Roma, 21 apr – Come è noto a chi si interessa alla storia del Novecento, allo scoppio di quella che fu definita la Grande Guerra, Benito Mussolini, socialista rivoluzionario e direttore dell’Avanti! dal 1912, fu propenso inizialmente per il neutralismo assoluto, continuando coerentemente a professare gli ideali pacifisti della sua giovinezza. Successivamente mutò atteggiamento e si orientò verso l’interventismo così come altri importanti personalità del PSI come Leonida Bissolati e Gaetano Salvemini seguiti da esponenti del socialismo riformista e del sindacalismo rivoluzionario come Alceste De Ambris e Filippo Corridoni.

Infatti nel lungo articolo apparso sulla “terza pagina” del quotidiano socialista, dal titolo Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva ed operante, il direttore spiegò ai suoi compagni come il neutralismo avrebbe condannato il partito all’isolamento politico. Questo radicale mutamento di posizione è stato molto dibattuto in ambito storiografico; una interpretazione che può essere forse la più veritiera del pensiero mussoliniano è quella che vede il nuovo corso del futuro Duce dovuto al fatto che con la guerra la società borghese si sarebbe dissolta e quindi il trionfo della rivoluzione sociale sarebbe stato imminente; pertanto con l’entrata nelle ostilità belliche i lavoratori avrebbero avuto le armi anche per la lotta armata alla borghesia oltreché per combattere contro gli Imperi centrali.


Mussolini si mise in conflitto con la dirigenza del partito socialista, rassegnò le dimissioni e fondò un proprio quotidiano, Il Popolo d’Italia, il cui primo numero uscì il 15 novembre 1914 nel quale poté esprimere la sua nuova linea politica sempre fondata sul socialismo non più internazionalista e marxista, ma «nazionale» e di conseguenza venne espulso definitivamente dal PSI. Nonostante lo statuto del partito lo vietasse, in seguito a reciprochi violentissimi articoli di opposta opinione, Mussolini sfidò a duello con la sciabola Claudio Treves, il quale venne ferito diverse volte, mentre riuscì a colpire l’ex direttore ad un orecchio. Il diario che Mussolini tenne durante il suo servizio militare pubblicato in quindici puntate sul suo nuovo quotidiano è senza dubbio uno dei miglior libri scritti della memorialistica sulla prima guerra mondiale.

Il 31 agosto 1915 venne richiamato alle armi nel VII reggimento bersaglieri e assegnato al XI reggimento come soldato semplice, successivamente fu promosso caporale. Combatté sul fronte del Monte Nero, il Vrsig e lo Jaworcek. In queste pagine l’agitatore romagnolo descrive la guerra di trincea, senza retorica e con una prosa asciutta e priva di fronzoli, in cui il lettore vive giorno per giorno, quasi ora per ora, gli anni del conflitto: i disagi materiali, le attese, le marce in montagna, le condizioni avverse del tempo, la paura (ma non le viltà) della morte, la nostalgia della famiglie di origine, che questi ragazzi provenienti da ogni angolo d’Italia provavano, sono sopportati da Mussolini e i suoi commilitoni in maniera eroica, priva di lamentele, e il futuro Capo del governo fascista, qui poco più che trentenne, risultava essere apprezzato per le sue qualità combattentistiche e di coraggio che lo resero popolare tra i soldati e gli ufficiali in prima linea. Non mancano anche i lati positivi della vita in comune: il cameratismo, la goliardia e la voglia di cantare per sollevare il morale della truppa così provata da un’esperienza terribile.

Un bersagliere mantovano che avvicina il “figlio del fabbro” si esprime in questo modo: «Signor Mussolini, giacché abbiamo visto che lei ha molto spirito (coraggio) e ci ha guidati nella marcia sotto le granate, noi desideriamo di essere comandati da lei…». Da questo episodio si può notare come un personaggio pubblico noto per essere un leader, è niente affatto che sprezzante o superiore verso chi, come lui, proviene dal popolo: operai, contadini, piccola borghesia impiegatizia. L’avventura della guerra per Mussolini si conclude col suo ferimento il 23 febbraio 1917 durante un’esercitazione con il lanciabombe dove viene investito dalle granate le cui schegge gli saranno estratte e verrà ricoverato presso “l’ospedaletto 46” di Ronchi. Anche il re corse al suo capezzale e lo inciterà a resistere al dolore delle numerose ferite riportate. Il diario si conclude qualche giorno più tardi, il 18 marzo, con il suo congedo e la laconica nota nella quale Mussolini scrive di essere l’ultimo ferito rimasto.

Con il titolo Il mio diario di guerra (1915-1917), le quindici puntate vennero raccolte in volume nel 1923 dalla casa editrice «Imperia» del Partito Nazionale Fascista. Durante il Ventennio si pubblicarono altre edizioni non identiche e nel secondo dopoguerra il diario apparse nel 1961 nel trentaquattresimo volume dell’Opera omnia mussoliniana curata da Edoardo e Duilio Susmel per La Fenice. Attualmente il libro è pubblicato dalla Società Editrice Il Mulino, Bologna, 2016, dalle Edizioni di Ar, Padova, 2015 e da Rubbettino Editore, Catanzaro, 2016, come Giornale di guerra 1915-1917.

Franco Brogioli

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