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Quella volta che Matsumoto ci disse: “Mi ispiro all’etica samurai”

by La Redazione
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Leiji Matsumoto è venuto a mancare oggi, all’età di 85 anni. Vi riproponiamo la nostra intervista, realizzata cinque anni fa e pubblicata sul mensile del Primato Nazionale del dicembre 2018, all’ultimo grande aedo [IPN]

Quest’anno il Lucca Comics and Games 2018 ha avuto un ospite d’eccezione: Leiji Matsumoto, il creatore di Capitan Harlock, oltre che di Corazzata Spaziale Yamato e Galaxy Express 999. Uno dei creatori di manga e anime più amati di sempre che ha ispirato diverse generazioni e i cui personaggi sono tuttora icone amatissime in tutto il mondo. La sua presenza era ovviamente blindatissima, forse troppo: un incontro con il sindaco di Lucca Alessandro Tambellini, un press café esclusivo con pochi accrediti disponibili – unico momento in cui è stato possibile fare alcune domande al sensei – e nessuna possibilità per i fan di avere autografi o foto, se non per venti fortunati estratti. Il Primato Nazionale ha avuto la fortuna di partecipare al press café e di poter incontrare di persona il maestro mangaka.

Avevamo lasciato Matsumoto in Italia nel 2013, quando a Venezia presentò il film d’animazione 3D su Capitan Harlock. Allora aveva dato un messaggio molto chiaro: «I giovani non devono vergognarsi di versare lacrime. L’unica cosa di cui si dovrebbero vergognare è arrendersi». È proprio da questo messaggio che siamo partiti, ricordando anche una frase di Phantom Harlock, l’antenato pilota della Luftwaffe del famoso pirata spaziale, la cui massima era «se tu continuerai a credere nei tuoi sogni, niente nella tua vita sarà stato fatto invano». Da queste basi abbiamo chiesto a Matsumoto quanto questi messaggi siano importanti oggi, quando gli stessi giovani sembrano non credere più a nulla e che l’umanità sembra sempre più l’umanità «troppo invecchiata» che nella serie animata e nel film ha dimenticato ed esiliato Harlock.

“Mi ispiro all’etica samurai, mai arrendersi”: così parlò Matsumoto

«Credete nei vostri sogni, portateli avanti. La vita è fatta per essere vissuta, non è solo il processo per arrivare alla morte. Oggi posso perdere, oggi posso subire una sconfitta. Ma senza nessuna vergogna devo pensare al domani, a come rialzarmi e a come andare avanti. Io mi ispiro all’etica samurai: mai arrendersi, mai tirarsi indietro, essere sempre fedeli. Miyamoto Musashi è tra le mie fonti di ispirazione». Un concetto che Matsumoto ha ribadito più volte nel soggiorno lucchese, anche parlando della sua nazione, uscita dal terribile dopoguerra di cui Matsumoto è stato testimone da bambino. In proposito ha anche rivelato di essere un sopravvissuto: l’obiettivo iniziale del bombardamento che poi ha distrutto Nagasaki doveva essere proprio la prefettura di Fukuoka dove viveva, poi «salvata» a causa delle condizioni meteo avverse per il volo.

Ma Matsumoto è stato anche testimone del miracolo economico in cui la nazione nipponica si è risollevata: «Il non arrendersi e credere sempre è qualcosa che porto fin da bambino, proprio da quegli anni di grande povertà. Nonostante le difficoltà non ho mai voluto cedere. Ho sempre pensato a lavorare molto, a non tradire mai i miei amici, a sostenerli in modo che loro sostenessero me. Ma questo è stato lo spirito che ha mosso tutta la società giapponese, nessuno ha mollato e tutti si sono sostenuti rimanendo fedeli gli uni agli altri. In questo modo il Giappone ha potuto rialzarsi e vivere la crescita».

Un grande amore

Matsumoto ha poi voluto ricordare il grande amore che ha sempre provato per l’Italia e per l’Europa, derivato dai racconti del padre che prima della guerra aveva viaggiato molto nel nostro continente. Ad affascinarlo erano soprattutto l’architettura, l’arte e la musica italiana ed europea. Ma anche le donne: alla domanda sui suoi personaggi femminili, forti e indipendenti, Matsumoto ha risposto che era rimasto affascinatissimo dall’attrice Marianne Hold nel film Marianne de ma jeunesse – ambientato tra l’altro nel castello di Heiligenstadt, la patria di Phantom Harlock, e il cui interno ricorda chiaramente la stanza del pirata nel castello di poppa dell’Arcadia – e che è poi diventata l’archetipo di tutte le sue protagoniste, che sono sempre ricalcate su donne occidentali somiglianti all’attrice.

