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Roma, 29 nov – Eccoci al 29 novembre, il Black Friday, la data attesa da milioni di consumatori per avere sconti sui loro acquisti, online e non. Oggi non è solo la festa dello shopping pre-natalizio ma anche la data scelta per il “global strike”, l’ormai celeberrimo Fridays for future, lo sciopero globale per il clima che in tutto il mondo coinvolge giovanissimi studenti nella lotta ai cambiamenti climatici. Ma attenzione, storcere il naso non può bastare: capire la portata dei due eventi è fondamentale se si vuole arrivare ad una soluzione “altra”, che non si limiti alla semplice reazione di stizza verso il movimento creato sotto le insegne di Greta Thunberg. 

Essere “reazionari” non serve

Non si può e non si deve affrontare la questione Greta con una battaglia di dispetto, di scherno, di semplice presa in giro verso tutti quegli studenti che, informati o no, partecipano agli scioperi. È vero (noi del Blocco Studentesco ci siamo stati), forse la maggior parte non ha la minima idea di cosa stia facendo, per molti è solo un occasione per fare sega a scuola che in questo compito li facilita con le giustificazioni firmate dal ministero, per molti è una moda da assecondare in una gara a chi porta il cartellone più deficiente. Gli studenti però non sono scemi, come non sono scemi tutti quelli che in questo momento stanno sfruttando i saldi del Black Friday per portare a termine acquisti utili. Fare la morale su quanto sia consumista e capitalista questo sistema non serve se non si lavora ad un’alternativa reale.

Se Greta Thunberg esiste e ci parla del clima non vuol dire che i problemi dell’ambiente non siano reali. Vorrebbe dire affrontare la grande macchina che si cela dietro il suo volto con la stessa mentalità con cui i terrapiattisti affrontano il fatto che la Terra sia un geoide: “Se mi dicono che è tonda io non ci credo”. Ma che la Terra non è piatta è un fatto e a risolvere il dilemma ci avevano pensato già greci e romani molti anni prima di Cristo. Anche che la Terra subisca lo sfruttamento intensivo è un fatto. Dividersi in gretini e anti-gretini vuol dire fare il gioco di chi ha messo la bambina svedese come maschera al problema, significa scivolare nel più basso complottismo sterile, trasformandoci tutti in veri cretini.

Il nemico della Terra si chiama globalizzazione

È vero, i vaghi e sempre generici “cambiamenti climatici” non sono la minaccia principale al pianeta Terra e all’Umanità. Ci dispiace informare il ministro dell’Istruzione, Lorenzo Fioramonti, che la prima minaccia alla Terra e alle sue specie (compresa quella umana) ha nome “globalizzazione”. Chiamatela mondialismo, chiamatela uguaglianza universale o villaggio globale… come vi pare. Ma deve essere riconosciuta come reale minaccia agli ecosistemi la tendenza egualitaria, liberale e progressista che vuole la scomparsa delle differenze. È questa la vera “desertificazione” di cui sentiamo sempre blaterare. Il deserto arriva quando ogni differenza, di sesso, di razza, di religione, d’identità, di Nazione, scompare per lasciare posto al nulla.

Qui sta il punto: il pulpito da cui arriva la predica di Greta è quello del grande capitale finanziario. Qui sta il grande bluff del movimento “gretino”: il pianeta non sarà salvato dalle multinazionali, dalle Spa o dalle banche e nemmeno dall’Onu. Come si può pensare che questo tipo di società possa imporre una svolta reale a questioni gravose come lo spreco, lo spopolamento delle aree rurali, l’inquinamento del terreno e delle acque, lo sfruttamento intensivo delle risorse e l’urbanizzazione selvaggia? Anche qui, il problema non è il Black Friday come “festa del consumismo” (il risparmio è un bene per le famiglie), ma il Black Friday come filiera industriale che produce sottocosto nel sud-est asiatico per rivendere all’Occidente “green”.

Un cambio di paradigma, una svolta identitaria

Serve un cambio netto di paradigma: se vogliamo che i nostri ecosistemi, come le nostre nazioni, tornino a vivere e a respirare bisogna tornare a fare, a produrre, ad incentivare la filiera nazionale e ha lanciare un messaggio chiaro al mondo. Ovvero che in Italia non si compra da chi usa schiavi per produrre, che i nostri mari non sono in vendita, che la nostra terra non sarà lavorata da mani straniere, che le nostre aziende non chiuderanno per delocalizzare all’estero, le nostre future generazioni non andranno a lavorare e studiare fuori.

Si pensa spesso che l’uomo sia qualcosa di estraneo all’ambiente: in realtà ne fa parte, ed è suo compito migliorarlo attivamente con la ricerca costante di un equilibrio tra la sua vita e ciò che “esiste” intorno a lui. Per salvare l’ambiente è necessario prima salvare l’uomo, preservarlo dal rischio estinzione che arriva da quel liberismo che riduce progressivamente la presenza dello Stato nei comparti strategici, perché ostacola l’espansione del processo di globalizzazione. Salvarlo dalla sinistra cosmopolita che cerca di sradicare quei valori “oscurantisti” come sesso, razza, religione, identità, tradizione. Salvarlo dalla censura , dalla dittatura del politicamente corretto. Bisogna salvarlo attraverso quei diritti sociali come casa, lavoro, sanità, istruzione, previdenza e assistenza sociale, che attualmente sono progressivamente eliminati perché incompatibili con la massimizzazione del profitto e il diktat malthusiano sulla carenza delle risorse. Insomma salvarlo da tutto ciò che annienta l’uomo e la sua umanità in nome del denaro.

Quando dici Italia dici il nome mio

La rivoluzione non si trova nei programmi del Miur, nemmeno in quelli della Open Society e delle “Sardine”. La rivoluzione porta il nome di Italia e ha il volto delle campagne coltivate, delle montagne incontaminate, dei mari che incorniciano la nostra penisola come un opera d’arte. I giovani devono assolutamente scansare i cattivi maestri e seguire la via di un ritorno alla propria terra, al proprio lavoro e al propri posto nel mondo. Ci piace pensare che il nostro tricolore (verde, bianco e rosso) possa diventare il vessillo di un’ecologia più vera e profonda perché in fondo sono “i colori della nostra primavera e del nostro paese, dal Cenisio all’Etna; le nevi delle alpi, l’aprile delle valli, le fiamme dei vulcani”. È certo che quando la marea dei Fridays for future sarà passata, resterà quel senso d’insoddisfazione che molti giovanissimi provano guardandosi intorno. Lì dovranno avere una bussola chiara e una mappa con tutti i riferimenti necessari ad orientarsi. Solo con una direzione da seguire si è veramente liberi. Anche nel deserto del globalismo.

Libero Baluardo

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