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Roma, 13 dic – Vittorio Satta nasce a Sassari il 16 giugno del 1919 da una illustre famiglia nuorese. Il padre Angelo, nel 1928, fu incaricato dal podestà di Nuoro Francesco Bandino di redigere il piano di ampliamento urbano della città. Uno zio, Giacomo, fu podestà del capoluogo barbaricino nel 1932, mentre lo zio più piccolo, Salvatore, oltre ad essere un grande giurista, diventò nel dopoguerra uno dei più grandi scrittori sardi dopo Grazia Deledda. Mirabile il suo volume “De profundis” su la tragica situazione dell’Italia del 43-46.



Nella squadriglia “Asso di Bastoni”

Diplomatosi in quel di Genova, dove il padre si era trasferito per motivi di lavoro, Vittorio Satta entra nella Regia accademia Aeronautica di Caserta nel novembre del 1939 (236 ammessi su 1086 concorrenti). Frequenta il corso “Urano”, terminato nel novembre 1942. Assegnato dopo l’addestramento alla scuola caccia, fa parte del 157° gruppo autonomo caccia terrestre di stanza all’aeroporto di Castelvetrano (Tp), con il quale dal 2 aprile 1943 al 1 maggio compie 16 missioni di guerra. Il 2 maggio del ’43 transita in forza alla 374 squadriglia “Asso di Bastoni” presso l’aeroporto di Catania. Con questo reparto sostiene numerosi combattimenti con le formazione nemiche, specialmente americane. L’11, il 14 e il 25 maggio, attaccando numerose formazioni di “Liberator”  in azione su Messina, Vittorio Satta con il sergente Ricotti abbattono un quadrimotore. Nell’agosto del 43, per tale episodio, viene insignito della medaglia d’argento con la seguente motivazione: “Giovane, entusiasta della lotta e del combattimento, nei cieli dell’Africa, della Sicilia e di Pantelleria, contrastati dalla continua superiorità aerea nemica, appariva nella luce di un provetto combattente, per il suo spirito trascinatore, per la capacità nell’azione, per l’audacia nell’assalto, doti che più volte portavano alla vittoria“.

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In volo verso la Rsi

Dopo l’8 settembre ’43 risale dalla sua base in Sicilia tutta la penisola, con il suo caccia, unendosi alla Repubblica Sociale. In un suo taccuino la motivazione di questa adesione:”i due cannoni sulle ali, puntati in avanti, mi hanno ridato la netta sensazione del dovere che mi attende ed hanno fatto riaffiorare dal più profondo del mio essere la virile decisione di arrivare fino all’ultimo sacrificio di me stesso pur di riabilitare agli occhi del mondo l’onore del nostro popolo. Quel poco che le mie forze potranno fare lo farò tutto…

Il 28 gennaio del 1944 ha il suo primo combattimento con l’Aeronautica Nazionale Repubblicana. Partito dall’aeroporto di Campoformido (Ud) per contrastare una formazione alleata, riesce ad abbattere un Boeing, ma è a sua volta abbattuto dai caccia di scorta americani. Riesce a lanciarsi col paracadute. Atterra in località San Donà di Piave, riportando ferite e contusioni, per cui venne ricoverato in ospedale. Per questa sua azione venne decorato con la croce di ferro di seconda classe. Del resto, per i tedeschi, ogni bombardiere abbattuto nei cieli d’Italia significava tante vittime civili risparmiate in Germania.

