Roma, 8 dic – Sono passati trent’anni netti dalla fine dell’Urss, il cui nome popolare è “Unione Sovietica”. Non solo uno Stato, non solo un sistema economico, ma il più grande impero ideologico del XX secolo, tallonato soltanto da un liberalcapitalismo che, successivamente, avrebbe navigato a vele spiegate sulle onde del fallimento comunista.

Fine dell’Urss: 8 dicembre, ben prima di Natale

L’immagine più nota della fine dell’Urss è quella di Michail Gorbaciov che, il giorno di Natale del 1991, in diretta televisiva, annuncia le sue dimissioni da presidente e da capo di Stato, dichiarando abolita la carica. Successivamente, la bandiera rossa scompare per sempre dal Cremlino, dopo avervi soggiornato per più di 70 anni. In realtà, la fine dell’Unione Sovietica avviene “tecnicamente” qualche settimana prima, per l’appunto l’8 dicembre del 1991, quando i capi di Stato delle repubbliche russa, ucraina e bielorussa si incontrano a Belavežskaja pušča, dove verrà firmato l’ accordo di Belaveža. Nel testo viene sancita la definitiva dissoluzione dell’Urss e la sua sostituzione con la Comunità degli Stati Indipendenti (Csi).

Nella serata, alle ore 21 ora di Mosca, la televisione di Stato avrebbe annunciato a quasi 300 milioni di sovietici lo scioglimento della Federazione. Ancora qualche giorno, il 15 dicembre, e sarà proprio il cuore della vecchia Urss, ovvero la Russia, a completare il suo distacco.

Un collasso inevitabile per una società dove il denaro era inutile

Almeno, un collasso che si sarebbe potuto evitare soltanto trasformando il comunismo in ciò che non era mai stato, ovvero un’economia mista, e di conseguenza facendolo diventare qualcos’altro. Cosa che non avvenne, il comunismo rimase comunismo, anche se la perestrojka di fatto fu l’introduzione del mercato privato nel mondo sovietico, ma con un difetto fondamentale: quello di concedere libertà democratiche “affrettate” che, qualora i cambiamenti strutturali non avessero funzionato subito, avrebbero portato al collasso dell’intero impianto.

Cosa che, puntualmente, avvenne. Introdurre finalmente un sacrosanto mercato senza un rigido potere politico a “governarlo” fece naufragare il paese non solo nel fenomeno sconosciuto della disoccupazione, non supportata da alcuna crescita economica ma, anzi, da una miseria ancora più incalzante, ma anche dal proliferare di movimenti indipendentisti nelle Repubbliche dell’Unione che avrebbero decretato il crollo dell’impero sovietico non solo in termini economici, ma anche statali.

Stelio Fergola

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