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robert brasillachRoma, 7 feb – Una delle grandi lezioni da trarre dal pensiero di Antonio Gramsci è che senza il dominio dell’ambiente culturale, non ci è permesso di raggiungere una egemonia politica, economica o sociale. Si tratta inoltre di un campo in cui è indispensabile il controllo per coloro che amano la libertà nel suo senso più puro, senza le solite catene della tirannia relativista.

La libertà a cui ci riferiamo, rivelata e vissuta nello spirito, non ha nulla a che fare con la democrazia o con la famigerata “libertà di espressione”, ma piuttosto al mantenimento di quella fortezza interiore dove la fiamma di idee possa ardere in un fuoco perenne alimentato dalla verità.

Prima di tutto è l’imperativo del dovere di memoria che ogni 6 febbraio ci fa ricordare il nome di Robert Brasillach. Oltre all’importanza di celebrare questo intellettuale francese come un influente scrittore, poeta, saggista, memorialista, giornalista, critico e polemista, ora più che mai è importante ricordare  il suo martirio. Causato dalle stesse forze che impongono oggi una tirannia oppressiva, furtivamente mascherata sotto i falsi valori e le finalità del “politicamente corretto”, oppressori delle nostre reali libertà.

Eravamo nel 1944 quando le forze di Charles de Gaulle “liberarono” Parigi dall’occupazione tedesca, immediatamente cominciarono le persecuzioni di tutti quelli che erano accusati di collaborazionismo. In soli quattro mesi 6763 persone sono state condannate a morte dai tribunali del cosiddetto Governo di Liberazione, di cui 1500 subito giustiziati.

Robert Brasillach, insieme ad altri intellettuali francesi, venne incluso in tale elenco, il suo crimine fu avere idee ormai considerate fuorilegge.

Je suis partout

Conosciuto soprattutto come scrittore, è stato autore del romanzo senza tempo “Comme le temps passe …” (1937), o il capolavoro essenziale della letteratura memorialista “Notre Avant-Guerre” (1941). Robert Brasillach era anche un brillante saggista avendo pubblicato, insieme al cognato Maurice Bardèche, due opere d’avanguardia come “Histoire du Cinéma” (1935) e la “Histoire de la guerre d’Espagne” (1939). Anche se è morto abbastanza giovane, ci ha lasciato un ampio lavoro di editing, a cui bisogna aggiungere un’altra parte altrettanto significativa, pubblicata postuma. Gran parte degli interventi culturali di Brasillach sono stati fatti nei periodici.

Si occupava della sezione letteraria del giornale “Action Française”, passando per la redazione del periodico “Candide” per poi fermarsi nello storico “Je suis Partout”. Questo giornale di fondo politico tra il 1932 e il 1944 percorse un itinerario editoriale e ideologico che in un primo momento basava le sue origini nel nazionalismo germanofobico e maurrassiano, finendo più tardi per deviare verso il nazionalsocialismo adattato alla realtà francese. Diventò una “voce” filotedesca che sperava  in una Nuova Europa. In una certa misura il percorso di “Je suis Partout” ha materializzato e sintetizzato il percorso politico-ideologico di Brasillach.

Le sue opere, sia come giornalista che come scrittore, usufruirono di tutto quello che andò assorbendo durante i suoi viaggi in giro per l’Europa. Nei quali, oltre all’importanza del contatto con le differenti realtà che incontrò, continuò a ritenere importante lo spirito di amicizia e di cameratismo.

Tra questi viaggi risaltano su tutti quello in Germania durante i Giochi Olimpici di Berlino e i congressi di Norimberga, i vari viaggi in Spagna, in particolare il suo passaggio tra le trincee della Città Universitaria di Madrid in compagnia di Pierre-Antoine cousteau e Maurice Bardèche. Il viaggio a Katyn nel quale denunciò l’orrore dei massacri commessi dall’Armata Rossa, infine il Belgio dal quale tornò con una profonda ammirazione del movimento rexista di Léon Degrelle, sul quale scrisse un libro intitolato “Léon Degrelle et l’avenir de Rex”.

Oltre alla vastità, la qualità della sua produzione comprendeva tutte le aree dell’espressione letteraria, diventò così uno dei più importanti e completi scrittori francesi della prima metà del XX secolo.

“Je suis fasciste”

Come già accennato, la fatale inversione dei destini della Seconda Guerra Mondiale portò all’acclamata “liberazione” della Francia, allora immersa nel buio del terrore, come si può leggere oggi nei libri di testo dottrinali scritti dai “vincitori” del conflitto. Tuttavia, la fede e la fedeltà di Brasillach ai suoi principi e alle sue idee rimasero sempre solide e incrollabili, come la luce che fa paura alle tenebre.

processo brasillachSi consegnò volontariamente alle autorità solo dopo aver preso conoscenza dell’arresto di sua madre. Brasillach a soli 35 anni fu condannato a morte per fucilazione dopo un processo farsa iniziato il 15 di gennaio del 1945. L’ingiustizia di quell’atto era evidente e provocò un’ondata di sostegno da diverse personalità francesi come Paul Valéry, Paul Claudel, Albert Camus, Jean Cocteau, Colette, Arthur Honegger, Jean Anouilh, Thierry Maulnier ne chiesero l’assoluzione.

Nonostante tutto,De Gaulle fu inflessibile e gli  negò il perdono, cadde così la maschera del vecchio ordine democratico appena installatosi al potere.

Dopo la lettura della sua sentenza, che lo condannò a morte, gli animi si surriscaldarono in aula e qualcuno gridò al pubblico: “E’ una vergogna!”, e Brasillach prontamente rispose: “ E’ un onore”.

Costante fino alla fine, il suo esempio di nobiltà e verticalità rimarrà per sempre nella memoria di tutti quelli che rimangono fedeli alla vecchia linea aristocratica dello spirito fascista e europeo.

L’attualità di un crimine di 70 anni fa

La Francia che uccise Brasillach nel 1945 è la stessa Francia che l’11 gennaio di quest’anno ha manifestato gridando: “Lunga vita alla libertà! Viva la libertà di espressione” esigendo qualche giorno più tardi, il 29 gennaio, più polizia di pensiero e un maggiore controllo sulle libertà di alcuni gruppi con la scusa del mantenimento della sicurezza e dell’ordine pubblico. I recenti avvenimenti in Francia sono lo specchio di ciò che accade oggi in tutta Europa. Dopotutto le idee di libertà su cui si basano le attuali società servono solo a pochi, in particolare, ai collusi con l’oligarchia dissolutrice e distruttiva dell’Europa dei popoli e delle nazioni.

Conoscere il caso di Brasillach equivale a scoprire una parte dell’origine del male, rivelando il regime oppressivo e monolitico che proietta sul nemico tutto il terrore e la ferocia in pratica.

Così quest’anno, nel 70° anniversario della sua morte, estraneo al seguito risultante dall’isteria provocata dall’oscuro attentato contro la redazione di Charlie Hebdo si può certamente dire con orgoglio: Je suis Brasillach!

Josè Almeida, ricercatore universitario

Traduzione di Guido Bruno

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