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Roma, 14 apr – Da lunedì 20 aprile sarà disponibile sul sito di Altaforte Edizioni, e su tutti i marketplace italiani, il nuovo libro edito dalla casa editrice sovranista scritto da Gian Piero Joime, con la prefazione di Fabio Massimo Frattale Mascioli, dal titolo La guerra dell’energia. Tutto ciò che Greta Thunberg non ti racconterà (312 pag, 20,00€). Un saggio su ambiente ed energia redatto da un tecnico che risponde, senza preamboli, a tutti i dubbi sul tema mettendo in fila soluzioni, potenziali via di fuga, fenomeni geopolitici e la loro effettiva rappresentazione mediatica. Abbiamo raggiunto l’autore per capire cosa si cela davvero dietro a questa battaglia tra superpotenze, mentre l’Italia resta a guardare.

Sangue di Enea Ritter

Il suo libro è incentrato sulla corsa all’energia. Qual è lo scenario a livello mondiale?

Black Brain

Lo scenario energetico globale sta attraversando una fase di profondi mutamenti: la crescita della domanda, e del potere d’acquisto, di energia dei paesi asiatici, in particolare di Cina e India sta modificando i flussi delle materie prime energetiche; la crescente quota dell’elettricità nell’offerta energetica, anche per le funzioni d’uso relative al termico e alla mobilità; il grande sviluppo delle fonti rinnovabili, in particolare solare, idroelettrico, eolico, nel sistema dell’offerta energetica mondiale e il conseguente avvento di nuovi modelli di produzione e consumo, ovvero della cosiddetta generazione distribuita, costituita da un insieme di isole energetiche autonome e interconnesse. L’insieme di queste tendenze costituisce la base per una transizione epocale, dalla generazione del carbone alla generazione del sole, dallo stock al flusso, e determina una rivoluzione nelle strutture e nelle dinamiche del sistema energetico. La prospettiva della transizione energetica sembra particolarmente favorevole per quelle aree, come l’Italia, da sempre molto dipendenti dalle importazioni di fonti energetiche fossili e potenzialmente ricche di capacità industriale e di spinte innovative, aprendo la strada ad una maggiore autonomia energetica.

Viviamo nell’epoca dell’economia che regola la politica. La corsa all’energia quanto risente di questa situazione?

Il sistema energetico mondiale è un sistema strategico e quindi è da sempre estremamente regolato. Se il vincitore della guerra dell’energia sembra il mercato, con  una visione più attenta si evidenzia che in questo complesso e vitale sistema competitivo, i prezzi e le tecnologie, la generazione distribuita e il gas, il nucleare e il petrolio, dipendono non solo dalle capacità industriali, ma anche, e direi soprattutto, dai funzionamenti delle istituzioni pubbliche, determinanti nel definire le direzioni, nel promuovere e dirigere la ricerca e le innovazioni, nel coordinare i processi di modernizzazione. In questo complesso sistema, si riafferma la supremazia dello Stato rispetto alle formule sovranazionali, come si è ampiamente potuto vedere ad esempio in Libia, Tunisia, Egitto ed Iraq, dove sicuramente inglesi e francesi, hanno tutelato i loro interessi nazionali prima ancora di quelli europei.

Il terrore con cui Chernobyl, prima, e Fukushima, dopo, hanno avvolto il nucleare è giustificato? 

Il terrore per il nucleare è stato strumentale alla distruzione di un importante settore strategico nazionale, ovviamente a favore di una forte crescita delle importazioni di petrolio, gas e carbone e della conseguente maggiore dipendenza energetica. Negli anni ‘60 l’Italia era il terzo produttore di energia nucleare al mondo; con il referendum del 2011, successivo a quello del 1987, il nostro paese chiudeva definitivamente il capitolo del nucleare, rinunciando a tecnologie e saperi unici al mondo. Purtroppo, oggi le evoluzioni tecnologiche nel settore sono talmente avanzate che riproporre la questione nucleare sarebbe auspicabile ma economicamente molto difficile, per assenza di capacità manageriali e di tecnologie di proprietà, per difficoltà istituzionali, oltre che di difficile gestione politica.

E le fonti rinnovabili?

