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Il caso Weinstein e quella pericolosa credenza che lo stupro sia “soggettivo”

by Adriano Scianca
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Roma, 13 ott – Il caso Weinstein ha aperto, come era facile immaginare, un ampio dibattito internazionale che va ben al di là della singola questione del produttore molestatore. In queste ore, quasi ovunque, in Occidente, si sta parlando del rapporto tra uomini e donne, di quello fra queste due categorie e il potere, di cosa è stupro e molestia e cosa no. Prendiamo il caso di Asia Argento: giovane attrice alle prime armi – ma non certo estranea all’ambiente, non foss’altro che per influenza paterna – l’italiana fu ricevuta da Weinstein con la scusa di un party che, in realtà, non era neanche in programma. Facendo valere la sua autorità e il suo potere, l’uomo le praticò del sesso orale. I due, poi, si frequentarono ancora per anni, avendo, per stessa ammissione di lei, rapporti consensuali. Ha torto oggi, l’attrice, a ricordare l’esperienza come traumatica, umiliante e intrinsecamente “violenta”? Ovviamente no, chi siamo noi per giudicare la percezione soggettiva di un fatto a cui non eravamo presenti. Un reato, però, o anche semplicemente uno stigma sociale non può basarsi su una percezione soggettiva. Questo è il punto fondamentale. Negli Usa, e poi, a ricasco, anche da noi, si sta invece facendo largo, da prima del caso Weinstein, la pericolosa tendenza contraria.

Vediamo di capirci: lo stupro è uno dei crimini più miserabili che ci siano. E colpevolizzare chi lo ha subito con la scusa che “se l’è cercata”, “ha inventato tutto”, “in realtà le è piaciuto” è ovviamente un’operazione squallida. Ma, proprio per la gravità dell’accusa, bisogna anche tutelare chi, eventualmente, se la veda cadere addosso ingiustamente. Non diciamo questo in difesa di Weinstein, che è particolarmente poco credibile nelle vesti di vittima e appare respingente sotto ogni punto di vista, ma in linea generale. Gli stupratori vanno puniti severamente, ma dopo aver accertato, con il grado maggiore di oggettività possibile, che lo stupro lo hanno commesso veramente. E qui si apre un altro capitolo: cos’è uno stupro? Nel caso di una violenza plateale, nessuno ha grosse difficoltà a individuarne il profilo. Ma, ovviamente, ci può essere stupro anche in mancanza di violenza: tramite una minaccia, per esempio: “So dove va a scuola la tua bambina, fai sesso con me o la ucciderò”. Lo stupratore non alza un dito, ma è sempre stupro.

C’è poi la questione degli abusi di potere, che ci allontana forse dallo stupro propriamente detto, ma che resta comunque nell’ambito dell’indegnità assoluta. È il caso, per esempio, di un professore che faccia capire a una studentessa che per passare l’esame occorre sottostare alle sue voglie: abbiamo qui una persona che sfrutta sessualmente un’altra persona posta in stato di minorità, come lo è una studentessa nell’ufficio di un professore. Bisogna tirare una riga, tuttavia, e stabilire che dopo un certo punto siamo in presenza di rapporti magari squallidi, ma legittimi. Dove tirarla? Difficile stabilirlo in astratto, ma va comunque fatto. Non tutte le relazioni asimmetriche sono illecite, per esempio. Il mondo è pieno di uomini di potere che stanno con belle donne. È vero amore? È convenienza? Non ci riguarda, ma di sicuro, nella stragrande maggioranza dei casi, non c’è violenza né concreta né simbolica.

Altrimenti qualsiasi starlette, un giorno, potrebbe citare per stupro il suo ex partner potente, spiegando che proprio quel potere è stato il fattore che, con un ricatto tacito ma pressante, l’ha costretta alla relazione. Così non se ne esce, insomma. Lo stupro, come dicevamo, va ricondotto a parametri oggettivi. E invece la tendenza sembra essere quella opposta, soprattutto se osserviamo certe leggi varate in America, dove lo stupro si configura non come atto sessuale in presenza di un “no” esplicito, ma come atto sessuale in assenza di un “sì” esplicito. Il che complica decisamente le cose. Per capire la deriva, si veda il testo sottostante. Si tratta dell’incipit di un articolo della rivista femminile Elle sugli stupri nei campus americani. A parlare è una ragazza, che racconta la sua esperienza:

«“Ti accompagno a casa?”. Quando me lo chiese erano le due del mattino. Stavamo uscendo da una festa di un’associazione studentesca», ha raccontato tra le lacrime Alana, una studentessa dell’Occidental College di Los Angeles (lo stesso in cui ha studiato Obama). «Io ero appena arrivata in California, da un villaggio rurale dell’Indiana. L’invito di uno studente più grande mi aveva lusingato. Complice l’allegria provocata da qualche bicchiere di troppo, non ci pensai due volte ad acconsentire. Ma appena entrati in auto, mi mise una mano sulla coscia. Non dissi nulla perché non volevo fare la figura della ragazzina provinciale che non sa come vanno le cose nelle grandi città. Non dissi nulla neanche quando, dopo pochi minuti, mi sfilò le mutandine, abbassò il mio sedile e mi salì sopra. Mi veniva da piangere e mi sentivo una stupida. Ma ero congelata. Mezza ubriaca e terrorizzata all’idea di quello che avrebbe potuto raccontare in giro se gli dicevo di no».

Di nuovo, non si tratta di mettere in questione l’esperienza soggettiva della ragazza, che può sicuramente essere stata traumatica. Ma, diciamola tutta, come diamine faceva quel povero ragazzo a capire che lei non fosse consenziente, se non glielo ha mai detto? Come si diceva sopra: la percezione soggettiva non può bastare, da sola. Ma, certo, in epoca di politicamente corretto e di sensibilità individuali esacerbate, il recupero dell’oggettività non sembra decisamente in cima alla lista delle priorità.

Adriano Scianca

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