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Le messi del solstizio è il titolo suggestivo dell’opera che raccoglie le memorie e le riflessioni del Mircea Eliade più maturo. Sicuramente anche Gianfranco de Turris, dopo 60 anni di attività critica e letteraria, è giunto alla stagione delle messi in cui si gustano i frutti dell’opera svolta: sono frutti abbondanti sia nel presente (con l’uscita nelle librerie dell’antologia di racconti Qualcosa d’altro, edita da Bietti, e de Il ritorno del barone immaginario, raccolta di storie fanta-evoliane, per i tipi dell’Idrovolante), sia considerando la sua imponente biblioteca personale che, nel corso degli anni, si è strutturata nelle sezioni di fantascienza, letteratura fantastica, studi evoliani, critica culturale e di costume… Ora per Solfanelli esce un volume collettivo, a cura di Andrea Gualchierotti, che ripercorre «tutte le tappe fondamentali del viaggio di de Turris oltre la soglia dell’Altrove letterario, dagli studi lovecraftiani alla critica tolkieniana, dalle dispute sulla fantascienza fino all’emergere di una vena italiana al Fantastico»: Il viaggiatore immobile.



De Turris: un viaggiatore immobile?

Che poi de Turris, «immobile» fino a un certo punto… chiunque gli sia stato vicino nel corso degli anni conosce – e in qualche caso subisce – il suo dinamismo intellettuale: una ricchezza di interessi che si riflette in una molteplicità di iniziative, un moto continuo di recensioni, introduzioni, antologie, opere. Se vi fossero stati tre de Turris in Italia, l’egemonia culturale della sinistra marxista e postmarxista sarebbe stata messa a dura prova…

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di settembre 2021

Peraltro, il moto deturrisiano non è soggetto a forze dissipative: nel diorama di interessi vi è un punto focale che è rappresentato da una concezione del sacro capace di permeare l’immaginario dei grandi autori. Gli archetipi che plasmarono la vita delle grandi civiltà del passato agiscono anche nel presente in una forma più sottile, sicuramente meno efficace sul piano storico-politico, ma comunque tale da ispirare una vena epica. L’epica del mondo moderno de Turris l’ha ritrovata nella fantascienza, dove la potenza delle tecnologie avveniristiche evoca nuove sfide eroiche o quanto meno titaniche; nella saga fantastica di Tolkien, caratterizzata da un genuino afflato etico e comunitario; nella pagina di Lovecraft dove si squaderna il «lato d’ombra» dell’universo: una dimensione infera che comunque suggerisce l’idea che quello materiale non sia l’ultimo orizzonte del mondo.

Uno spirito archeofuturista

Tre autori in particolare hanno contribuito alla formazione della Weltanschauung di de Turris: Adriano Romualdi, Julius Evola, Mircea Eliade. Nei suoi scritti sulla tradizione dell’Europa il giovane Romualdi coniugava l’amore per le radici ancestrali della nostra civiltà con la vocazione ad una potenza avveniristica. «Non ci salveranno le vecchie zie», scriveva Romualdi, polemizzando con quel tipo di destra conservatrice e un po’ bucolica che risolveva tutto il suo impegno intellettuale nella critica del presente e nella riproposizione idilliaca di situazioni del passato. Per Romualdi una nuova Europa dovrebbe essere capace di lanciare razzi sulla Luna e, a sua volta, una destra europea dovrebbe saper ammirare la bellezza «dorica» dei grattacieli, ovvero cogliere in maniera attiva la sfida della modernità. Come si vede, l’archeofuturismo che negli anni Novanta sarebbe venuto dalla Francia come conciliazione di Evola e Marinetti era in nuce nel pensiero di Romualdi. E Gianfranco ha introdotto nella sua attività critico-letteraria l’amore per questi opposti complementari: un futurismo eroico, colto nelle migliori opere di fantascienza, e la sensibilità per valori eterni cavallereschi, come emerge dalla heroic fantasy.

Quello con Evola è stato probabilmente l’incontro più intenso, non solo dal punto di vista culturale, ma più generalmente esistenziale. Nell’esoterista romano de Turris ha visto un testimone di splendori antichi dell’umanità: una sorta di essere fuori tempo, in quanto tale simile ai protagonisti di una saga del fantastico. E tuttavia il valore di Evola, agli occhi di de Turris, consiste nell’elemento della realtà: l’opera evoliana dimostra come certe altezze non siano soltanto invenzioni romanzesche, ma effettivamente siano manifestazioni delle civiltà storiche nelle loro fasi apicali. A valle della civiltà noi possiamo solo immaginare o tentare di vivere con incerta coerenza un ethos nobile, ciò non toglie che sulle vette della storia umana certi archetipi si siano incarnati e continuino a svolgere una funzione esemplare. Ad Evola, De Turris ha dedicato un arco di tempo di 30 anni per curare l’edizione critica delle sue opere per le Mediterranee. Se Evoca indica le vette, Eliade – con i suoi testi più accademici – mostra la…



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