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Roma, 1 feb – Le difficoltà logistiche della campagna di Russia si sono unite, nel corso della spedizione, in una serie di errori di valutazione ai quali i nostri soldati non hanno mai ceduto ma, anzi, hanno sempre voluto solo e soltanto continuare a fronteggiare. Un soldato veneto combatté in Russia, anche se le sue tracce si persero durante un’ultima disperata offensiva: Luciano Capitò.



Il lagunare al fronte

Luciano Capitò nacque a Venezia nel luglio del 1899. Il capoluogo veneto viveva un periodo di particolare in quanto, assieme all’ilare conduzione di vita dei suoi cittadini, si univa un senso di pericolo che, se anche non manifesto, si respirava nell’aria. Il senso di pericolo divenne terrore allo scoppio del primo conflitto mondiale. Il Veneto era uno dei fronti più diretti con l’Impero Austroungarico e tutte le persone in grado di combattere entro i confini della regione vennero arruolate per fronteggiare il nemico sul Piave.

Capitò aveva appena terminato gli studi per il diploma di capitano marittimo quando, ancora diciassettenne, si arruolò volontario nel Regio Esercito. Il giovane venne assegnato al 2° e 3° battaglione di artiglieria da montagna. Il suo coraggio venne riconosciuto in due occasioni, la prima sul Piave, la seconda sul Monte Pertica, che gli valsero ben due medaglie d’argento al valor militare. Terminata la guerra, dovette prestare servizio per difendere un’Italia sull’orlo del collasso interno.

Dalla Francia alla Russia

Lo scoppio del nuovo conflitto mondiale coincise con il ritorno alle armi di Luciano Capitò che aveva ottenuto un formale congedo dopo il termine del Biennio Rosso nel 1921. Il soldato combatté dapprima sul fronte occidentale e, dopo la resa della Francia, in forza al reparto degli Alpini, condusse il 29° reggimento da campagna nell’offensiva in Grecia prima di ottenere un nuovo incarico, l’ultimo: la Russia.

Dalla sua partenza dalla stazione di Trieste alla notizia della sua morte, il 26 gennaio 1943, si hanno poche notizie. Le uniche che si conoscono per certe le si possono evincere da quanto scritto sulla sua medaglia d’oro al valor militare: “Pluridecorato al valor militare, lasciava l’ufficio recuperi di Grande Unità cui era addetto, per raggiungere volontariamente un reparto avanzato impegnato in aspra lotta, confermando in cinque giorni di sanguinosi combattimenti il suo indomito coraggio. Durante un violento attacco ad una batteria alpina seriamente minacciata e rimasta priva del comandante, ne assumeva il comando opponendo all’avversario, di gran lunga superiore di mezzi e di forze, resistenza ad oltranza. Caduti quasi tutti gli ufficiali, a sua volta ferito gravemente alla spina dorsale, continuava con sovrano sprezzo del pericolo nella sua opera di incitamento e di comando, nella lotta ravvicinata per la difesa dei pezzi. Rifiutato ogni soccorso, sopportando stoicamente indicibili sofferenze, non desisteva dalla azione finché, visti finalmente salvi i pezzi della batteria, conscio della gravità del proprio stato, manifestava l’orgoglio di morire da artigliere accanto ai pezzi. Trasportato all’ospedale stremato di forze, salutava nel suo colonnello ferito, che aveva riconosciuto degente in un letto vicino, lo stendardo del reggimento del quale era stato gregario per pochi giorni e per il quale dava la vita. Sublime esempio del più puro eroismo e di suprema dedizione alla Patria”.

Tommaso Lunardi

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