Roma, 1 apr – A distanza di tanti anni da quando Giano Accame è mancato, è opportuno trattare un aspetto meno noto della sua personalità. Accame non fu solo scrittore, intellettuale e profondo conoscitore delle opere del senatore Costamagna, del quale fu discepolo, ma fu anche un uomo d’azione. Considerato il maggiore intellettuale tra i giovani della destra radicale del dopoguerra, Accame fu giornalista, scrittore, politico e rivoluzionario.

Nel 1946 la sua famiglia si trasferì a Milano e Giano Accame si alternò tra Milano e Loano, cittadina della riviera ligure di Ponente. La lotta politica era accesa e, anche se Loano era lontana anni luce dai misfatti che si stavano verificando in varie parti della regione, gli antifascisti avevano eretto una forca in piazza a lui dedicata e che nottetempo fu asportata e collocata dietro il suo tavolo di lavoro, nel suo studio. Quando Accame rientrò da Milano, essendo mancato Roberto Garuffi, coordinatore giovanile della Liguria, ne prese il posto, fedele interprete della linea indicata da Enzo Erra, e iniziò la sua opera di formazione culturale del gruppo giovanile genovese.

L’intellettuale e il rivoluzionario

Giano Accame, nei primi giorni di aprile del 1945, aderì alla Decima MAS e da allora ha inizio per lui una sorta di doppia personalità: l’intellettuale e il rivoluzionario. Su tale aspetto Accame ha scritto un articolo sul Secolo d’Italia: “….Io che sono rimasto fascista nel cuore non ho mai particolarmente amato la divisa di balilla, il falso piccolo fucile con il quale mi facevano sfilare, e mal sopportavo i miei capi, un mucchio di piccoli attivisti congestionati dalla voluttà del gregario che persino il sabato pomeriggio pretendevano di urlarmi degli ordini e comunicarmi la loro esuberanza. Ho cominciato ad attaccarmi al Fascismo il giorno in cui un vero fucile mi è stato posto nelle mani, e ancor di più quando la disfatta me lo ha tolto…”.

Quando l’Occidente, con a capo gli Stati Uniti e l’Inghilterra, trattaò, nel 1953, la cessione di Trieste e della zona B alla Jugoslavia, a Fabio De Felice, Cesare Pozzo e Franco Dragoni venne affidato l’incarico di organizzare, unitamente al gruppo giovanile di Trieste, le manifestazioni nel capoluogo giuliano. Giano autonomamente si incaricò di reperire le armi che sarebbero servite per opporsi in caso di cessione di quei territori. Fu sempre lui a organizzare poi la manifestazione di Genova, che venne indirizzata verso la federazione del P.C.I. la quale, malgrado fosse presidiata dalle forze dell’ordine, subì la distruzione di tutte le vetrate dell’edificio.

Giano acquistò un piccolo peschereccio con il quale era sua intenzione aiutare a sviluppare un’attività di pesca per un camerata invalido reduce della Rsi, ma l’attività non riuscì mai a decollare. Nella vicina Francia, intanto, era esplosa la questione algerina ed era nata l’organizzazione clandestina denominata OAS. Accame entrò in contatto con il gruppo dirigente facente capo al generale Salan, e venne stabilito che il peschereccio operasse per permettere il passaggio dalla Francia all’Italia di uomini e mezzi che non potevano attraversare legalmente il confine. Ed ecco che riemerge lo spirito di avventura di Giano, che volle partecipare ad alcune operazioni. Nel giro di due settimane si verificarono due incidenti, il primo determinato dalle condizioni atmosferiche: una burrasca mise in serio pericolo l’imbarcazione con tutto l’equipaggio, che miracolosamente riuscì a mettersi in salvo sfuggendo anche alla Guardia Costiera. Il secondo incidente si verificò, in piena notte, nelle vicinanze di Mentone: al segnale convenuto si avvicinarono a riva e tre personaggi e salirono a bordo con i loro bagagli, allontanatosi il peschereccio pochi metri dalla riva si accese a terra un faro e venne ordinato di rientrare. Per risposta venne aumentata la velocità, da terra venne aperto il fuoco e gli imbarcati rispondono con armi personali. Al rientro nelle acque territoriali italiane si accorsero che uno dei trasportati era stato ferito. Dopo varie peripezie riuscirono a sbarcare, ma il problema era il ferito e Accame si ricordò di un vecchio camerata che gestiva un piccolo villaggio turistico, il quale se ne prese cura e gli offrì rifugio e se ne prende cura, mentre un altro camerata, operatore sanitario presso un ospedale della zona, si occupò delle sue ferite e del ricovero in incognito.

