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Cartastraccia, il libraio di Altaforte racconta Giovanni Papini



Milano, 23 feb – Le librerie hanno una voce e parlano. Spesso il richiamo è flebile, suadente e seducente a volte ha il suono di un miope grido gutturale. Questo succede quando tra le mani finisce una copia di Un uomo finito di Giovanni Papini. Fiorentino e toscano, toscano e fiorentino per questo polemista, come lo definì Antonio Gramsci, sublime dell’italietta che divenne Italia. Anche grazie ai suoi scritti. Alla ricerca eterna di una certezza certa, di una fede indistruttibile e di una verità vera “anche piccola, anche meschina – una sola”. Rivoluzionario. “Qualunque sia il governo del mondo sarò sempre all’opposizione. L’espressione naturale del mio spirito è la protesta“. Per questo occultato nella biblioteca d’Italia, con la condanna al silenzio inflitta per le sue pagine sugli ebrei tra le righe di Gog. Lui, per sua stessa ammissione, ebreo errante del sapere.

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Giovanni Papini nasce oggi e non morirà mai

Allievo di Max Stirner che incontrò “e mi parve di aver trovato finalmente il solo maestro del quale non potessi fare a meno. Dal solipsismo conoscitivo passai al solipsismo morale”. Giovanni Papini ha inciso nei suoi scritti le parole del vecchio Michelangiolo, “non nasce pensiero in me che non porti sculpita la morte”. In guerra contro chi imponeva allo spirito – i filosofi hanno come compito primario quello di rinnovare il pensiero, ma non hanno pensato “all’anima loro” – di conoscere se stesso. Al diavolo i greci del “conosci te stesso” e anche Ibsen con il suo “sii te stesso”. Un uomo finito, quindi? Neanche per sogno. Papini nasce oggi, tra queste poche righe, e non morirà mai. Proprio adesso mentre “mi sento di appiccare un incendio tale da non potersi più spegnere”. Fuoco e acqua.

Una figura insostituibile

Le sue tempeste hanno irrorato la prima metà del secolo breve, maledetto ‘900, mentre lui si è abbeverato in maniera sconvolta e rapsodica dalla cultura europea. “Finché sarà giorno resteremo a testa alta e tutto ciò che potremo fare non lo lasceremo fare dopo di noi”, Goethe canta fortuna all’alba. Canta nelle Sturm und Drang. Canta Papini e la sua voce, come quella delle librerie, ci chiama. Quel viso, quegli occhiali spessi come le incomprensioni e i cambi repentini d’idea, quei capelli alla Eisenstein hanno accompagnato la società ai piedi del “suicidio in massa, suicidio cosciente, concordemente deliberato, tale da lasciar sola e deserta la terra a rotolare inutilmente nei cieli”.

Autodidatta della conoscenza, appena diciottenne, arriva a chiedersi: “La vita è degna di essere vissuta?”. Rispondiamo noi, per interposta persona, sì. Perché fra’ Bonaventura, suo nome religioso, volle essere tutto. Antipatico anticipatore delle lettere che saranno. Il solo Eugenio Montale lo salutò davanti alla morte: “Una figura unica, insostituibile, a cui tutti dobbiamo qualcosa di noi stessi”. Noi stessi battezzati dagli scritti di Giovanni Papini lottiamo per “cambiare le anime” del mondo.

Lorenzo Cafarchio

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