Contrariamente a quanto spesso si legge, il fascismo (soprattutto Mussolini) godette di grande considerazione nel mondo anglosassone (soprattutto negli Stati Uniti). I rapporti dell’Italia fascista, a partire dall’ottobre del 1922, con le varie amministrazioni americane furono improntati a spirito di reciproca collaborazione. Il «caos del dopoguerra», con Mussolini, finalmente si era arrestato. Scioperi, occupazioni delle fabbriche, illegalità diffuse e violenze del «biennio rosso» (1919-1920), non fronteggiate a causa della debolezza e dell’incapacità dallo Stato liberale, per i commentatori anglosassoni dopo la «marcia su Roma» erano ormai un ricordo del passato. Il «pericolo bolscevico» era stato definitivamente debellato.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di settembre 2022

Il nuovo Cesare

La figura di Mussolini, inoltre, suscitava una grande attrattiva. Era giovane, innanzitutto. La perfetta reincarnazione di Cesare (come notavano molti benevoli osservatori), dallo sguardo magnetico e in possesso di una retorica e una gestualità prorompenti. Se paragonato a Giovanni Giolitti, l’uomo politico più rappresentativo dell’Italia liberale, il contrasto era visibile. Il «vecchio Palamidone» era davvero vecchio, nell’età e nel portamento, messo di fronte a Mussolini. L’iniziale simpatia anglosassone, col trascorrere del tempo, cresce e si stabilizza, almeno per un quindicennio. Neppure la morte violenta del deputato socialista Giacomo Matteotti nel 1924 incrina i buoni rapporti. L’interesse degli americani per il «nuovo corso» italiano raggiunge il culmine subito dopo il crollo della Borsa di New York nel 1929. Negli anni della Grande depressione viene apprezzato come Mussolini riesca a difendere gli interessi nazionali senza rinunciare all’opera di modernizzazione intrapresa a passi svelti.

A diffondere il mito del Duce concorrono due pubblicazioni in lingua inglese. La prima è la biografia scritta da Margherita Sarfatti The Life of Benito Mussolini (1925), la seconda è My Autobiography (1928). Mussolini gode di notevole simpatia in America. Particolarmente favorevoli sono i giudizi sul suo operato di Anne O’Hare Mc Cormick, collaboratrice del New York Times, prima donna a vedersi assegnato il premio Pulitzer per il giornalismo nel 1937. Al Duce nelle città americane vengono intitolate piazze e strade. Una casa produttrice di tabacco gli offre 300mila lire per l’utilizzo della sua effige stampata sul pacchetto di sigarette. «Per più di un decennio – scrive Emil Ludwig, che pubblicò nel 1932 una lunga intervista al Duce, accompagnata da successo internazionale – Mussolini è stato l’europeo più popolare in America».

James Barnes: britannico, cattolico e fascista

Il vero propagandista del «fascismo universale» fu però un inglese. James Strachey Barnes, nato nel 1890 a Simla, in India, in una famiglia aristocratica. La prematura morte della madre segna la sua vita, poiché viene mandato in Italia, presso i facoltosi nonni materni, risiedenti in Toscana. Quindi parla un italiano privo di inflessioni, pur avendo studiato nelle scuole d’élite britanniche come Eton, preparandosi per la carriera diplomatica. Combattente nell’aviazione inglese durante la Grande guerra, nel dopoguerra taglia definitivamente i ponti col passato nazionale. La madrepatria produce solo decadenza, scetticismo, incredulità religiosa. Meglio scegliersi una patria nuova, giovane, dinamica: l’Italia mussoliniana.

Da protestante e liberale, Barnes si converte prima al cattolicesimo e poi al fascismo. James Barnes incontra Mussolini nel 1924. Prendono così avvio una serie di colloqui fra i due, raccolti in «Io amo l’Italia»: memorie di un giornalista inglese e fascista (edito da Oaks), arricchito da una precisa introduzione di Luca Gallesi, che delinea in maniera esauriente la biografia dell’autore. Alla prima parte (i colloqui) seguono le proprie memorie.

Rivolta contro il mondo anglosassone

I punti salienti del saggio sono essenzialmente due. Il primo è di natura filosofica. Per Barnes il cattolicesimo rappresenta la più genuina difesa dall’aggressione modernista. Il giornalista si pone sulla linea, da una parte, dei grandi convertiti inglesi, che annovera esponenti di altissima levatura, tra cui Gilbert K. Chesterton, Thomas S. Eliot, Evelyn Waugh, Robert H. Benson, Christopher Dawson. Dall’altra prosegue il percorso di Thomas Carlyle e John Ruskin (senza dimenticare i Preraffaelliti), impegnati a resistere al declino britannico, innescato dallo scisma anglicano, dalla rivoluzione industriale ed esasperato dalla Grande guerra. Il secondo punto è di natura pratica. Il fascismo è universale, e come tale occorre propagandarlo. Sono note le perplessità di…

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