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Roma, 25 nov – Nella seconda Considerazione inattuale Friedrich Nietzsche scriveva, a proposito dei suoi contemporanei: «Ancora non è finita la guerra, e già essa è convertita in carta stampata in centomila copie, già viene presentata come nuovissimo stimolante al palato estenuato dei consumatori di storia» (F. Nietzsche, Sull’utilità e il danno della storia per la vita, Adelphi 2009).



Era il lontano 1874 e si era da poco conclusa la guerra franco-prussiana, eppure il caustico accenno del pensatore dell’oltreuomo al «consumismo della storia», tanto diffuso ai suoi tempi, potrebbe valere, mutatis mutandis, anche per l’Italia del 2020. Nell’imminenza delle festività, infatti, la consueta “fame” di storia dei lettori italiani sembrerebbe non risentire troppo dell’atmosfera plumbea che minaccia di impoverire il primo Natale nell’epoca del Covid, tanto che, come accade ogni anno in questo periodo, alcuni editori hanno già provveduto a investire il mercato con testi a carattere divulgativo, spesso affidati alla penna di giornalisti più che a quella di storici di professione. Emblematico in tal senso è il caso di Bruno Vespa il quale, dopo avere dato alle stampe nel 2019 Perché l’Italia diventò fascista, ha deciso di replicare quest’anno, sempre per Mondadori, con un volume dal titolo intenzionalmente provocatorio, Perché l’Italia amò Mussolini, al quale, per non far mancare un collegamento con l’attualità, si è furbescamente aggiunto il sottotitolo E come è sopravvissuta [s’intende l’Italia] alla dittatura del virus.

Black Brain

Ora, sul fatto che di storia, o meglio di divulgazione della storia a un vasto pubblico, in Italia si occupino i giornalisti più che gli accademici nulla vi è da eccepire, anche perché, al di là delle questioni di marketing editoriale e di accessibilità a certi contenuti da parte dei non specialisti, non è affatto garantito che un giornalista in gamba non sia anche uno storico di pregio, soprattutto se (e viene in mente il nome di Giampaolo Pansa) ha il coraggio di rompere gli schemi e di sostenere esegesi del passato eterodosse, anche a costo di tirarsi dietro le aspre invettive dei custodi dell’ortodossia. Come già fece a suo tempo Pansa così anche Vespa, gliene va dato atto, non si è sottratto al rischio della polemica e lo ha dimostrato con le parole che ha detto, in un salotto televisivo, nel presentare la sua ultima fatica editoriale: «Nel libro racconto il consenso che Mussolini ebbe per le sue opere sociali. Ha creato i contratti nazionali, l’Inps, la settimana di 40 ore». Apriti cielo! Sebbene il giornalista abruzzese non abbia pronunciato né un’apologia del Tribunale speciale né un elogio delle leggi razziali, ma si sia piuttosto limitato a ribadire cose risapute, che in un ipotetico convegno di accademici nessuno si sognerebbe di mettere in discussione, subito le oche del Campidoglio antifascista hanno preso a starnazzare rumorosamente per risvegliare l’assopita coscienza democratica del Paese e renderla edotta del pericolo rappresentato dal nuovo Brenno-Mondadori in formato cartaceo, con tanto di minaccioso fascio littorio stampigliato su una lugubre copertina nera. Lo strepito mediatico sull’affermazione di Vespa, per fortuna, si è esaurito comunque in fretta lasciando tra l’altro come strascico una prevedibile pubblicità gratuita per l’autore e la sua pubblicazione.

Tiziana Ferrario e «l’orribile misoginia di Mussolini»

Si potrebbe chiudere qui la querelle, dunque, e archiviare il “caso Vespa” come l’ennesimo episodio di un’isteria mussolinofoba tipica di un Paese che, riguardo al passato fascista, non ha ancora compiuto un auspicabile processo di metabolizzazione. Si potrebbe chiuderla qui, dicevamo, se a rinforzare il vento della polemica non fosse intervenuta una collega di Vespa, Tiziana Ferrario, anche lei fresca autrice di un libro (per l’editore Chiarelettere): Uomini. È ora di giocare senza falli!

A giudicare dal titolo, con quel gioco di parole allusivo, non sembrerebbe trattarsi di un volume di storia, men che meno di storia del fascismo, quanto piuttosto di un manuale di erotica, una sorta di kamasutra all’amatriciana (o all’ossobuco, essendo l’autrice milanese) a uso di un pubblico maschile in cerca di diversivi. Eppure la Ferrario, nel suo profilo Twitter, taggando (forse in cerca di un’autorevole benedizione) nientemeno  che la Vestalis Maxima dell’antifascismo nostrano, ovvero Laura Boldrini, ha scritto (testuale): «Ecco l’elenco di orrori messo a segno da Mussolini contro le donne raccontato nel mio libro». Siccome il tomo in questione è uscito nel settembre 2020, la giornalista, con questo tweet dello scorso 19 novembre, ha probabilmente cercato di sfruttare, a scopo promozionale, l’imminente Giornata internazionale contro la violenza sulle donne del 25 novembre.

