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Roma, 7 mag – Una tragedia si sta consumando sotto i nostri occhi, peraltro nell’indifferenza generale. Il globalista, il cittadino del mondo (“io non sono italiano, la mia patria è il mondo!”), l’indomito open minded che sognava di abbattere tutti i muri (tranne quelli di casa sua), ora ha dovuto piegarsi al dogma del distanziamento sociale. La pandemia l’ha trasformato nel globalista distanziato. Colui che vagheggiava un’umanità meticcia, mescolata, leopardata, con qua e là qualche nuance togolese chic, si ritrova adesso a dover tenere a debita distanza il prossimo. Il celeberrimo “abbraccia un cinese” è divenuto un ben più pragmatico “don’t touch me”. Il “restiamo umani”, suo intramontabile evergreen, si è convertito nel più cinico “restiamo sani”.

Una catastrofe. Una tragedia. Una strage delle illusioni. Proprio colui che tesseva l’elogio dello sradicamento e della flessibilità, ora si ritrova smarrito, confuso, senza più punti fermi. Certo, ci sono ancora delle stelle polari nella sua vita. C’è sempre l’indignazione della Boldrini, la petizione su Change per salvare il toporagno del Nicaragua, i Fridays for Future, il razzismo verso i propri connazionali, l’indignazione della Boldrini (non è colpa nostra se è sempre indignata). Ma certo la sua vita è stata stravolta.

Sardine spione a altri autorazzisti

Con che faccia ora blastare il fascioleghista che blaterava di confini e porti chiusi? Da quale pulpito perculare chi, nel suo ostinato razzismo, si rifiutava di abbracciare il primo cinese che incontrava? Eppure conoscendo la sua stupefacente capacità di cavalcare lo spirito dei tempi, siamo certi che riuscirà a riconquistare il suo ruolo di sismografo della società, sempre al passo con l’ultimo trend. Anzi, a dire il vero non mancano i segnali incoraggianti. Già in questi giorni lo vediamo indulgere nella pratica della delazione, neanche fossimo ai tempi di Stalin. Così abbiamo visto le sardine riemergere dall’oblio e dichiarare, coram populo, di aver sventato su Telegram i loschi piani di alcuni furbetti ai quali, non paghi di aver perso il lavoro e dunque finalmente liberi di  dedicarsi all’ikebana, è venuta la sciagurata idea di scendere in piazza a manifestare il loro dissenso (tanto per ricordare quanto sono ingrati certi italiani).

Perché il globalista riesce sempre a trovare il suo posto al sole. Se prima era il cantore dell’ideologia no border, ora celebra le gioie dell’apartheid. Se fino a ieri non riusciva a comprendere come si potesse vivere nella città in cui si è nati, ora è divenuto il panegirista delle barriere in plexiglass e delle altre meraviglie della società non più tanto open. Perché il globalista, sia pur distanziato, è sempre al passo con i tempi.

Flavio Ferraro

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