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homo faberRoma, 18 gen Cos’è il genio? Chi ha mai guardato il capolavoro di Monicelli “Amici Miei” lo sa alla perfezione: è fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione.

La questione del genio in effetti assume una sua importanza centrale in un’epoca dominata da un vuoto nichilismo senza anima, in cui letture postmoderniste di Nietzsche ed Heidegger hanno portato alla ribalta una lunga serie di ciarlatani anti-umanisti, che credono che il massimo del rivoluzionario sia il ridurre l’uomo ad una bestia, e non elevarlo al superuomo. Fortunatamente, questi buffoncelli sono destinati ad estinguersi per motivi eminentemente anagrafici, e così possiamo concentrarci sul nocciolo vero di ogni tendenza sinceramente e schiettamente umanista: l’uomo è una sorta di scimmia che usa la forchetta o magari è qualcosa di più? Non è un discorso ozioso: secoli di empirismo, di utilitarismo, di sensismo ci hanno resi fiacchi, intorpiditi, incapaci di rapportarci al mondo, incapaci di plasmarlo secondo una maestosa progettualità che vede avanti decenni. Siamo pigri e passivi consumatori, e questo ovviamente esclude ogni prospettiva anche solo vagamente rivoluzionaria.

A queste imposture filosofiche si è poi aggiunta quella “scienza” partorita in primo luogo dalla mente di Freud che fa del cervello umano una sorta di muscolo difettoso, oltre che una indebita applicazione della teoria darwinistica (che va benissimo per spiegare l’evoluzione biologica) al medesimo. E quindi giù tutti gli specialisti del pensiero a discettare sull’individuo sano che sarebbe quello che assume comportamenti adattivi, ovvero…si fa andare bene il mondo circostante.

George Bernard Shaw sintetizzava in modo eloquente la situazione: non si più ammirare contemporaneamente l’adattarsi e l’invenzione, perché l’invenzione per definizione rimescola le carte in tavola. Forse nemmeno lui si rendeva conto di quello che voleva dire, e cioè che l’uomo, idealisticamente inteso come soggetto della storia, non è esplicabile secondo il meccanicismo darwinista degli “scienziati” del cervello. In altre parole, se la nostra specie fosse stata “adattiva”, ci saremmo fermati alle economie di caccia e raccolta: l’uomo o adatta il mondo a se stesso, o cessa di essere uomo in quanto tale.

Da un punto di vista più squisitamente politico, un comportamento “adattivo” è la passiva accettazione dello status quo, la vigliaccheria, il disimpegno, l’uno vale uno, la non-militanza, il tengo-famiglia, l’acquiescenza verso le angherie e le prepotenze di chi abusa del suo miserabile potere. Esiste di fatto oramai persino una ideologia dell’adattismo anti-umanista ed ultraliberista, come dimostra il saggio di Peter Sloterdijk dall’eloquente titolo: “Devi cambiare la tua vita”, magnifico esempio di come ragionano i postmodernisti, che dei due grandi pensatori tedeschi hanno letto tutto e capito poco. Il mondo non ti va bene? È un problema tuo, adattati, fai yoga per combattere lo stress, copula come un coniglio in calore, concentrati sulla carriera, fai di tutto per avere la migliore posizione possibile all’interno del sistema che ti angoscia. Decenni a dire che le ideologie sono morte, che l’umanesimo classico è morto, che le grandi narrazioni sono morte per poi, semplicemente, acquietarsi sugli allori della propria oscena individualità narcisistica.

Dall’altra parte, esiste ancora una sparuta schiera di folli (non adattati ne adattabili) che continua a pensare che il mondo possa e debba essere cambiato, che l’Italia e l’Europa possano risollevarsi dalla sconfortante situazione in cui sono prostrate e comunque anche se così non fosse meglio morire sapendo di averci provato piuttosto che fare la morte di paglia per vigliaccheria. I vichinghi chiamavano infatti in questo modo la morte tranquilla e serena di chi non aveva mai combattuto, e per questo era escluso dal Walhalla degli eroi.

Perché l’uomo non è un animale, se non sotto il secondario profilo biologico (l’unico a cui si può adattare il darwinismo). L’uomo è il demiurgo dell’universo, per ora limitato a questa minuscola geosfera, ma in prospettiva proiettato verso le stelle.

Matteo Rovatti

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