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Roma, 11 apr – Si dice, pur con qualche ragione, intendiamoci, che il nazionalismo moderno trae le proprie radici dalla rivoluzione francese, poiché il nuovo sistema politico nato nel 1789, rifiutando il principio di legittimità che derivava dall’essere sudditi dello stesso sovrano (un nemico del Risorgimento italiano, un grosso trombone che non vale la pena di ricordare per nome, affermò sprezzantemente che la sua patria era là dove era il suo sovrano, il che significava, per esempio, che se il Duca di Modena andava via dalla città emiliana per stabilire il proprio trono nel Congo, in poco tempo potevi trasformarti da modenese a congolese; non è a chi non sfugga quale spirito sia sotteso a tale logica…), creava una nuova legittimità in base all’appartenenza nazionale ponendo, appunto, le basi per la creazione del moderno nazionalismo. Quindi tutti i nazionalisti, rivoluzionari o conservatori, di destra o di sinistra, piaccia loro o meno, si chiamino Mazzini o Codreanu, Garibaldi o Vidkun Quisling, Corradini o José Antonio Primo de Rivera, sono figli della rivoluzione francese.



Il capodistriano Gian Rinaldo Carli

Per quanto riguarda l’Italia (ma anche altre nazioni, per esempio gli Stati Uniti d’America, ma non solo) non è proprio così. A parte i richiami all’unità nazionale che si possono ritrovare negli scritti del cancelliere fiorentino, il grandissimo Ser Niccolò Machiavelli, già in epoca prerivoluzionaria un italiano, un capodistriano per la precisione, Gian Rinaldo Carli, nato l’11 aprile 1720 (ne ricorre quindi oggi il terzo centenario della nascita) e morto a Milano il 22 febbraio 1795, teorizzava con precisione l’unità della nazione italiana.

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Un italiano d’Istria, quindi. E qui occorre una piccola digressione sulle italianità di confine, la cui importanza viene sovente misconosciuta: un italiano di confine, Garibaldi, nizzardo, è stato tra i veri artefici della nostra unità nazionale, un italiano di confine, Niccolò Tommaseo, dalmata di Sebenico (quando scrivo o dico sebenzano, tutti mi guardano come se l’aggettivo riferito a Sebenico fosse una parolaccia, quindi ho smesso di farlo, tanto quasi nessuno capisce cosa voglia dire) ha scritto il migliore dizionario della lingua italiana dell’Ottocento, un italofono dei Grigioni, Giovanni Andrea Scartazzini di Bondo in Val Bregaglia, ci ha restituito la migliore lezione della Commedia dantesca e un istriano ha per primo teorizzato modernamente l’unità politica della nostra Patria. Ma, rispondetemi sinceramente, sui libri di scuola che avete studiato, quanti riferimenti all’italianità di Nizza, dei Grigioni, della Dalmazia, dell’Istria, avete trovato?

Della Patria degli Italiani

Terminata la digressione torniamo al nostro Gian Rinaldo Carli (se qualcuno ha letto il romanzo di Fulvio Tomizza L’ereditiera veneziana si ricorderà di averlo visto come protagonista) il quale nel 1765, nella rassegna culturale Il Caffè, pubblica il saggio Della Patria degli Italiani, il quale non piacque ai seguaci del “politicamente corretto” di allora, in primis al direttore della rivista, Pietro Verri. Nello scritto s’immagina che uno sconosciuto entri in una bottega del caffè a Milano e un avventore gli chieda se sia un forestiero. Lo sconosciuto risponde che, pur non essendo milanese, non è forestiere, poiché è italiano e un italiano in Italia non è mai tale, così come mai forestiere è un francese in Francia, un inglese in Inghilterra, un olandese in Olanda, ecc. Lo sconosciuto stigmatizza il campanilismo che impera in Italia, lo spirito di fazione e di divisione che tra noi scese sin dall’epoca dei guelfi e ghibellini. Esorta gli italiani ad ammirare i propri spiriti magni: mentre Newton è tenuto in gran conto da tutti gli inglesi e Cartesio da tutti i francesi, da noi succede che Galileo Galilei abbia ricevuto più elogi dagli stranieri che non dagli italiani stessi.  Nello scritto vi sono precisi riferimenti all’unità geografica d’Italia e alla tradizione di Roma, cui gli italiani odierni dovrebbero in qualche maniera rifarsi, così come all’Impero ricostruito da Carlo Magno. Ma nel medioevo le lotte tra Chiesa e Impero gettarono il germe della divisione. Dopo un’ultima tirata contro il pernicioso campanilismo cittadino, lo sconosciuto esorta all’amore di patriottismo, ossia del bene universale della nostra nazione, concludendo (cito qui testualmente): “Divenghiamo pertanto tutti di nuovo Italiani, per non cessar d’essere uomini.

Effettivamente nel 1765 vedute del genere erano futuristiche, Gian Rinaldo Carli era almeno 60 anni avanti rispetto ai suoi contemporanei. Poteva guardare al futuro con la sicurezza e la consapevolezza di chi aveva solide radici nel passato, ossia nella Tradizione (mi viene in mente un’affermazione mazziniana secondo cui tre cose sono sacre, la Tradizione, il Progresso e l’Associazione), senza la quale non esiste il vero Progresso, che non consiste nel portarsi dietro un cellulare di ultima generazione per potersi più velocemente connettersi a Whatsapp. No, mi dispiace, ma per me il Progresso è un’altra cosa. Carli fu anche un grande studioso del passato e ci ha fornito approfonditi saggi di storia numismatica, sulle concezioni culturali, scientifiche e tecniche dell’antichità classica (fu docente di Scienze Nautiche e Geografiche presso l’Ateneo di Padova). Meravigliosa anche l’opera Delle antichità italiche in cinque grossi volumi.  L’ultima sua opera pubblicata fu un sapido pamphlet contro Rousseau, che già dal titolo è un programma ideologico: Della disuguaglianza fisica, morale, civile fra gli uomini

Bisogna sottolineare l’enorme differenza tra gli illuministi italiani (settentrionali o meridionali che fossero) e quelli francesi: i primi erano, nella grande maggioranza, alieni dalle perniciose fumisterie ideologiche che prepararono, in Francia, il terreno al giacobinismo e contribuirono, invece, come il Carli, alla creazione dell’idea della tradizione nazionale. In Inghilterra, poi, illuministi come Edward Gibbon, iniziarono, prima per il proprio Paese, poi per l’Europa e il mondo intero, la riscoperta della tradizione e della grandezza dell’antica Roma. Non stupisce, quindi, che nell’Inghilterra di oggi, un Boris Johnson, laureato in lettere classiche ad Oxford, pubblichi un libro dal titolo Il sogno di Roma edito in italiano da Garzanti: forse non sarebbe stato possibile se, nel Settecento, Edward Gibbon non avesse pubblicato la Storia della decadenza e del declino dell’Impero Romano

Achille Ragazzoni

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