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Roma, 9 feb – Talvolta un libro antico può rivelare dei dettagli e delle storie inaspettate, come quella che si potrà conoscere a breve tra queste righe. Abbiamo letto ed udito per mesi che il poeta soldato Gabriele d’Annunzio fosse totalmente estraneo al contesto triestino ed istriano, e per questo motivo, si voleva evitare una sua statua nella città di San Giusto. A pochi giorni dalle celebrazioni del Giorno del Ricordo dell’Esodo Giuliano – Dalmata, è doveroso tornare sui legami tra d’Annunzio e Trieste, sconfinando questa volta, in Istria.



“Trieste d’Italia”

Sfogliando un esemplare d’epoca della splendida edizione della Francesca da Rimini, pubblicata dalla Casa Editrice Fratelli Treves nel marzo 1902 in carta a mano, con disegni e fregi di Adolfo de Carolis, è possibile leggere la seguente dedica autografa del poeta a Carlo Rosaspina, l’attore che aveva interpretato il difficile personaggio di Gianciotto sin dalla prima rappresentazione della tragedia, avvenuta a Roma il 9 dicembre 1901 dalla Compagnia di Eleonora Duse, con fenomenale allestimento scenico: “A Carlo Rosaspina – in cui rivisse con ammirabile potenza la carne e lo spirito di Gianciotto – con grato animo Gabriele d’Annunzio. Trieste d’Italia, maggio MCMII”.

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Osserviamo bene la data, ossia maggio 1902. Preziosa quanto profetico quel “Trieste d’Italia”, sia perché richiama alla memoria la crociera istriana del Poeta, svoltasi proprio in quel maggio del 1902 per iniziativa di Teodoro Mayer, fondatore e direttore de Il Piccolo, principale quotidiano della città.

Gabriele d’Annunzio giunse nella città di San Giusto il 5 maggio, precedendo di un giorno l’amata Eleonora Duse, la quale, proveniente da Vienna, si stava per esibire in una serie di rappresentazioni delle tre tragedie dannunziane: La Gioconda, La Città morta e la Francesca da Rimini. Gli ospiti furono accolti dal caloroso saluto di Trieste, ed il poeta, che visitava la città per la prima volta, dimostrò subito il proprio entusiasmo, dichiarando in un’intervista di voler prolungare il suo soggiorno nella Venezia Giulia: “La città, il paese mi sorridono. Ho intravisto la bellezza del Carso; voglio ascenderlo e peregrinare per le sue cime. Voglio vedere l’Istria, la Dalmazia. Forse mi tratterrò: il desiderio è grande. A Grignano c’è una villetta che m’attira: là potrò lavorare tranquillo, di là potrò fare per mare e per monte le mie escursioni. Il cambiar luoghi mi giova, la quiete della Capponcina (Villa di Settignano, Firenze, divenuta famosa grazie al poeta, ndr) alle volte mi irrita“.

Andate in scena rispettivamente l’8 ed il 10 maggio, La Gioconda e La Città Morta, il giorno 11 fu organizzato all’Hôtel de la Ville (luogo che diverrà tristemente noto dopo la seconda guerra mondiale per l’insediamento della Commissione Quadripartita che deciderà i confini della Venezia Giulia) un solenne banchetto in onore del d’Annunzio al quale porse, tra gli altri, il saluto della città Attilio Hortis, patriota e storico insigne, dal 1897 deputato per Trieste al Parlamento di Vienna. Organizzatore delle radiose giornate del maggio del 1915, divenne Senatore del Regno nel febbraio 1919, ed appoggiò più volte in aula le rivendicazioni nazionali delle terre adriatiche. A lui d’Annunzio, indirizzò da Fiume, il 14 dicembre 1920, un lungo messaggio di speranza, cui però seguì un seguito poco piacevole, poiché pochi giorni dopo l’Hortis fece parte in Senato della maggioranza che approvò il Trattato di Rapallo, piegando le speranze della Dalmazia italiana.