Tutto per l’Alto Adige

L’operazione peschereccio lentamente andò esaurendosi ma altre questioni, non di minore importanza, stavano emergendo: è il caso dell’Alto Adige.
Dopo la conclusione del primo conflitto mondiale l’Alto Adige diventò territorio italiano e con l’avvento del Fascismo ne venne intensificata l’italianizzazione, ma in seguito all’occupazione tedesca si verificò una rigermenizzazione della regione. Molti altoatesini, che avevano optato per il mantenimento della nazionalità austrica, ed erano emigrati in Austria e in Germania, decisero di rientrare nel loro paese d’origine. Nel 1955, ottenuta la liberazione dell’Austria da parte delle forze di occupazione, nacque la SVP, guidata da estremisti etnici. Da allora iniziarono ad intensificarsi le manifestazioni favorevoli alla secessione dall’Italia. Una minoranza, con l’appoggio del MSI, cercò di opporsi, ma la consistenza dell’organizzazione missina nella regione era insignificante. Presto si passò dalla propaganda alle intimidazioni nei confronti della popolazione di lingua italiana e agli attentati a scopo dimostrativo. Rapidamente la situazione peggiorò, i secessionisti serrarono le fila dopo che George Klotz, unitamente ad un gruppo di neonazisti austriaci, venne in Italia determinato ad uccidere elementi delle forze dell’ordine. L’organizzazione terroristica era formata non solo da cittadini italiani di lingua tedesca ma anche da austriaci e da alcuni cittadini della Repubblica Federale di Germania, con la complicità delle autorità governative austriache, che concedettero basi operative oltreconfine. Nella notte tra l’11 e il 12 giugno 1961 fu compiuto un notevole numero di attentati, che fecero saltare circa cinquanta tralicci dell’alta tensione, e furono utilizzati circa trecentocinquanta ordigni esplosivi, che causarono la prima vittima italiana. Da allora, il movimento si radicalizzò e le azioni divennero cruente, raggiungendo l’apice il 9 settembre 1966, con l’attentato a Malga Sasso, una piccola caserma della Guardia di Finanza, poco distante dal passo del Brennero. L’esplosione provocò tre vittime tra i finanzieri.

A Roma si incontrarono Giano Accame e Tazio Poltronieri, segretario giovanile di Verona, per discutere della situazione in Alto Adige e, considerata l’inutilità degli sforzi di Esercito, Polizia e Servizi nel ristabilire l’ordine, Accame lanciò una proposta: “Perché non rispondiamo colpo su colpo, non in Italia, ma in terra austriaca?”. Tazio Poltronieri aderì entusiasticamente alla proposta e si impegnò a realizzarla. A seguito di un attentato in Alto Adige, per ritorsione venne collocato un ordigno a Ebersee, in alta Austria, che provocò la morte di un gendarme austriaco. Nella notte tra il 3 e il 4 dicembre 1979 vennero eseguiti sei attentati. Gli obiettivi scelti erano impianti di risalita di proprietà tedesca. Un ultimo attentato si verifica a Innsbruck. Il tragico bilancio del terrorismo in Alto Adige, dal 1956 al 1988, che ha provocato 361 attenati, vede cadere 21 vittime, tra le quali 15 appartenenti alle forze dell’ordine, 2 civili, e 4 terroristi. Malgrado l’intervento dei Servizi segreti, dei Carabineri della Polizia e di Gladio, nessuno era stato in grado di stroncare il terrorismo separatista. Soltanto la reazione proposta da Giano Accame e realizzata da Tazio Poltronieri seppe porgli fine. In una conversazione privata Giano mi disse: “Dobbiamo ringraziare anche Tazio Poltronieri se l’Alto Adige è rimasto italiano!”. Queste notizie sono inedite, frutto di conoscenza diretta e di confidenze ricevute personalmente da Giano Accame.

Sergio Pessot

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