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Roma, 16 giu – La forma non è orpello esteriore, ma sostanza e contenuto. Ecco perché la performance di ieri di Christian Raimo a Quarta Repubblica è la traduzione simbolica di un pensiero arrogante e, al contempo, miserabile. Raimo infatti, con il suo aspetto trasandato e la sua parlata che ricorda il Ruggero verdoniano di Un sacco bello, ha voluto fare il situazionista che rompe gli schemi per far passare il suo messaggio provocatorio. Queste le intenzioni. Peccato solo che abbia fatto una figura assai grama. Ossia quella del discolaccio che voleva sparigliare le carte nel salotto televisivo di Porro, ma che si è solo ricoperto di ridicolo con i cartelli messi a bella posta per nascondere il nulla cosmico delle sue idee. E alla fine si è pure sentito dare del «coglione» da Capezzone.

Ma che ha detto Raimo?

Se uno si rivede la trasmissione di ieri, in effetti, Raimo non ha detto assolutamente nulla. Ha accusato Porro di non saper fare giornalismo serio, si è lamentato che non fosse stato invitato un nero a parlare (cosa peraltro anche un po’ «razzista»), ha mostrato i suoi cartelli scritti con l’Uniposca a mo’ di pappappero, e infine si è ritirato in buon ordine senza troppi rimpianti, lasciando al suo posto un cartoncino rancoroso. Non abbiamo notato la differenza. A onor del vero, Raimo un discorso ha tentato di abbozzarlo: l’autorazzismo, ha dichiarato, è «un’idea che fa parte di una concezione suprematista bianca». Il tutto si è esaurito in questa frase apodittica, senza ulteriori spiegazioni. Dovessimo azzardare un’esegesi, potremmo supporre che l’intellettuale di punta dei centri sociali abbia voluto dire che il concetto di autorazzismo sarebbe la foglia di fico che i bianchi indossano per non fare i conti con il proprio passato da colonialisti e sfruttatori. Ma è davvero così? Ovviamente no, vediamo perché.

L’odio di sé e della propria casa

Per ora sorvoliamo sull’interpretazione storica unilaterale – e talvolta fantozziana – che ci forniscono i postcolonial studies, i quali accusano tutti i popoli bianchi di ogni sopruso e misfatto. In realtà, il termine autorazzismo è una sorta di trasposizione nostrana del white guilt americano. In proposito, lo storico Eugenio Capozzi – nel suo ottimo libro Politicamente corretto: storia di un’ideologia  – parla di «autofobia», mentre il compianto Roger Scruton la chiamava invece «oicofobia», cioè l’odio per la propria «casa», per la propria cultura d’origine. Si tratta di quel «senso di colpa» indotto dalle élite globaliste e su cui si fonda una condanna sommaria di un’intera civiltà. Non ha importanza quali siano le tue azioni e la tua storia, perché – in quanto bianco – sei colpevole e oppressore per natura. E, in virtù di questo peccato originale, sei destinato alla dannazione eterna e alla perpetua espiazione di una colpa, di fatto, irredimibile.

La religione antirazzista di Raimo

Questo è il succo dell’ideologia portata avanti da Black lives matter e sostenuta a spada tratta da Raimo. Un’ideologia, come si può vedere, che altro non è se non una teologia a carattere messianico, in cui il Bene (le razze oppresse) dovranno infine trionfare sul Male (la razza bianca) per dar vita alla cosmopoli terrena e al meticciato universale. Meticciato che, in quanto tale, è anche la negazione radicale di tutte le differenze, di quella «diversità» altrimenti tanto osannata dai gendarmi del globalismo autorazzista. Ma le religioni, si sa, non devono essere né logiche né coerenti, proprio perché vivono di dogmi indiscutibili e «misteri della fede».

It’s ok to be white

Insomma, chi condanna l’autorazzismo non sta rivendicando alcuna superiorità della razza bianca rispetto alle altre. Sta solo difendendo la propria «casa» (oikos) da chi vuole entrarci per bruciare le foto di famiglia. E poco importa che il nonno o il trisavolo non fossero stinchi di santo. La casa, se è tua, si difende e basta; non si lascia il portone aperto al ladro che ruba solo perché ha avuto un’infanzia infelice. Per farla breve: caro Raimo, chi parla di autorazzismo non lo fa agitando la grottesca bandiera del white power o mettendosi in testa il cappuccio del Ku Klux Klan. Sta solo dicendo, in totale leggerezza, it’s ok to be white. Essere bianchi per noi non è un problema. Il vero problema, semmai, sono le vostre ossessioni e turbe psichiche che vi portano ad amare l’Altro – quasi sempre lontano e astratto – solo perché non siete più capaci di amare il prossimo. E pertanto non sapete amare affatto.

Valerio Benedetti

4 Commenti

  1. perdinci bacco davvero questo “coglione” è andato in tv sembra la versione meno grezza e greve del minus habes Vauro , ignorante nell’aspetto nello sguardo nel respiro… i centri sociali dovrebbereo essre chiusi per legge , Salvini deve fare una stretta su organizzazioni protocriminali covo di terroristi negrieri e ignornati senza se e senza legge!

  2. Tecnicamente raimo è un negro-bianco ,lineamenti alla Gadlevnev ….
    quindi il negro c’era …. se poi è pure frocio ,
    c’era anche la “donna” ….

  3. Fantastico sito, fantastici commenti, probabilmente facilitati dallo smodato uso di cocaina, di cui fate uso d’abitudine come il vostro capo orsacchiotto Iannone…
    Magari prima o poi però vi si sputtana per bene in pubblico scorreggioni!

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