Nel corso del banchetto, il Poeta, rispose all’indirizzo di saluto con un vibrante discorso, in cui, pur non citandoli, si richiamò ai famosi versi danteschi che ponevano il confine d’Italia al Golfo del Quarnaro, tra l’Istria e la costa fiumana: “….Grazie a tutti voi, amici generosi tra i quali veggo altri miei fratelli d’arte diletti cui m’è dolce poter esprimere il mio accresciuto amore, poi ch’essi con simile schiettezza m’hanno tesa la mano che qui lavora, soccorre e combatte per le belle idealità sacre alla devozione dell’intera nostra vita. Veramente, se valga la costante fede proseguita in mezzo a tanto vacillare e oscurarsi della coscienza italiana; se valga l’aver conservato un culto a quella indistruttibile parola di Dante, intorno a cui la nostra anima ode rumoreggiare il flutto del Quarnaro come intorno a un granitico segno; se valga l’aver levata la voce nelle ore tristi per difendere, per ammonire e per commentare con un accento fatto virile dalla contenuta amarezza; se valga infine il tremito indicibile di riconoscenza, che scuote  in quest’ora il mio cuore, io non sono indegno che voi mi amiate e mi abbiate fratello. Ma questa testimonianza che voi mi date, io lo so, trascende dalla mia persona e la mia arte. Io sono dinanzi a voi un pellegrino d’Italia, che dal Tevere all’Arno, dai grandi fiumi paterni della gente latina, viene all’Isonzo e al Timavo, memori tuttavia della grandezza romana e della grandezza dantesca. Sono un pellegrino d’Italia qui venuto ad attestare nell’opera sua l’indomabile amore alla gloriosa benedetta immortale lingua di Dante. Ho sentito ardere, sopra le liete accoglienze, la vostra muta fedeltà….”

L’entusiasmante “tour” di d’Annunzio

La crociera istriana cominciò per mare da Trieste a Pola il 15 maggio, con il piroscafo Arsa appositamente noleggiato, ed il giorno successivo nell’entroterra, facendo sosta a Pisino. Salirono a bordo dell’Arsa accompagnando il d’Annunzio, Teodoro Mayer con alcuni redattori ed i principali esponenti dell’irredentismo giuliano, tra cui il già citato Hortis, il poeta Riccardo Pitteri, lo scrittore Giuseppe Caprin ed il capo del Partito Nazionale di Trieste, Felice Venezian, animatore indomito d’italianità nei giovani per i quali promosse scuole ed istituzioni culturali. Non partecipò Eleonora Duse, impegnata a teatro per la rappresentazione de la Francesca da Rimini, con tre appuntamenti: 12, 14 e 17 maggio

