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Castro_Pretorio_-_teatro_dell'Opera_di_Roma_(Costanzi)_facciata_piacentini_1010030Roma, 23 set – Nemmeno il Maestro Riccardo Muti ce l’ha fatta, segno che non basta il nome ‘pesante’ di una personalità forte e geniale, nel bene e nel male, per dirigere un suk di confusione, rivendicazioni, diatribe interne e in alcuni casi fazioni vere e proprie pronte a tutto. Il Teatro dell’Opera di Roma si sta rivelando un pozzo senza fondo di vergogne inaudite, come buona parte dei teatri italiani (salvo qualche positiva eccezione, tra cui il Teatro Regio di Torino e la Fenice di Venezia, ormai a standard europei) e della cultura musicale classica in generale, umiliata e distrutta come forse non avremmo mai pensato da caste e tutele diventate privilegi come nel resto del paese.

All’ Opera di Roma poi la situazione è addirittura peggiore, se pensiamo che all’ ordine del giorno non ci sono prove di spettacoli e di rappresentazioni musicali, ma veti interni, rivendicazioni sindacali al limite del grottesco, assemblee durante le prove, scioperi prima proclamati e poi ritirati all’ ultimo, fino all’ irruzione nei camerini di Muti stesso. Segno che la lirica italiana sta marcendo, vittima di se stessa.

Ma come si arriva a tutto questo? Cosa porta un Maestro indiscusso ad affermare nel suo comunicato di addio ‘non ci sono le condizioni per poter garantire quella serenità per me necessaria al buon esito delle rappresentazioni’?

Tutto ciò nasce da lontano, dalle regole e dai privilegi che il settore della lirica ancora possiede e difende fermamente a discapito del semplice buon senso, a partire dal contratto nazionale degli orchestrali, che prevedere 28 ore a settimana con spostamenti da un teatro all’altro, dalle indennità assurde come per la lingua (si sa, Beethoven o Chopin non scrivevano in italiano, peccato…), per indossare il frac (prerogativa per i direttori d’orchestra), per l’umidità in caso di rappresentazioni all’aperto, per le armi in scena (sissignore!). E non si contano le rivendicazioni più ridicole condite da proteste clamorose, tipo al Carlo Felice di Genova e al Massimo di Palermo dove gli orchestrali si sono presentati in cappotto perché la buca era più fredda del previsto (a Palermo?), con il fondo toccato proprio all’Opera di Roma. In occasione di una prova della ‘Valchiria’, diretta dal maestro Giuseppe Sinopoli in un teatro pieno di studenti, all’annuncio del maestro “Adesso vi facciamo sentire il tema della spada” un lesto sindacalista, ligio al regolamento, si fece beffa del desiderio di Sinopoli di condividere coi ragazzi un momento di arte musicale con un “Maestro, la prova è finita”. Certo, le prove durano un tot, di più non si fa, altrimenti veniamo sfruttati e scioperiamo.

La lirica, e l’arte in generale, a che servono? Non sono doni gratuiti all’umanità da parte di altri uomini, ma qui, nella sedicente patria dell’arte, diventano commi, regole, leggi, diritti di casta. A poco servono le dichiarazioni del ministro Franceschini, che come i suoi predecessori si indigna giusto il tempo di un comunicato stampa, ma sono le parole del sovraintendente dell’Opera di Roma Carlo Fuortes a dire tutto: “La verità è che il direttore d’orchestra italiano più noto al mondo non è stato messo in grado di lavorare al meglio nella capitale del suo paese. E questo deve far riflettere tutti”.

Parole al vento, nell’aria di un’opera.

Gaetano Saraniti

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