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Roma, 11 apr – “Patriottismo”, “guerra”, “trincea” sono soltanto alcune delle “parole d’ordine” del drammatico momento che la Nazione sta vivendo e però – a detta di chi scrive – c’è modo e modo per essere “patrioti”, “guerrieri” e “combattenti”, anziché lasciarsi andare a pantomime buffonesche come ballare e cantare sui balconi. Anche questo “rispolveramento” dell’Inno nazionale – in genere cantato durante le partite di calcio – solleva qualche perplessità, nonostante la bontà degli intenti. Si tratta, infatti, di un Inno di cui, veramente pochi, conoscono la “storia” e le cui parole appaiono ai più sconosciute. Ciò emerge anche dall’esperienza propria di chi scrive, di docente di Storia, all’Università, da quasi un ventennio. La gran parte degli studenti “sfornati” dalla scuola secondaria, infatti, ignora totalmente i fatti politici e militari da cui originò l’unificazione dell’Italia – e la sua costituzione in stato unitario – e, pertanto, il contesto storico, politico e culturale in cui si inserisce anche la composizione del nostro bell’Inno, opera di Goffredo Mameli (+1849) – per il testo – e Michele Novaro (+1885), per la musica. Quindi, anziché “ballare” sui balconi e cantare un Inno ai più sconosciuto, questo lungo periodo di “astensione” dal lavoro potrebbe essere – e non solo per i più giovani – un’occasione per studiare un po’ di storia dell’Ottocento italiano, casomai rispolverando un vecchio testo scolastico.

La responsabilità della scuola

Quanti, infatti, sanno realmente chi è il fantomatico Scipio, cosa rappresenta – nella memoria collettiva nazionale – Legnano, cos’è una coorte, chi è Balilla o cosa sono i Vespri? Da docente, posso garantire che la gran parte dei giovani non conosce nessuna di queste cose! E non c’è da meravigliarsi, se si tiene conto che la scuola ha, da tempo, rinunciato ad ogni criterio selettivo e meritocratico, e che gran parte degli studenti ignora non solo le più significative vicende politiche nazionali – escluse, forse, quelle connesse all’ultima guerra (e si capisce perché…) – ma persino la geografia fisica del proprio Paese.

Il metafisico nella Storia

Un altro fenomeno sconcertante è l’improvvisa irruzione del metafisico nella Storia, nelle forme più grottesche. Si assiste, infatti, ad una strana commistione di “religione” e “politica”, “religione” e “sanità”. Con ciò, non intendo mettere in dubbio l’importanza della “fede” religiosa nell’alleviare le sofferenze, o il fatto che la religione – come fenomeno antropologico, istituzionale e sociale – possa avere grande importanza nel disciplinare i comportamenti privati o della collettività – orientandoli verso un sano “spirito di corpo” – ma è innegabile che si stiano diffondendo “fenomeni” preoccupanti. Alludo alle dichiarazioni, riportate da alcuni mass media, di pazienti – o guariti da Coronavirus – che imputano la loro guarigione all’intervento miracoloso – quindi razionalmente non dimostrabile – di angeli o altre entità metafisiche o di chi, in terapia intensiva, ha avuto modo di vedere il ben noto “tunnel”! Ma ci rendiamo conto? Ci rendiamo conto che anche un frangente così drammatico della vita nazionale dà adito a “narrazioni” destituite di ogni serietà, e finisce per diventare il proscenio per l’esibizione di pietosi melismi o dolorismi di principio?