Lasciata una piovosa Trieste, i gitanti approdarono a Capodistria sotto un vero diluvio, che non impedì il trionfale saluto della popolazione, di cui si fece interprete una deputazione comunale, alla quale rispose il poeta con riferimenti storici ai monumenti della cittadina, poi visitata da quest’ultimo in ogni angolo. L’entusiasmo degli istriani (a testimonianza che il d’Annunzio era amato a Trieste quanto in Istria ben prima dell’inizio della Grande Guerra) si ripeté nelle successive tappe dell’Arsa, a Pirano, Parenzo e Rovigno, favorite dal cessare della pioggia e dall’apparire del sole primaverile. In serata si giunse a Pola, ove ad aspettare il gruppo era il Podestà Rizzo con tutti i consiglieri comunali, al seguito di una grande folla. La mattina seguente fu dedicata alla visita degli insigni monumenti della città e delle vestigia romane, per poi proseguire, come si era accennato, verso l’interno dell’Istria con sosta a Pisino. Benché quest’ultima subisse in quegli anni la pressione slava, le accoglienze non furono inferiori a quelle delle città costiere, e, per l’eccezionale importanza storica dell’avvenimento, è giusto trascrivere dalla copia del Piccolo dell’epoca l’ampia cronaca della giornata; da questa, si può comprendere l’ardente amore per l’Italia, seppur ancora impossibilitata alla redenzione di quelle terre: “All’arrivo, alla stazione, attendono tutti i maggiorenti guidati dall’avvocato Costantini, presidente del Consiglio d’amministrazione comunale. Scambiati i saluti gli ospiti scendono alla città con carrozze messe gentilmente a loro disposizione dai signori del luogo. La prima sosta è quasi alle porte della nobile città: al nuovo edificio del Ginnasio Reale provinciale. In questa prima sosta è l’indice più bello e la significazione più alta della visita a Pisino che al Poeta mostra l’arme nobilissima della sua difesa. All’ingresso dello splendido edificio Gabriele d’Annunzio è salutato dal direttore del Ginnasio, col corpo insegnante (…). Si rimonta quindi nelle carrozze per andare alla famosa “foiba”, che attrae per lungo tempo l’attenzione di Gabriele d’Annunzio, estasiato da tutta la primaverile veste della pittoresca natura circostante. Si entra poi in città. E qui si svolge uno spettacolo meraviglioso, commoventissimo. A traverso la via principale sino alla piazza, dalle finestre delle case signorili e popolane, tutte egualmente affollate, una multicolore pioggia di fiori ricopre la carrozza del Poeta e degli altri ospiti. Gabriele d’Annunzio è visibilmente tocco da questa manifestazione così gentile, da questa manifestazione della vera e intera anima di pisinesi, e ringrazia in ogni guisa le signore che accompagnano la pioggia floreale con sventolio di fazzoletti e acclamazioni. Fra la continua affettuosa manifestazione, il Poeta sale al Casino di Società, e quindi al giardino infantile della Lega Nazionale, ove alcune ragazzine e alcuni ragazzi gli porgono saluti in forma così simpatica che accresce ancor più la suggestiva impressione della non mai cessante dimostrazione popolare. La quale lo accoglie all’uscita e lo accompagna alla sede attuale del Ginnasio italiano, dove, dopo visitati gli ambienti scolastici, Gabriele d’Annunzio, con nobile pensiero, consegna all’onorevole Costantini quale presidente della Commissione sussidiatrice del Ginnasio, l’importo di duecento corone a favore degli studenti poveri. Si scende quindi lo scalone per muovere verso il Castello. La pioggia di fiori e le acclamazioni si rinnovano (…). Arrivati al Castello, è offerto agli ospiti un rinfresco. La sala è addobbata con profusione di fiori, con gli stemmi dell’Istria e di Trieste con monogramma dell’illustre ospite. Sulle tavole i posti sono segnati con un fiore intrecciato ad un nastro dipinto a fiori: quello del Poeta reca il melograno, la rosa e il giglio, i fiori da cui si intitolano i cicli delle sue opere. D’Annunzio lo avverte subito e n’è commosso. Allo spumante l’avvocato Costantini porge al Poeta delle rinnovate e promettenti energie italiche il saluto augurale di Pisino ed esprime la gratitudine sua e di tutti i cittadini a colui che procacciò alla città l’onore e la gioia di tanta visita. Sorge tosto Gabriele d’Annunzio che anche questa volta trova una smagliante improvvisazione, che rapisce i presenti. Con poderosa sintesi afferma il dominio della civiltà italiana in Pisino, rileva la nobiltà delle armi con cui vi si combatte la grande lotta: la cultura. E’ particolarmente grato a color che hanno voluto imprimere come ultima nelle sue memorie di questo santo pellegrinaggio la immagine dolente, eppur ferma e audace di Pisino, ai cui cittadini rivolge parole dolcissime di conforto assicurandoli della sua più intensa ed operosa ricordanza”.

Al di là dei toni propagandistici ed entusiasti, si può comprendere come d’Annunzio fosse per l’epoca una specie di star che mobilitava le masse, persino nell’Istria. La lotta nazionale, come emerge dal resoconto, trova in d’Annunzio un perfetto interprete, sino a giungere al maggio del 1915. Significativa testimonianza del “Viaggio italico di Gabriele d’Annunzio alle città istriane che Teodoro Mayer felicemente volle e compì”, (questa la dedica) è rimasta nella bella pergamena donata al Mayer con il disegno della costa istriana e l’itinerario seguito dai gitanti via mare, mentre all’interno dell’Istria è segnata la località di Pisino. Sulla pergamena, che faceva parte dell’archivio dei Mayer fino al secolo scorso, è trascritto pure un brano della lettera inviata da Felice Venezian ad Ernesto Nathan subito dopo la crociera: “Sono stato con d’Annunzio auspice il nostro carissimo Teodoro Mayer, a fare un giro trionfale per l’Istria marina e montana. E’ stato un delirio di popolo che nessuna descrizione potrebbe ridire”.

Un delirio di popolo, scrive il Venezian ad Ernesto Nathan, futuro sindaco di Roma in carica sino al 1913. Ad ulteriore testimonianza che Gabriele d’Annunzio non solo era amato a Trieste ed in Istria, non solo egli sentiva di essere parte vivente dei territori adriatici, bensì rappresentava la speranza dei giuliani e dei dalmati, ben prima dello scoppio della seconda guerra mondiale. Trieste d’Italia, sarebbe divenuta tale, anche grazie a d’Annunzio, sedici anni dopo quella crociera.

Valentino Quintana

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1 commento

  1. L’ Istria merita sempre, come allora, il massimo rispetto… E, se si risulta capaci, ricambia come allora!
    Il simbolo sulla Sua bandiera è la capra, animale nobile… (Sgarbi convinciti).

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