Rientra nel reparto, su sua richiesta, benché ancora convalescente, il due di marzo. La squadriglia viene trasferita il 23 aprile nell’aeroporto di Reggio Emilia. Il 25 maggio scatta l’allarme. Una grossa formazione alleata è diretta su Parma per bombardarla. Vittorio Satta, benchè febbricitante decolla col suo Macchi 205. I rapporti dell’epoca fissano l’ora del combattimento alle 12.50 e parlano di 100 bombardieri Liberator scortati da 40 caccia Lightning che arrivano sulla città a una quota di 6.500 metri. I caccia italiani e tedeschi che si levano in volo sono poco più di una decina. Il combattimento che segue è lungo e feroce e ottiene il risultato di ritardare il bombardamento e di limitare i danni alla città di Parma. Verso le 13.50 ci sono solo tre aerei italiani che continuano il combattimento. E a questo punto che il caccia di Vittorio Satta viene abbattuto. Ed ecco il racconto che ne fa, molti anni dopo, il capo della formazione italiana Luigi Gorrini, decorato di medaglia d’oro: “Vittorio era proprio dietro di me… gli avevo detto di non staccarsi dalla mia coda: io invece a un certo punto “svincolai” di lato perché avevo visto sopra di noi i vapori di condensazione dei caccia nemici. Subito dopo mi voltai cercando Vittorio, e non lo vidi più. Era andato dritto, di nuovo verso di loro. Erano in troppi. Lo beccarono. Ma lui era fatto così. Lui aveva qualcosa di speciale, dentro…

Del coraggio di Satta raccontò anche l’avversario che lo aveva colpito, il tenente americano Jack D. Lewis del trentasettesimo «Fighter Squadron»: “Avrebbe potuto salvarsi con il paracadute, il pilota del Macchi, e invece scelse di non farlo. Fu per questo, che diventò un eroe per i parmigiani: quando si celebrarono i funerali – quasi «simbolici» poiché sotto i bombardamenti quotidiani era stato trovato solo qualche frammento del relitto – si raccolse una gran folla, con decine di corone di fiori…” In realtà Vittorio Satta non si paracadutò per evitare che l’aereo finisse sulle abitazioni uccidendo dei civili e lo guidò in una località disabitata dove si inabissò sotto il terreno. Alla notizia che era caduto in combattimento, il padre, Angelo, benchè invalido, chiese di di essere arruolato nell’esercito della Rsi.

Il ritrovamento 56 anni dopo

La vicenda di Satta non si chiude nel 44, riprende 56 anni dopo la sua morte, quando i resti del suo aereo vengono ritrovati, conficcati a sette metri sotto il prato che lo aveva tenuto nascosto fino a quel momento: il motore, parti di fusoliera crivellate di proiettili, i monconi dei cannoncini, i nastri semi carichi delle mitragliatrici. Dentro l’abitacolo di guida, che era incastonato in un blocco di terriccio bruno, le cartine della rotta perfettamente leggibili, frammenti di parabrezza, il sedile corazzato, attaccato al quale, come da regolamento, c’era quel paracadute mai usato. Il ritrovamento avvenne nel settembre del 2000, grazie all’opera dei suoi ex commilitoni che con ammirevole tenacia, per decenni, avevano ricercato il velivolo. Al momento del recupero dei suoi resti la stampa riportò le dichiarazioni di tanti ex piloti dell’Anr e dei suoi familiari, fra cui un cugino, il prof. Salvatore Piras di Sassari, presentato come illustre giurista, ma sorvolando sul fatto che era un ex capitano delle SS italiane, nonché ex direttore del giornale di dette SS “avanguardia”. La salma di Vittorio Satta fu tumulata il 9 ottobre di quell’anno nel cimitero di S. Ilario a Genova Nervi con gli onori militari. Il nome di Vittorio Satta è anche inciso nella lapide ai caduti di Pieve Ligure, dove lui risultava residente e nella lapide dei caduti dell’Aeronautica, che si trova nella Chiesa della Santissima Annunziata del Vastato di Genova, presso l’altare della Madonna di Loreto.

Angelo Abis

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2 Commenti

  1. Il timore che ho è che dal Cielo, gli eroi come Vittorio Satta possano guardare giù e vedere cosa è diventata la terra che hanno cercato di difendere. Se il Paradiso è quel luogo felice che dovrebbe essere, spero tanto che non abbia finestre.

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