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Quinta TriennaleMilano, 7 apr – La Triennale riavvolge il filo del tempo e riparte dalla ‘A’, anzi da tre ‘A’: quelle di autarchia, austerità e autoproduzione. La settima edizione del Design Museum, aperta venerdì scorso, torna infatti alle origini sia del design italiano, sia della storia della Triennale. Ovvero gli anni trenta, dove tutto ebbe inizio.

Fondata a Monza nel 1923, la Triennale trasloca a Milano dieci anni dopo, nel Palazzo dell’Arte ideato da Giovanni Muzio, dove matura. La prima edizione milanese – la quinta della Triennale – diretta artisticamente da Gio Ponti e Mario Sironi e sostenuta politicamente dal fascismo, diventa pietra miliare nella vita della cultura, dell’architettura e delle arti figurative italiane.
Il vulcanico coacervo artistico che caratterizza quegli anni, viene scosso da una crepa che provoca una deriva di movimenti comunque comunicanti: novecentisti e razionalisti.
La Triennale del ‘33 promuove infatti una nuova affermazione del movimento moderno in Italia, un’affermazione fatta di pochi ma esemplari edifici e sostenuta dall’azione critica di riviste che diventeranno modello per il futuro, mentre un’altra rivista-totem, Domus, fungerà da metronomo fra le parti.

La Triennale diventa volano del design italiano e connettore fra industria, mondo produttivo e arti applicate. Si presenta e sperimenta innovazione, anche dei materiali di costruzione, sull’onda della politica autarchica del regime e di un’austerità fertile, molto diversa da quella imposta oggi come veleno sulla pianta economica.
Un’energia che non è sfuggita agli organizzatori del Design Museum, il camaleonte dell’arte italiana che ogni anno cambia pelle per presentare tutti i colori del nostro design. “Abbiamo ritrovato in quegli anni delle invenzioni straordinarie, soprattutto nei materiali, che hanno portato il nostro Paese a svettare in una nuova autonomia”, dice il curatore Beppe Finessi.
Un’energia che ha consentito all’Italia di esorcizzare la crisi economica e che l’esposizione milanese cerca come un rabdomante, affiancando agli anni trenta altri due momenti topici delle storia economica italiana: gli anni settanta e gli anni ‘zero’. L’idea alla base è che il progettare negli anni delle crisi economiche sia una condizione particolarmente favorevole allo stimolo della creatività progettuale.

DeperoIl percorso espositivo si snoda cronologicamente in ambienti allestiti con materiali che rievocano il lavoro artigianale e autoprodotto. La mostra si apre con due colonne come Fortunato Depero e Filippo Tommaso Marinetti, e termina con una stanza dedicata al design autoriale che si autoproduce con le nuove tecnologie. In mezzo un racconto intrecciato con i diversi protagonisti che, dagli anni trenta a oggi, hanno saputo sperimentare in modo libero creando nuovi linguaggi e nuove modalità di produrre.
La mostra dura fino al 22 febbraio 2015, stendendosi come un tappeto rosso fuoco per l’Expo milanese del prossimo anno.

Simone Pellico

 

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