Premetto che le energie rinnovabili sono oggi integrative al mix energetico nazionale, specialmente per la quota di elettrico, e non sostitutive. Ovviamente, maggiore sarà la capacità di dotarsi di fonti rinnovabili, minore sarà la dipendenza dalle fonti fossili. Il costo della generazione elettrica dell’eolico è diminuito di circa un quarto dal 2010, quello del fotovoltaico del 73%, per merito di dinamiche di mercato e dell’evoluzione tecnologica. Passare alle energie rinnovabili nella nuova produzione elettrica non è più solo una decisione rispettosa dell’ambiente, ma anche una vantaggiosa scelta economica. Le fonti rinnovabili attirano due terzi degli investimenti mondiali in capacità di generazione, gli investimenti totali nelle energie rinnovabili sono cresciuti da 40 miliardi di dollari nel 2004 ai 333 miliardi nel 2017. I dati nel report annuale di Bloomberg New Energy Finance (BNEF) del 2017 sono tutti positivi. Una grande opportunità per l’Italia, ancora molto dipendente dalle fonti fossili, importate da pochi Paesi, ma già quinta potenza mondiale per installazione di fotovoltaico, e ricca, nelle università, nei centri di ricerca e nelle imprese, di capacità tecnologiche e vocazione all’innovazione.

L’imperialismo statunitense e l’astro nascente cinese si sfideranno a colpi di piani energetici?

Gli Stati Uniti sono oggi il primo produttore mondiale di petrolio e di gas. La Cina è il primo produttore mondiale di carbone. Entrambi i paesi sono potenze nucleari. La sfida è quella di detenere più energia possibile: un terreno di scontro è sulle energie rinnovabili, sia per il dominio delle materie prime, largamente presenti nelle miniere africane, che per il dominio delle innovazioni tecnologiche.

L’Italia in tutto questo? Esiste un piano di sovranità energetica secondo lei?

In Italia c’è un documento, Strategia Energetica Nazionale, del 2017. Non lo definirei però un piano per la sovranità energetica, ma uno stato dell’arte e una serie di linee guida per gli operatori. La direzione e l’azione strategica dell’energia italiana è infatti multipolare: governo, regioni, autorità e grandi aziende, ovvero Enel, ENI e Terna. In Italia secondo le fonti Enea, il gas naturale con una quota del 36,5% rimane la prima fonte energetica nel mix nazionale, segue il petrolio, che contribuisce con meno del 34%, e infine, tra le fonti fossili, il carbone, che ora ha una quota di solo il 6%. Le rinnovabili invece raggiungono nel 2017 una quota del 19% nel mix energetico, con una crescita dell’8% di eolico e solare. Nel 2017 l’Italia ha la quota di energia elettrica da fonti rinnovabili più̀ elevata tra i principali Paesi europei, seconda solo alla Svezia. Ma se è vero che il nostro Paese è tra i primi al mondo per impianti di fotovoltaico è purtroppo anche vero che questi sono in gran parte realizzati con tecnologie e apparati esteri, con il rischio di mantenere la dipendenza dalle fonti fossili e divenire dipendenti anche dalle tecnologie per le rinnovabili. Da non sottovalutare nello scenario lo scacchiere internazionale del settore del petrolio e del gas. Nonostante la grande capacità competitiva globale di Enel ed ENI, c’è in tal senso uno scontro tra USA, Russia e Cina, dove forse avremmo potuto avere un ruolo significativo se avessimo mantenuto un posizionamento strategico in Africa. Direi quindi che un piano per la sovranità energetica nazionale è un presupposto determinante per la rinascita economica nazionale.

Cosa dovrebbe fare quindi la nostra Nazione in tal senso?

Una strategia energetica con un chiaro e forte piano d’azione per lo sviluppo delle rinnovabili elettriche, mirata a ridurre la dipendenza dalle importazioni e a rafforzare un settore industriale endogeno, creando una consistente filiera nazionale per la produzione di pannelli solari e di pale eoliche, di inverter e di sistemi di storage, di smart grid, di auto e di colonnine elettriche. Una strategia che si adatti alla struttura del sistema socioeconomico italiano, caratterizzato dall’interazione tra grande impresa e piccole medie aziende innovative, e dunque naturalmente propenso allo sviluppo della generazione distribuita e allo sviluppo delle comunità dell’energia. Una grande opportunità per l’Italia, ancora molto dipendente dalle fonti fossili, importate da pochi Paesi, ma già quinta potenza mondiale per installazione di fotovoltaico, e ricca, nelle università, nei centri di ricerca e nelle imprese, di capacità tecnologiche e vocazione all’innovazione. Una politica energetica e ambientale coerente alla grande transizione rappresenta un’occasione formidabile di sviluppo del Paese, coniugando indipendenza energetica, salvaguardia ambientale e sviluppo industriale, in cui gli enti pubblici e le imprese innovative devono e possono svolgere un ruolo trainante ed esemplare, di sintesi tra crescita economica e nuovo benessere. Mentre sembra d’altra parte plausibile, in questo scenario di progressivi e rapidi e turbolenti cambiamenti, il rischio della deriva periferica, o al massimo del destino subalterno, per quei sistemi Paese che non riusciranno a cogliere il potenziale del cambiamento, a definire modelli di sviluppo adeguati, e mancheranno di coraggio nelle scelte politiche e nelle innovazioni.

Lorenzo Cafarchio

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