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Trieste, 14 lug – La vulgata filoslava fa iniziare ex abrupto le persecuzioni fasciste contro gli sloveni con l’incendio del Balkan – in cui aveva sede la Narodni Dom slovena – del 13 luglio 1920, spesso definito come la nascita dello squadrismo fascista: ma non fu così.

L’eccidio di Spalato

Ecco i fatti. Due giorni prima dell’incendio del Balkan, l’undici luglio, a Spalato nel corso di violenti incidenti con la minoranza croata, sono stati uccisi due italiani: il Comandante Tommaso Gulli e il suo motorista Sottocapo Aldo Rossi, della Regia Nave Puglia. Spalato – promessa dal Patto di Londra all’Italia – era amministrata, in attesa del trattato di pace, da una delegazione del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni e dal 9 novembre del 1918 nella città dalmata erano presenti navi francesi e successivamente anche qualche nave italiana. Dal 25 febbraio 1919  le forze inter-alleate, sotto il comando di un ammiraglio statunitense, si erano assunte il compito di vigilare sul mantenimento dell’ordine in città.

L’11 luglio Tommaso Gulli, avendo avuto notizia che i suoi ufficiali erano stati assaliti da una folla di dimostranti slavi, si imbarcò su un motoscafo per raggiungerli. Durante gli scontri, sebbene fosse stato ferito – il motorista Rossi era morto – continuò a combattere mantenendo il comando delle sue truppe. Morente fu portato a bordo della Puglia e malgrado un intervento chirurgico d’urgenza morì.

Il Comandante Gulli ebbe la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria con la seguente motivazione:

Comandante della Regia Nave Puglia a Spalato, avendo avuto notizia che i suoi ufficiali erano assaliti da una folla di dimostranti, si recava prontamente a terra con motoscafo, consciamente esponendosi a sicuro rischio di vita, col solo nobile scopo di proteggere e ritirare i suoi ufficiali. Fatto segno a lancio di bombe e scarica di fucileria, benché ferito a morte, nascondeva con grande serenità di spirito la gravità del suo stato e, con contegno eroico e sangue freddo ammirabile, manteneva l’ordine e la disciplina fra i suoi subordinati, evitando che nell’eccitazione degli animi il MAS con cannone e poi la Puglia colle artiglierie usassero rappresaglia. A bordo sottoposto ad urgente operazione chirurgica, moriva poco dopo, fulgido esempio di alte virtù militari.

— Spalato, 11 luglio 1920.

La protesta di Trieste

Giunta la notizia in città il Fascio di Trieste organizzò, in segno di protesta, per il giorno 13, alle ore 18.00, un comizio in piazza dell’Unità; mentre gli oratori si avvicendavano sul palco, si verificano incidenti tra squadristi e nuclei di panslavisti che si erano sistemati sotto i portici del Municipio. Venne così pugnalato a morte un simpatizzante fascista, il diciassettenne cuoco novarese Giovanni Nini, che aveva preso parte alla manifestazione ed aveva gridato frasi che sostenevano l’italianità della Dalmazia. I genitori lo vollero sepolto nella Città giuliana, perché a Trieste il cielo italiano è lo stesso di Novara.

Un gruppo di fascisti si diresse allora verso il Narodni Dom, ospitato nell’Hotel Balkan ma lo trovò circondato da oltre 400 militari italiani, armati e schierati, e fu costretto ad arrestarsi da una pattuglia dei carabinieri, comandata dal tenente Luigi Casciana che impediva l’accesso difendendo la sede del Narodni Dom. Mentre la folla era ferma, incerta sul da farsi dalle finestre dell’hotel spuntò una pistola e si iniziò a far fuoco e a lanciare bombe sulla massa e sulla truppa schierata per proteggere il Balkan dai fascisti. Casciana, colpito da schegge cadde al suolo, gravemente ferito: il tenente morì dopo sette giorni di agonia. Era nato a Terranova, in Sicilia, il 3-12-1897. Volontario nella prima guerra mondiale, nella quale aveva perduto due fratelli, lasciava una moglie ed un bimbo di cinque mesi. Come scriverà la relazione ufficiale delle Autorità: Tutto si sarebbe probabilmente ridotto ad una manifestazione ostile, quando ad un tratto, da una finestra del Balkan fu gettata una grossa bomba, ferendo gravemente alcuni dimostranti.

L’incendio del Narodni dom

La scarica di fucileria fu così forte e continua, che dalla vicina Caserma Oberdan accorsero, a dar manforte a quelle già in servizio di vigilanza, truppe con le mitragliatrici, mentre gli squadristi si appostarono sui tetti degli stabili vicini per rispondere al fuoco, che durò per una ventina di minuti, e si concluse con la fuga, attraverso vie d’uscita secondarie, di gran parte dei difensori del Balkan. Intorno alle 19,30 con una ritualità destinata diventare abituale e già sperimentata nell’assalto milanese dell’Avanti! del 15 aprile 1919, venne dato fuoco all’edificio. Accertatisi che all’interno non ci fosse più nessuno (e, infatti, ci sarebbe stata solo una vittima, Hugen Roblek che, in preda al panico, si gettò dall’edificio con in braccio la figlia, rimasta incolume), un gruppo di squadristi, comandato da Carlo Lupertina, si procurò delle latte di benzina per bruciare l’edificio.

