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Nel film L’ultimo metrò (1980) di François Truffaut, il protagonista, commediografo ebreo di successo nascostosi nel suo teatro di Montmartre a Parigi per sfuggire alle persecuzioni, commentando una sfavorevole recensione apparsa sul settimanale Je suis partout, relativa ad un suo spettacolo, legge alla moglie alcune righe di un libro. Il corposo volume che ha tra le mani è Les décombres di Lucien Rebatet, pubblicato nel luglio 1942 da Robert Denoël. Les décombres è il vero bestseller negli anni dell’Occupazione (65mila copie vendute secondo l’editore, 100mila secondo l’autore).

Lucien Rebatet tra letteratura e politica

Ma chi è Lucien Rebatet? Nato nel 1903 in una famiglia borghese di provincia (il padre è un notaio repubblicano e la madre una cattolica fervente), dopo gli studi giuridici a Lione, nel 1923 Rebatet si trasferisce a Parigi. Attratto dall’effervescenza culturale della capitale, decide di impegnarsi a tempo pieno nel giornalismo. Nel 1929 inizia a collaborare col quotidiano L’action française, diretto da Charles Maurras, prima come recensore di concerti musicali. Poi, dal 1930, come critico cinematografico, assumendo il nom de plume di François Vinneuil, in omaggio ad un personaggio proustiano, Vinteuil (Proust nella Recherche assegna a Vinteuil il ruolo del compositore di genio). Nel 1933 inizia a collaborare stabilmente con il settimanale Je suis partout, ampliando gli orizzonti dal giornalismo cinematografico a quello politico.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di marzo 2021

Tra il 1941 e il 1944 Rebatet è la voce più estremista della «collaborazione» parigina, sino alla caduta finale. In prossimità dell’arrivo degli americani a Parigi, Rebatet è costretto a fuggire. Fra gli ultimi a lasciare il rifugio in Germania, cerca riparo, inutilmente, prima in Liechtenstein, poi in Svizzera. Scoraggiato e sfinito, si consegna in Austria ai militari francesi. Viene processato e condannato a morte. La sentenza però non viene eseguita. Nel 1947 la grazia tramuta la condanna con il carcere a vita. Resta in prigione sino al 1952. Poco prima della liberazione, l’editore Gallimard pubblica un suo romanzo in due volumi per un totale di 1.300 pagine, Les deux étendards. Finalmente questo romanzo-fiume viene pubblicato in italiano, dalla rinata Settecolori, col titolo I due stendardi, nella bella traduzione di Alessandro Settimini.

Un capolavoro dimenticato

Il romanzo venne iniziato da Rebatet nell’agosto del 1942, e lentamente rielaborato durante la prigionia. Nelle intenzioni dell’editore francese doveva essere l’evento dell’anno. Invece la fama negativa di Rebatet fece cadere il romanzo nel disinteresse generale. La «congiura del silenzio» condannò a morte le velleità dello scrittore di poter essere ammesso, come desiderava, nella casa nobile della letteratura nazionale. Era sicuro di aver chiuso, dopo aver pagato di persona, una stagione disgraziata. Ma si sbagliava. Autore maledetto era; autore maledetto doveva restare. I due stendardi è una chiave di lettura essenziale per decifrare l’universo ideologico del suo autore. Un estimatore, l’autorevole critico George Steiner, non sospettabile certo di simpatie fasciste, lo ha definito «uno dei capolavori segreti della letteratura moderna». François Mitterrand addirittura lo ha ritenuto uno spartiacque esistenziale, tra quelli che lo hanno letto e quelli che non lo hanno letto. Non si è voluto separare dall’opera neppure quando…

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