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Casa BallaRoma, 31 mar – I futuristi volevano distruggere i musei, le gabbie dell’arte imbalsamata, e forse per questo crearono un’arte come missione quotidiana, dimorante nelle case-museo. O almeno così fecero due di loro, Balla e Depero, con fortune diametralmente opposte.



Quella di Giacomo Balla era la casa del futurista perché ci viveva lui dentro, come il fabbro nella propria fucina. Via Oslavia 34/b a Roma, quarto piano, quartiere Prati. Balla ci ha vissuto per trent’anni impregnando l’appartamento dei suoi umori e delle sue essenze pirotecniche. Ne decorò pareti, mobili, utensili. Portauova. Creò oggetti, arazzi, paralumi, paraventi, quadri e cornici, fiori, ceramiche, piastrelle e vestiti; fatti con materiali di scarto recuperati e rivitalizzati dal soffio dell’artista e delle sue collaboratrici particolari: le figlie Elica e Luce.

Black Brain

La casa di Balla era il suo autoritratto, deformato e ispirato dal pavimento al soffitto, in ogni ambiente, su ogni pensile. «Rinnoviamo gli ambienti, si rinnoveranno le idee» ripeteva l’artista.
Ovviamente l’autoritratto di un futurista non poteva restare appeso ad un muro, ma doveva essere scagliato su di un piano dinamico. Apparve così più volte sul giornale “Roma futurista” un annuncio singolare: «Visitate la casa futurista di Balla. Ogni domenica dalle 15 alle 19». A chi rispondeva alla bizzarra chiamata all’arte, si aprivano le porte della mente di Balla, fotografata dalle quattro mura domestiche. Era lui in persona ad aprire la porta, in pantaloni a quadretti e scarpe di vernice. Faceva accomodare i visitatori negli ambienti dai colori vivaci. Li faceva immergere nel suo laboratorio, nella sua placenta. Così in tanti suonarono al campanello della casa museo, gente comune, artisti del tempo.

Fin quando vissero le figlie dell’artista, la casa rimase aperta. Poi più niente, solo annunci di riaperture mai avvenute. Nemmeno quella fissata per il 2009, per il centenario del futurismo. Nel 2004 la Soprintendenza ha dichiarato con un decreto che Casa Balla, per le opere contenute, è di particolare interesse storico. “Il complesso dell’immobile – si legge nel documento – costituisce non un semplice studio dell’artista, quanto, più in generale una casa-studio, che reca ancora traccia della personalità dell’artista”. Questo perché, pur essendo stato un luogo di lavoro, tuttavia “lo scopo cui Balla l’aveva destinato è stato quello di reinterpretare in chiave futurista anche gli spazi nei quali svolgeva la sua vita quotidiana”.
Ma lo Stato non è riuscito ad acquisire la casa, a difenderla da una controversia legale da parte degli eredi dell’artista, che hanno fatto ricorso dopo che era stato formulato il vincolo di tutela da parte dello Stato. Così la casa-museo, in cui Balla ha vissuto fino al 1958, resta ancora chiusa.

Casa Depero RoveretoTutto il contrario di quanto avvenuto alla casa-museo voluta da Fortunato Depero a Rovereto, dove l’artista proiettò la sua vita, senza abitarci. Aprì i primi spazi l’anno dopo che Balla aveva lasciato la sua, e l’anno prima della morte di Depero stesso. Eppure il progetto aveva già quarant’anni: Depero aveva trasformato la sua dimensione domestica a Rovereto in ‘casa futurista’ già nel 1919, per poi ribadirne il concetto a New York un decennio dopo con la Depero’s Futurist House. La reincarnazione del 1959 è solo l’ultima bambola di una matrioska futurista.

Fondamentale per la riuscita della Casa d’Arte Futurista Depero fu l’apporto del comune di Rovereto, che ha continuato a credere negli anni seguenti nel progetto, fino al completamento dell’opera.
Qui il centenario del futurismo ha significato qualcosa. Nel 2009 infatti il Mart (il museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, di cui Casa Depero ora fa parte) ha dato vita ad un complesso restauro, recuperando le zone originali progettate dal futurista, completandole con due nuovi livelli ispirati direttamente al suo gusto. Dentro si muovono a rotazione circa tremila oggetti deposti da Depero come uova pasquali per la città, fra mobili, dipinti, disegni, mosaici, tarsie, grafiche e giocattoli.

Simone Pellico

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