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Mishima, Acciaio, Sole ed Estetica

by La Redazione
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Roma, 1 dic – “Voi non insorgerete. Non vi ribellerete. Non lo farete mai. Non farete mai niente, voi”. Mai come oggi le parole di Yukio Mishima risuonano nella nostra (dis)umanità inconsistente e fiacca. Mai come oggi hanno il gusto acre di una medicina per risvegliarsi da un torpore di decenni, fatto di lotte mai combattute, di pesi che non ci appartengono e di spaesamento esistenziale. Un anno simbolico, sotto ogni punto di vista, il 2020, anche nel suo contenere, nel ventre giornaliero, il cinquantesimo anniversario della morte del grande scrittore giapponese. 

Yukio Mishima: un uomo libero

Lo hanno definito “l’ultimo samurai”, lo hanno chiamato “pazzo”, “nazionalista”, gli hanno affibbiato ogni tipo di epiteto o etichetta, senza mai dargli la definizione che da sempre gli spetta di diritto: un uomo libero. Libero dai preconcetti, libero dalla sua società, dai giudizi (auto)imposti dalla comunità, libero di poter sperimentare ogni tipo di pensiero e azione senza dover rendere conto a niente e nessuno, se non alla propria nipponica coerenza o alla costruzione di una figura certamente teatrale per certi versi – visto che il teatro è stato uno dei suoi rifugi e delle sue fonti artistiche – ma anche profondamente prometeica, dove il mito dell’uomo che ruba agli dei il fuoco per gli altri uomini, diventa quello di un uomo che sottrae un fuoco pallido a una nazione oramai esanime per restituirla ravvivata nel suo sacrificio, a chi poteva capire  o avrebbe capito un giorno. Spegnendo il proprio fuoco vitale per rendere più alte le fiamme della torcia comune.

Mishima, Acciaio, Sole ed Estetica

Tra le belle pubblicazioni che sono uscite in questo periodo, insieme ad analisi giornalistiche sempre troppo bidimensionali (incentrate sulla coppia “nazionalismo-omosessualità”), c’è quella di Riccardo Rosati, Mishima, Acciaio, Sole ed Estetica (Cinabro Edizioni), che ha il suo manifesto programmatico sin dal titolo; infatti racchiude due punti chiave della vita di Kimitake Hiraoka e ne aggiunge uno da sempre tenuto marginale, oppure trattato con la superficialità di un concetto esclusivamente dandystico o di stile, mentre l’estetica interiore ed esteriore dell’artista era ben più complessa e radicata nelle sue debolezze e forze acquisite, oltre che nella sua intelligenza polimorfa.

Nell’agile viaggio che l’autore ci offre possiamo ritrovarci a percorrere, con attenzione ed essenzialità di particolari, la vita di Mishima, i tratti salienti e nodi gordiani all’analisi che ci viene proposta, ma soprattutto finalmente ci si scosta da un’osservazione esclusivamente politica perché “la tesi che verrà sostenuta in questo piccolo libro è la seguente: l’accostamento della vita e delle opere di Mishima a una matrice di stampo prettamente politico, per quanto concerne gli ultimi dieci anni della sua esistenza, è da considerarsi limitante, giacché l’impiego univoco di un siffatto codice interpretativo rischia di adombrare quella che è, a nostro avviso, la vera essenza di questo scrittore e del suo lavoro; ovvero una continua ricerca del ‘gesto estetico’, volto a ridonare ordine e morale al Giappone moderno. Gesto salvifico quindi che, però, rimane sovente celato tra le pieghe di uno stile esistenziale talvolta eccessivo ed eccentrico”.

Rosati ci mostra la grande creatività di Mishima

Un’operazione letteraria, critica e sintetica, di riappropriazione della sorgente stessa del pensiero/corpo esperienziale mishimiano, capace di “rimettere a posto” alcuni tasselli della sua comprensione che troppo spesso vengono utilizzati con leggerezza o disattenzione, creando costruzioni pericolanti e pericolose e dando voce alla mistica del corpo dell’artista. È molto interessante come Rosati ci mostri la grande creatività di Mishima, la sua illuminante scrittura (che mai deve essere letta in modo autoconclusivo o impulsivo, in quanto richiede sedimento, comprensione e riflessione, oltre che capacità di sapersi orientare tra i labirinti) e la “vitalità”, concetto che in queste pagine diventa onnicomprensivo e capace di abbracciare – finalmente – l’oggetto dell’analisi nella sua reale dimensione: quella duale, divisa, intrisa di contraddizione, che nell’animo di Kimitake esisteva perennemente e formava quello di Yukio, in maniera anche ipertrofica.

Mishima, Acciaio, Sole ed Estetica è un’esemplare prova di decostruzione critica e appassionata, per raggiungere un nucleo reale e non per sfaldare un eroe; un’opera zen, a suo modo, che spoglia il fiore di peonia di Mishima per mostrare il terrorista estetico e culturale che sarà per sempre ricordato come la prima voce degli spiriti eroici.

Alex Pietrogiacomi

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