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Roma, 26 nov – «Più ci sono governi di sinistra, più c’è controllo sociale», ama dire Michel Houellebecq. È una constatazione ancora più vera di quanto non creda lo stesso autore francese, che ha in mente per lo più i divieti contro i fumatori e le varie campagne salutiste. La deriva, tuttavia, è molto più profonda. Dopo aver smesso di sognare la rivoluzione sociale, che in fondo ha sempre degli effetti collaterali un po’ fascistoidi, la sinistra si è infatti convertita alla normalizzazione antropologica: non c’è alcun sistema da abbattere, anzi, l’architettura istituzionale che abbiamo è perfetta (da qui i vari movimenti giovanili di questi anni che, caso unico nella storia, hanno sempre avuto la Costituzione come pietra angolare, fino ad arrivare alle sardine che protestano contro l’opposizione, come se i punk della Londra degli anni ’70 fossero nati per difendere la monarchia contro i capelloni), mentre è il cittadino che va imbrigliato in un gigantesco dispositivo disciplinare che ne regoli le abitudini, le azioni, il modo di vivere, mangiare, divertirsi, fare sesso, parlare, pensare, persino provare emozioni. Il sistema non ha nulla che non va, sei tu che sei sbagliato.

La mutazione politica della sinistra

L’abbiamo presa un po’ larga, ma non si capisce nulla della libido censurandi di cui è attualmente preda la sinistra se non la si inserisce nel quadro di questa mutazione politica: volevano cambiare il sistema per permettere agli uomini di essere liberi, sono finiti a imprigionare gli uomini affinché fossero all’altezza del sistema. Va da sé che la libertà di pensiero, in questo quadro, diventi un fastidioso retaggio del passato di cui sbarazzarsi quanto prima. Ecco, quindi, il contesto in cui è avvenuto il tentativo – destinato ovviamente allo scacco – di boicottare la conferenza di giovedì 28 novembre che vedrà coinvolti a Milano Simone Di Stefano, Diego Fusaro, Alessandro Meluzzi, Francesco Borgonovo, Gianfranco Peroncini e il sottoscritto.

Un miracolo chiamato Primato Nazionale

Il convegno lancerà peraltro la campagna abbonamenti annuale del Primato Nazionale, ed eccoci giunti al cuore del problema. Come si contrasta la censura? Sicuramente non con la lamentela o il vittimismo, bensì con la creazione di spazi di autonomia reale e con la fortificazione di quelli già esistenti. Il Primato Nazionale è in questo senso un piccolo miracolo, se pesiamo lo standard qualitativo, il livello di radicalità, la capillarità della diffusione e la capacità di coinvolgimento. Un miracolo, tuttavia, non scontato, non garantito, dato che purtroppo i vari scoop dell’Espresso sui flussi di milioni che rimbalzano tra la Russia di Putin e la cassa del Front national per finire, chissà perché, nella tesoreria del mondo nazionalrivoluzionario italiano erano, ovviamente, delle colossali panzane.

Ma c’è un motivo ulteriore per compiere quella che è stata giustamente definita la “scelta sovranista”. Non si tratta solo di scegliere il sovranismo tra le varie opzioni politiche sul tavolo, ma anche di scegliere quale sovranismo si intende sostenere, cioè che intonazione dare all’etichetta che, nel bene o nel male, è diventata il collettore delle istanze identitarie. Quale sovranismo vogliamo? Che forma vogliamo dare al magma sovranista una volta che si riesca a farlo solidificare? È questa la posta in gioco. Ora c’è solo da giocare.

Adriano Scianca

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