Fresco di fiera (è proprio il caso di dirlo!) ed edito da Idrovolante edizioni, Le avventure romane di Enomoto Takeshi è l’ultima fatica surrealista firmata da Fabrizio Ghilardi – già autore di Wembley in una stanza e Efferati delitti e d’altre storie macabre.
Incontro Fabrizio Ghilardi davanti al camino della sua casa di campagna. Non ci sono i riscaldamenti e fuori piove.

È appena uscito il suo nuovo romanzo e lei ha lasciato Roma.
«Roma è una categoria dello spirito. Quella di mattoni e cemento mi ha stufato. Preferisco la campagna. Trovo maggiore ispirazione per scrivere i miei racconti».

Però nel nuovo romanzo che si intitola Le avventure romane di Enomoto Takeshi (pubblicato da Idrovolante Edizioni) parla di Roma.
«La storia si svolge a Roma. Protagonista del nuovo racconto è il giapponese Enomoto Takeshi che già compare in uno dei racconti brevi (Di fotografie e di spiriti) e che nell’occasione incontra a Roma un altro dei miei personaggi, Monsignor Guido Gherardi (Di apparizioni e di sparizioni misteriose), Prelato Domestico di Sua Santità Pio X, stimato reverendo della Curia Romana, tradizionalista con forte avversione ai movimenti modernisti di inizio secolo scorso. Il luogo di svolgimento della narrazione, sebbene reale, è incentrato nei luoghi scomparsi di Roma, dal Quartiere Alessandrino a Piazza Montanara, dalla collina della Velia alla Spina di Borgo e offre un’attenta ricostruzione topografica e urbanistica della città all’epoca degli sventramenti che mutarono il volto di Roma dopo l’unità d’Italia e durante il Fascismo. È una Roma che c’è e non c’è».

Il romanzo è molto ironico e surreale.
«Giocando sulla realtà dei luoghi e al contempo sulla loro irrealtà in quanto mutati nel momento in cui scrivo e il lettore esplora, l’impianto fantastico del romanzo alterna al realismo descrittivo la creatività narrativa tipica della fiaba e lo rende una sorta di sperimentazione pittorica cubista o comunque d’avanguardia, per cui il sottoscritto come Cezanne “maltratta le forme, riduce tutto, luoghi, figure, case, a schemi geometrici, a cubi” – nel nostro caso maltrattando lo spazio e il tempo a mio piacimento, riducendolo a schema in cui frammentare le vicende per dare pieno risalto ai meccanismi della mente dei protagonisti, nella ricerca delle evidenze sul mondo dell’aldilà e su quello dei sogni. Troppo complicato?».

No, ma va letto per comprendere meglio quello che dice, perché spesso la sua narrazione si rifugia nell’irrealtà.
«La dimensione irreale dei dialoghi e degli eventi narrati e il generale nonsense che si respira nel racconto, uniti a una tendenza allo sconfinamento nei territori del soprannaturale, della magia, dell’irreale e dell’assurdo avvicinano “Le avventure romane di Enomoto Takeshi” ai modelli surrealisti che dal Settecento con il Tristram Shandy di Sterne arrivano alla Patafisica di Alfred Jarry, al mondo visionario di Flann O’Brien e a quello di Boris Vian, fino a Perengana di Roberto Vacca».

Chi è Enomoto Takeshi?
«Il nostro giapponese, che dice di essere nipote del Visconte Enomoto Takeaki – personaggio realmente esistito, samurai e ammiraglio della flotta navale imperiale giapponese, il cui fratello davvero si chiamava Enomoto Takeshi – è affascinato dall’ignoto, dalla ricerca della vita dopo la morte, e dallo spiritismo si confronta – rimanendone affascinato – con i dogmi della fede cattolica che Monsignor Gherardi gli spiega. Enomoto Takeshi sfida il costume dell’epoca, le convinzioni e le sovrastrutture imposte dai condizionamenti borghesi di primo Novecento ipotizzando varchi spazi temporali, mondi paralleli e apparecchi come il cronovisore che nei primi anni Settanta del secolo scorso fu attribuito a padre Pellegrino Ernetti, un monaco benedettino italiano che però non fornì mai alcuna prova concreta della sua invenzione».

Quanto c’è di personale nel personaggio di Enomoto Takeshi?
«Almeno quanto c’è di personale in Monsignor Gherardi».

Nel tessuto della narrazione oltre a un impianto fortemente surrealista c’è spesso l’intervento del monsignore che parla di Fede.
«Indubbiamente, in qualche momento della narrazione si scorgono gli echi della letteratura apologetica dell’Ottocento del gesuita padre Antonio Bresciani che nei suoi romanzi tiene viva la reazione cattolica contro lo spirito rivoluzionario, quel “brescianismo” che con astio Antonio Gramsci citava nei suoi Quaderni come “letteratura (…) di nascosti o manifesti spiriti reazionari”. Incontro-scontro tra Occidente e Oriente, tra religioni, e tra diverse credenze popolari, il mio romanzo cerca di spiazzare e di divertire il lettore che cerca di districarsi tra un Acernatore, un Phonoakustischer Repeater e un Occhiale Traslatore Linguistico di Secondo Livello, strumenti di fantasia che sono evidenti citazioni di altrettante fantasticherie di Vian o di O’Brien, quali il pianococktail o l’uomo integrato nella bicicletta, mentre compaiono santi martiri con due piedi sinistri e strani personaggi degni del Grand Guignol».

La tua mail per essere sempre aggiornato

1 commento

Commenta