagna e a bassa quota, forniva importanti notizie e ritraeva fotografie d’eccezionale importanza di trinceramenti e di difese nemiche, noncurante dell’intenso tiro avversario. Il 2 luglio 1916, durante una ricognizione, ebbe l’apparecchio colpito in pieno e gravemente lesionato, specie nel timone di direzione e di profondità, da centosette pallette di shrapnel. Continuava, ciò nonostante, nella ricognizione, e, quantunque l’apparecchio potesse difficilmente essere governato, si spingeva nella Valle della Sava, percorrendola da Tarvis a Kronan, trattenendosi sopra il nemico quasi quattro ore e rientrando al campo solo dopo aver brillantemente compiuto il suo mandato. Il 14 novembre, durante una ricognizione, avendo avuto l’apparecchio colpito dal tiro nemico ai radiatori, con pronta intelligenza, incurante delle scottature che riportava per la sfuggita di acqua bollente, e dell’intenso ed aggiustato tiro nemico, eseguiva durante il volo, conscio del pericolo di dover atterrare in territorio avversario, una sommaria riparazione. Rientrava al campo solo dopo aver ultimata la sua ricognizione”.

La morte a Caporetto

Dopo aver guidato il suo pilota in molte vittoriose missioni, iniziò il suo 1917 con la promozione a tenente oltre che con numerosi encomi per aver portato a termine compiti tanto pericolosi quanto arditi. La sua avventura, però, terminò in modo improvviso. Il 26 ottobre 1917, gli austriaci colpirono il suo velivolo mentre attraversava la stretta di Saga. Quando il velivolo atterrò, Giuseppe Bortolotti era praticamente morto. L’ultimo respiro lo esalò di lì a pochi minuti all’ospedale di Udine.

Tommaso Lunardi

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