Le fiamme irradiarono i loro bagliori sulla città per diversi giorni, alimentate dagli esplosivi e munizioni ancora all’interno dello stabile, ciò che impedì ai vigili del fuoco di intervenire. Questa è la vera vicenda di ciò che viene presentato dai nazionalisti sloveni stessi quale l’apice e la massima espressione dell’ “oppressione fascista” degli slavi residenti in territorio italiano, anche prescindendo dal fatto che che nel 1920 il presidente del Consiglio si chiamava Giovanni Giolitti e non Benito Mussolini.

Non si trattò di una “aggressione fascista” contro un “centro culturale”, bensì di un conflitto a fuoco fra un reparto del Regio Esercito italiano ed un gruppo di terroristi jugoslavi annidati all’interno dell’edificio, che avevano scagliato bombe a mano ed esploso colpi contro i militari. E’ da rimarcare come l’incendio del Narodni Dom, giudicato quale l’apice delle “violenze fasciste”, sia stato in realtà l’esito di uno scontro fra militari italiani, aggrediti, e terroristi jugoslavi, aggressori. Il rogo del Balkan non fu il primo, a Trieste. Fatti ben più gravi erano avvenuti nel 1915, ma essendo sloveni i responsabili si preferisce non parlarne. Rinfreschiamo la memoria ai vari Mattarella e Pahor, dunque.

L’incendio del “Piccolo” di Trieste

Il 23 maggio del 1915, il giorno della dichiarazione di guerra all’Austria Ungheria, luoghi pubblici e privati, così come simboli, culturali e sociali filo-italiani di Trieste, vennero messi a ferro e fuoco dalla marmaglia austriacante. Il centro di Trieste fu invaso da una folla di sloveni dei villaggi circostanti e dei quartieri popolari di Cittàvecchia, Barriera e San Giacomo che assaltarono, distrussero e incendiarono anche la sede de Il Piccolo, fondato e diretto da Teodoro Mayer, giornale vicino alla classe dirigente italiana della città e agli irredentisti. I mandanti vanno ricercati negli ambienti dei comandi militari austriaci che da tempo si stavano preparando all’allargarsi del conflitto.

Al calar della sera un gruppo numeroso di sloveni, forse un centinaio di persone, penetrò nella redazione e tipografia del Piccolo nella Galleria Sandrinelli. Fecero uscire redattori e tipografi e con bombe incendiarie diedero fuoco al principale quotidiano cittadino. Le fiamme si diffusero rapidamente, l’intervento dei vigili del fuoco fu pronto, ma giunti sul luogo venne loro impedito di intervenire dagli slavi, mentre la reazione della gendarmeria fu tarda e debole con una manifesta connivenza. La dinamica dei fatti dell’incendio del giornale, come tramandata da testimoni, rivela un’azione di squadre organizzate dai comandi militari, protette dalla polizia. I vandali furono reclutati fra gli aderenti alla Lega patriottica giovanile slovena, il Sokol, che la mobilitazione non aveva inviati al fronte in Galizia, ma in località non distanti dalla città.

Il rogo de Il Piccolo fu l’ultimo atto di una giornata durante la quale gli slavi filoasburgici malmenarono decine di triestini, devastarono e incendiarono le sedi della Lega Nazionale, della Ginnastica Triestina, dove si registrò anche un morto, e sfregiarono il monumento a Verdi; vennero fatti a pezzi anche locali pubblici frequentati dagli italiani come i Caffè Stella polare, San Marco e Edison, senza che la gendarmeria intervenisse. Tutti fatti cui i sedicenti storici filoslavi non dedicano mai una riga. Nessun presidente si sveglia dal letargo per ricordarli. Semplicemente per loro esiste solo il rogo del Balkan e del covo terroristico mascherato come Narodni Dom.

Pierluigi Romeo di Colloredo Mels

2 Commenti

  1. Siamo governati ad ogni livello e grado istituzionale da traditori della Nazione e del Popolo, si celebrano sempre e solo le ragioni degli altri, dei nemici o dei falsi amici, degli slavi come degli austriaci, degli immigrati clandestini provenienti da ogni fottuto buco del globo invece che degli italiani da generazioni, italiani per sangue e storia non per dei pezzetti di carta che oggi giorno regalano ad ogni farabutto che sbarca su una spiaggia!

  2. Magari si trattasse solo di rinfrescare la memoria: il problema serio é che la memoria ce l’hanno buona e, proprio per questo, non perdono occasione per mischiare le carte, mistificare e tentare di cancellare le prove dei crudeli, numerosissimi misfatti comunisti! Ma c’è chi non dimentica, non si arrende!