In questo senso è interessante notare come la possibile banale risposta sulle donne che devono farsi largo in un mondo maschile, così come vari argomenti sulla disparità di genere, non siano assolutamente presi in considerazione: evidentemente questo non è un complesso che fa parte della cultura giapponese. Basti pensare che alla stessa domanda, posta a Venezia nel 2005 ad Hayao Miyazaki sul perché fossero così importanti le donne nei suoi lavori, la risposta fu: «Perché mi piacciono le donne».

Tornando a Lucca, molti sono stati i retroscena rivelati da Matsumoto sui suoi lavori. Particolarmente toccante quello relativo a Galaxy Espress 999. Il treno spaziale su cui viaggia il protagonista Tetsuto è ricalcato sul treno a vapore C-62 che collegava la regione del Kyushu a Tokyo. Fu il treno che Matsumoto prese per firmare il suo primo contratto: il giovane, allora poverissimo, raccolse tutti i suoi soldi per acquistare un biglietto di sola andata per un viaggio lunghissimo – il treno allora impiegava 24 ore dalla città in cui viveva Matsumoto fino a Tokyo – verso un sogno da realizzare. Un ulteriore esempio della sua visione del mondo e che fa anche rivedere tutto il viaggio del Galaxy Express – una lunga traversata cosmica verso l’immortalità e i propri sogni – da un’altra ottica.

“Rialzati, siamo nati per vivere”

Svelato anche il «mistero» del codice 999, numero che torna spesso nelle storie di Matsumoto e che identifica anche il codice della taglia su Harlock: «Mille sarebbe stata la compiutezza. Invece 999 indica un viaggio in divenire, un viaggio a cui manca ancora qualcosa, la necessità di dover andare ancora avanti per raggiungere l’obiettivo. In un certo senso è anche simbolo della giovinezza, che è ancora qualcosa di incompiuto, ma che è simbolo della vita che deve ancora essere vissuta, della pulsione che deve spingere ad andare avanti».

Matsumoto ha anche svelato alcuni dettagli sulla Corazzata Spaziale Yamato: la storia, che narra dell’avventura a bordo di una corazzata giapponese della Seconda guerra mondiale trasformata in nave spaziale per salvare la Terra dai bombardamenti radioattivi, è ovviamente ispirata ai racconti del padre, che combatté come pilota e che gli aveva raccontato delle battaglie della corazzata Yamato, la nave da guerra più grande mai costruita che, dal 1941 al 1945, combatté per la Marina giapponese e che è proprio quella utilizzata dai protagonisti della saga. Lo stesso Ammiraglio Okita, il saggio comandante della Yamato, è del resto ispirato alla figura del padre – così come il giovane protagonista Kodai Susumu ricalca la figura di suo fratello minore – non solo fisicamente, ma anche per gli insegnamenti di vita e per l’etica che cerca di trasmettere ai suoi uomini. Proprio il concetto di non arrendersi mai gli è stato trasmesso dal padre che, di fronte ad ogni abbattimento, ripeteva al giovane Matsumoto: «Rialzati, siamo nati per vivere, non per arrenderci».

Matsumoto ha anche voluto ricordare come il padre sia tornato segnato dalla guerra, in cui morirono tantissimi suoi amici, e ha tenuto a sottolineare che la guerra come carneficina è una tragedia che non dovrebbe ripetersi, e che i popoli dovrebbero collaborare proprio per salvare il nostro pianeta che attualmente corre un grave pericolo. Discorso che, ovviamente, è stato subito ripreso da tutti i media che hanno voluto evidenziare solo questo messaggio, avulso dal suo contesto, cercando di trasformarlo in un’ode globalista difficilmente adattabile alle opere di Matsumoto – basti pensare all’importanza delle proprie radici, che è il fulcro di tutti i suoi personaggi – e in un pacifismo d’accatto che, però, non tiene conto di quanto detto durante tutto il tempo dal sensei, che a fine conferenza ha voluto ribadire il suo principio cardine, che sembra uscito proprio dalla bocca di Capitan Harlock: «Il mio motto è: siamo nati per vivere; qualunque cosa succeda, continuerò a combattere».

Carlomanno Adinolfi

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