Il punctum dolens, però, non è questo. Per fornire qualche informazione in più a follower e potenziali lettori, e precisare meglio il suo pensiero, la Ferrario infatti accompagna il tweet con un link alla pagina Facebook personale, dove finalmente svela (un poco spoilerando) le sconvolgenti verità sulla criminale misoginia mussoliniana (gli «orrori») che sarebbero esposte nel volume da lei firmato. L’incipit del post, in effetti, è allarmante, tale da far recedere dalle proprie convinzioni anche il più indurito cuore nostalgico: «All’armi sono fascisti! Mussolini non ha fatto una sola cosa buona x le donne. Era un maschilista». Sorvolando sull’uso della “x” al posto del “per”, si tratta di un’affermazione senza dubbio tranchant. Quali mai furono questi crimini orribili commessi dal Duce a danno delle italiane? Viene da pensare al peggio, eppure le rivelazioni della Ferrario sono deludenti. O meglio, e qui è il caso di dismettere l’ironia, si riducono a una sequela di svarioni storiografici, invenzioni belle e buone e citazioni di fatti forse in sé realmente accaduti, ma decontestualizzati e presentati in modo, per usare un parolone che qui è forse fuori posto, del tutto ideologico.

Esaurita la lettura del post su Facebook, si sarebbe in realtà tentati di liquidarlo come un maldestro esercizio di esposizione storiografica da parte di chi, evidentemente, della storiografia non conosce né il metodo né la procedura, ma è anche vero che il troppo stroppia, soprattutto quando si polemizza, come fa la giornalista, con un autore rivale, il solito Vespa, concludendo la dissertazione (in cauda venenum) con un accenno malevolo a chi, ignorandone il curriculum da malfattore, ha scritto «di Mussolini e delle cose buone fatte che gli hanno portato consenso».

L’Onmi era un’organizzazione criminale?

Torniamo ora, però, all’elenco degli orrori stilato dalla Ferrario e vediamo quanto le sue asserzioni corrispondano alla realtà storica. Ci limiteremo, ovviamente, agli sfondoni più marchiani poiché l’argomento in questione, il ruolo e la condizione della donna nel Ventennio fascista, può essere compiutamente trattato solo in un saggio corposo, di quelli che si possono comunque reperire consultando una qualsiasi biografia sul tema.

Scorrendo il post della scrittrice, che per sintassi e forma espositiva sembra invero più quello di una liceale alle prime armi, scopriamo innanzitutto che, tra i crimini duceschi contro il genere femminile, il primato spetta alla creazione dell’Onmi: «Nel 1925 Mussolini – esordisce la Ferrario – crea l’Opera nazionale maternità e infanzia con due finalità: fornire assistenza medi­ca durante le gravidanze difficili e dissuasione dal ricorso all’aborto». Già leggendo questa scarna definizione ci sarebbe da ridere per non piangere. Si può pensare dell’aborto tutto quello che si vuole, ma definire un orrore contro le donne le pratiche finalizzate a evitare un’interruzione di gravidanza è parecchio grottesco. Dove starebbe poi la misoginia nell’assistere le partorienti impegnate in gravidanze difficili? Arduo rispondere.

Meglio allora indossare i panni degli storici (quelli seri) e, messa mano alle fonti, ricordare alla Ferrario cosa fu realmente l’Onmi mussoliniana. Istituita nel 1925 come ente parastatale e riformata nel 1933, l’Opera si proponeva di ridurre i tassi di mortalità infantile tramite iniziative di assistenza alle madri e alla loro prole (dal periodo prenatale fino alla pubertà), con un occhio di riguardo per le donne e i bambini privi di una regolare struttura familiare (dalle ragazze madri agli orfani e così via, per intendersi). I compiti dell’ente spaziavano così dal supporto medico per le donne bisognose o rimaste sole durante la gestazione, il parto e il puerperio, all’aiuto alle madri indigenti, dalla profilassi sanitaria per la prima infanzia, alle campagne nazionali di informazione sulla cura dei figli.

