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Roma, 16 gen – Doveva essere l’anno della “liberazione universale”. E della fine di tutte le forme di oppressione e di sfruttamento, di miseria e di barbarie. Così si diceva, e molti continuano a ripeterlo, che dovesse essere il 1989. E, invece, a uno sguardo non offuscato dal vitreo teatro delle ideologie, il mondo che abbiamo dinanzi è un mondo intriso di miseria e soprusi, ingiustizia e barbarie. Un mondo che, sotto questo profilo, non ha nulla da invidiare al Novecento. Per questo, con le parole di Oscar Wilde, the dislike of actuality dovrebbe essere, propriamente, il contegno di chi quotidianamente patisce sulla propria carne viva le conseguenze del mondo della “democazia conforme ai mercati”, come ebbe a definirla Angela Merkel.

A meno che non si sia membri della global class dominante, la ristrettissima power élite che occupa la plancia del comando del mondo ridotto a mercato, non v’è, in effetti, motivo reale per amare l’indecenza alienante chiamata capitalismo. La quale resiste e, anzi, prospera, grazie all’indisponibilità dei dominati. I quali amano le proprie catene. E, di più, come nel mitologema platonico dell’antro, sono pronti a battersi unicamente in loro difesa. Prodigi dell’ideologia!

La buona novella d’Oltralpe

Eppure, ogni tanto giunge una buona novella. Che aiuta, se non altro, la fiamma della speranza a non spegnersi in via definitiva. Accade così, in questi giorni, che dalla Francia giunge una notizia che non può non rallegrare quanti ancora non abbiano venduto testa e cuore alla classe dominante: le proteste di piazza, vibranti e organizzate, hanno bloccato la riforma ultraliberista delle pensioni voluta dal governo di Macron, il prodotto in vitro dell’élite turbofinanziaria targata Rothschild. Nunc est bibendum! Vive la France! Il fabula docet che ne traiamo è una lezione semplice ma importante di ontologia dell’essere sociale: dalla nostra capacità di organizzarci e di lottare dipende la possibilità di fermare la scellerata avanzata del liberismo cosmopolita e del suo massacro preordinato dei ceti medi e dei lavoratori, dei popoli e delle nazioni.

Forse aveva ragione Kant, allorché scriveva che un evento come la Rivoluzione del 1789 (non la controrivoluzione del 1989, sia chiaro) non si oblia mai più: si conficca, nella memoria di un popolo, come una spina inestirpabile. Una spina che, aggiungiamo noi, torna a pungere all’occorrenza, risvegliando gli impeti rivoluzionari. Impeti dei quali le gloriose giubbe gialle sono l’ultimo, in ordine cronologico, esempio.

Le pensioni dei bancocrati del Fondo Monetario

A suffragio della “diversa temperatura storica”, come la appellava Gramsci, tra Francia e Italia, basti rammemorare che nel Belpaese si respira ben altro clima, more solito. Mario Monti, l’euroinomane più impenitente, celebra Macron come esempio per tutti gli europei. E Tito Boeri, la Pizia dei mercati sans frontières, ci spiega che abbassare l’età pensionabile è una follia. Non specifica – peccato, davvero! – che di follia si tratta se e solo se la si guarda dal punto di vista dei mercati. Se, invece, la si osserva dalla prospettiva dei dominati (ceti medi e classi lavoratrici), follia criminale è l’opposto: ossia l’innalzamento dell’età pensionabile, modalità riforma Fornero (2011). Può forse giovare un richiamo a un fatto che senz’altro non sarà sfuggito all’informatissimo Tito Boeri: la normale età pensionabile dei bancocrati del Fondo Monetario Internazionale è – pensate un po’ – di 62 anni. E costoro fanno pressioni, poi, per innalzare senza limiti quella di chi, in basso, dovrebbe subire in silenzio, sentendosi tacciare di populismo se osa opporsi.

Diego Fusaro

3 Commenti

  1. La rivoluzione (etimologicamente, e non solo, termine usato in modo fasullo), del 1789, attende ancora la “controrivoluzione”! Gli eterni spiriti ed amici della Vandea non li dimentichiamo!!
    Buon illuminista Diego Fusaro, ogni tanto spegni la luce per intuire il resto…
    Evidente che i forti vanno in pensione prima a spese dei più deboli. E’ sempre stato così, se non si è nobili, forti e riconoscenti verso la propria comunità.
    Gramsci e tanti altri, da soli, sono solo dei buoni “meccanici”. Qualcuno dirà è già qualcosa…, chi si accontenta gode…, ma l’ “orgasmo” dura poco e da frutti non sempre buoni.

  2. La storia insegna che quando la vil plebaglia dei mangialumache fa una rivoluzione è solo per imporre qualcosa di molto peggio di prima (noi invece – vil plebaglia di mangiaspaghetti – al massimo facciamo aborti di sommosse da operetta, quindi non corriamo questo rischio: che culo ohe abbiamo!).

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