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Roma, 2 giu – Quello della repubblica è un concetto bellissimo. Implica una dimensione che non è privata, ma non è neanche comune in senso stretto. È, appunto, “pubblica”. Pubblico è ciò che rispecchia l’interesse, il benessere, la dignità di tutti gli appartenenti a una comunità umana. Secondo una definizione classica, “repubblica” si oppone a “monarchia”. È, però, una definizione limitante: sappiamo, per esempio, che a Roma il termine resto in auge anche durante l’impero. Nessuno indicava con quel termine la modalità di elezione dei governanti, bensì lo Stato in sé. Si tratta di una geniale invenzione romana: lo Stato è “la cosa di tutti”. Non la cosa di un uomo o di una cricca. In che senso? Dicevamo poco sopra che non ha a che fare con la dimensione di ciò che è “in comune”, come nei vecchi alberghi in cui c’è, per esempio, il “bagno in comune”, che indica una convivenza forzata e mal tollerata, una promiscuità che, appunto, è “comunista”.



Ciò che è pubblico non abbassa il singolo, ma lo innalza: la cosa pubblica è ciò che testimonia una dimensione in cui il tutto è più della somma delle sue parti. Quando vedo questa strada, questa ferrovia, questa scuola, sento che in essa si rispecchia la mia qualità di appartenente a una comunità di destino. Ne vado orgoglioso, perché è qualcosa che è stata costruita dal mio popolo, è qualcosa che mi appartiene, ma non in senso privatistico, appartiene a me come cittadino, e questa sensazione non è diminuita, ma rafforzata dal fatto che la persona accanto a me prova la stessa cosa. Noi siamo uomini singoli, titolari di una sfera privata, ma siamo anche concittadini, compatrioti, appartenenti a una cosa sola che ci rafforza e ci innalza. La definizione della repubblica potrebbe essere data dalla bella e famosa frase di Pound, che peraltro si riferiva a un ordinamento non democratico e non “repubblicano” com’era il regime fascista: “Mille candele insieme fanno splendore. La luce di nessuna candela danneggia la luce di un’altra”. E chi governa, sia esso passato per vie democratiche o meno, sa che non risponde solo a se stesso, ma ha la responsabilità di un popolo, di una storia, di un destino.

Ovviamente, nulla di tutto questo avviene nella repubblica che viene festeggiata oggi. Per l’italiano medio di oggi, ciò che è pubblico non è ciò che è di tutti, bensì ciò che non è di nessuno. È ciò che si può sporcare, rubare, umiliare. Il lavoro pubblico è quello in cui si può fare i furbi, tanto non si risponde a nessuno, non c’è né senso del dovere né spirito di responsabilità. Una concezione che ha le sue radici in alcune tare culturali storiche del nostro popolo, figlio di una unificazione tardiva, abituato per secoli a diffidare di governi e regnanti. La costruzione dello Stato e del popolo andava attuata completando il Risorgimento nel suo ultimo capitolo, le cui pagine furono però proditoriamente strappate, per rendere la nostra nazione di nuovo vassalla, per affidare la nostra politica a soggetti privatistici e parassitari come i partiti, per aprire le porte della nazione e slabbrarne i confini. Non a caso, oggi, gli spazi pubblici sono quelli in cui bivaccano genti venute da ogni angolo di mondo e per sfuggire al degrado ci affida al classismo: non gli autobus, ma i taxi, non i bagni pubblici, ma quelli a pagamento, non le linee ferroviarie regionali ma quelle ad alta velocità. Il denaro come unica garanzia di dignità e sicurezza: davvero un bel risultato del nostro mondo “repubblicano”.

Adriano Scianca



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