Al di là delle competenze attribuitele per legge, i dati sulle effettive prestazioni erogate dall’Opera sono di per sé eloquenti. Analizzando la documentazione degli archivi delle federazioni locali dell’Onmi, i ricercatori hanno infatti scoperto, per citare alcuni esempi, che a Littoria, nei primi tre mesi di attività (giugno-agosto 1937), la Casa della Maternità dell’ente aveva già ricoverato e assistito 104 gestanti (C. Ciammaruconi, La Federazione di Littoria dell’Opera nazionale maternità e infanzia, «Studi Storici», Anno 48, No. 3 2007), mentre a Napoli, nel 1929, l’Onmi prestò assistenza a 456 minori (di cui 90 affetti da tubercolosi) e, in virtù di un accordo con la Real clinica ostetrico-ginecologica, a circa 1.400 madri tra gestanti e partorienti. Si tratta dunque di cifre rispettabili, che peraltro vanno accompagnate con quelle, piuttosto corpose, dell’efficiente sezione milanese dell’ente la quale, tra il 1927 e il 1930, prestò  assistenza (con sussidi e ricoveri) a «90.387 madri, 59.650 illegittimi rimasti con la madre e 88.542 gestanti nei laboratori ostetrici» (D. La Banca, Assistenza o beneficienza? La Federazione napoletana dell’Onmi 1926-1939, «Contemporanea», Vol. 11, No. 1 gennaio 2008). Sarebbe bastato poi darsi la pena di consultare le serie storiche dell’Istat, per accorgersi che l’azione dell’Onmi (la quale, a metà degli anni Trenta, assisteva oltre 1.700.000 persone) fu tutt’altro che inefficace, visto che il tasso di mortalità in Italia sotto i 5 anni di età (numero di decessi per 1000 nati vivi), che era di 350 nel 1887 e che ancora nel 1926 si attestava su cifre piuttosto elevate (oltre 200), scese a meno di 140 nel 1939.

Il fascismo escluse le donne dallo studio?

Come tutto ciò che fece l’Onmi possa essere definito una «cosa orribile» contro le donne è difficile da comprendere, se non come mero pregiudizio di chi nemmeno si preoccupa di verificare quanto scrive. Lasciamo così ad altri il piacere di confutare altre fantasiose teorie della Ferrario, come quella per cui, durante il fascismo, «le donne non po[teva]no praticare alcuno sport perché [avrebbe] me[sso] a rischio la loro fertilità» (non si capisce allora come avrebbe fatto la bolognese Ondina Valla a conquistare, nel 1936, l’oro olimpico nella gara degli 80 metri a ostacoli); o l’onere di far notare quanto sia storiograficamente scorretto valutare i testi giuridici degli anni Trenta e Quaranta con le lenti deformanti dei parametri morali e dell’armamentario concettuale del neofemminismo radicale post-contemporaneo («il nuovo Codice penale Rocco [del 1930]», sostiene per esempio la Ferrario, « [era] impregnato di cultura sessista e maschilista»); oppure, ancora, la fatica di reperire il fantomatico provvedimento legislativo del 20 gennaio 1927 con cui il governo Mussolini avrebbe dimezzato i salari femminili (citato più volte in diversi siti internet, senza mai fornire gli estremi esatti, e che comunque non compare tra le leggi e i decreti riportati nella Gazzetta Ufficiale del gennaio-febbraio di quell’anno, senza contare che, secondo la legge sulla disciplina giuridica dei rapporti di lavoro del 1926 e la Carta del lavoro del 1927, l’ammontare delle retribuzioni non era fissato dal governo, ma dai contratti collettivi efficaci erga omnes stipulati tra le associazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro).

Concludiamo questo breve excursus affrontando il tema dell’istruzione femminile durante il Ventennio, visto che, a parere della Ferrario, la misoginia mussoliniana avrebbe portato alla graduale espulsione delle bambine e delle ragazze dal mondo degli studi con l’obiettivo di relegarle, quali “angeli del focolare”, tra le quattro mura domestiche. Eppure, anche in questo caso, le statistiche raccontano una storia diversa visto che, nel quadro di una robusta crescita del tasso di scolarità durante il Ventennio, il numero di bambine e adolescenti che frequentavano la scuola primaria e secondaria registrò un incremento innegabile (nella scuola secondaria, per esempio, si passò dalle 146.000 alunne dell’anno scolastico 1921-22 alle 350.000 di vent’anni più tardi). Quanto all’affermazione della giornalista sulle «tasse universitarie per le donne [che] ven[nero] aumentate, fino a diventare il dop­pio rispetto a quelle per gli uomini, per scoraggiare le fa­miglie a farle studiare», se anche ciò fosse vero, dovette trattarsi di un provvedimento inefficace, visto che dalle serie Istat risulta che il numero delle studentesse iscritte alle facoltà universitarie aumentò da 5mila a 26mila nei due decenni compresi tra il 1921 e il 1941.

I danni dell’«eccesso di storia»

Insomma, per concludere, nessuno nega che il regime fascista abbia in molti casi ereditato, e perpetuato nelle sue scelte politiche e amministrative, una cultura patriarcale ben radicata nella tradizione italiana o che abbia condiviso, sul ruolo della donna, visioni ben diverse da quelle impostesi nei decenni successivi. Da qui, però, a ricondurre il tutto a una gestione tra il misogino e il criminale della questione femminile, peraltro omettendo (o ignorando) fonti ed informazioni essenziali, davvero ce ne corre. Richiamandoci ancora a Nietzsche e alle sue Considerazioni inattuali potremmo dire, tirando le somme, che oggi come allora l’«eccesso di storia» (e di libri di storia) può essere alquanto «dannoso», soprattutto se ad alimentarlo sono autori le cui opere, come nel caso della Ferrario, di storiografico hanno forse l’apparenza, ma non certo la sostanza.

Corrado Soldato

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