Il patriottismo del nostro inno

Se a tutto ciò aggiungiamo che il patriottismo ispiratore del nostro Inno – di cui tutti fanno sfoggio e che invitano a cantare – fu il frutto di un clima culturale “anticlericale” e che lo stesso Goffredo Mameli morì combattendo in difesa della Repubblica romana e, quindi, contro il papa, ci si rende conto di come questo Paese, anche nei frangenti più difficili – e al di là di molti aspetti positivi – finisca sempre per dare prova di contorte e irrazionali schizofrenie. Infatti, quanti di quelli che cantano il nostro bell’Inno sanno che la spiritualità di Mazzini (+1872) – e il “Signore”, cui allude lo stesso Inno – non sono propriamente quelli del papa e che la nostra stessa Unità – il nostro essere Nazione – fu costruito, a caro prezzo, proprio attraverso una dura lotta contro il Papato ed escludendo alcune frange minoritarie del cosiddetto cattolicesimo liberale?

L’aspetto dell'”esempio”

Probabilmente, queste sono osservazioni troppo complesse che non interessano a nessuno, eppure c’è un altro aspetto che può far riflettere, quello dell’“esempio”. Mai come in questo periodo di “combattenti” e “lottatori” proliferano anche “imboscati” lautamente pasciuti. Infatti, escludendo il personale sanitario e chi – realmente e quotidianamente – nelle attuali contingenze epidemiologiche, rischia la sua vita, si assiste ad un fiorire di “maestri” ed “opinionisti” televisivi che, ad ogni ora, impartiscono lezioncine al popolo italiano su cosa fare, come comportarsi, dove andare o, meglio, dove non andare. Alludo, soprattutto, a quella miriade di trasmissioni televisive, che, ad ogni ora, ripetutamente, dilettano l’ascoltatore con chiacchiericci sull’uso di maschere, guanti e quant’altro, salvo poi osservare che – in molti casi e nonostante l’assenza del pubblico in studio – nessuno dei protagonisti di questi “shows”, appare “mascherato” o osserva, alla lettera, le distanze o le altre prescrizioni previste dalla legge.

L’informazione come trincea

E che dire dei collegamenti televisivi dall’estero o da “zone epidemiologicamente critiche” fatti da chi, all’aperto, in luoghi aperti al pubblico, senza maschera o guanti, sorridente e pasciuto, si lascia andare a commenti sulla piacevolezza del clima o ad altre amenità? Ma stiamo scherzando? Si pretende dagli “altri” ciò che non si è in grado – o non si vuole – applicare in prima persona? Ma – si dirà – che c’è il “diritto-dovere” all’informazione… Certo, ma accanto a questo “diritto-dovere”, ne esistono anche altri, altrettanto vitali per la Patria e, in ogni caso, anche il “diritto-dovere” all’informazione può essere esercitato in determinate forme, più consone al momento. Si vuole realmente la “militarizzazione” del linguaggio e della società? La si invoca, la si desidera, è necessaria nell’odierno frangente? Perfetto, allora l’informazione può essere fornita anche in altro modo, in forme “militarizzate”, da “trincea”. Basta inutili trasmissioni di approfondimento che, a dire la verità, ripetono quotidianamente sempre le medesime cose, ma è sufficiente, ad orari fissi e “certi”, mandare in onda telegiornali che – a reti unificate e asetticamente – informino sui principali avvenimenti di politica interna ed internazionale e forniscano il consueto “bollettino medico”. Per il resto, il palinsesto televisivo può essere adeguatamente “riempito” con la messa in onda di “vecchi film”, casomai più istruttivi.

Tommaso Indelli

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5 Commenti

  1. Mi fa cagare l’inno di Mameli. Eppure ne conosco tutta la storia. Meglio Giovinezza. O l’Inno al Sole.

  2. Non è un grande inno ma è il nostro inno. Dobbiamo amarlo e rispettarlo. All’estero poi è molto apprezzato. La Leggenda del Piave sarebbe stato un inno migliore ma ormai abbiamo questo è dobbiamo tenercelo e cantarlo in ogni occasione.

  3. A parte tutte le digressioni, alcune pur giuste, l’inno è sostanzialmente maschilista.
    Fratelli, fratelli.
    Pronti, pronti.
    Se fossi donna, o femmina, mi ribelleremo.

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