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Roma, 7 lug – Intuizione geniale quella di definire Kimitake Hiraoka, alias lo scrittore Yukio Mishima, il martire della bellezza. In effetti la sua vita, non lunga e non comune, è stata un percorso verso l’innalzamento, prima poetico, poi fisico e spirituale, verso la pura e assoluta bellezza, culminata nel rito del sacrificio. Se basterebbe questo per motivare alla lettura di questo bel libricino, curato dal karateka e uomo di lettere assolute Alex Pietrogiacomi, che si avvale della collaborazione di una esperta artista e calligrafa giapponese, Tomoko Sugiyama, non si può ignorare la preziosità dell’operazione editoriale Mishima martire della bellezza edito da Alcatraz. Una summa del pensiero azione di Mishima, riepilogata in frasi estrapolate da opere varie, che hanno la forza di epigrammi e l’ultimo appello, il geki bun, scritto poco prima del suo suicidio.

La profondità non comune di Mishima

Cosa aggiungere alla numerosa critica della letteratura mishimiana? Parlare di Mishima e della sua vastissima opera letteraria è difficile senza cadere nel luogo comune del commento della sua vita e, soprattutto, della sua morte. Al contrario, bisognerebbe, per quanto si possa, astrarsi dall’uomo e tornare ai suoi scritti, per valutarne appieno l’accuratezza e la profondità non comune della ricerca in essa contenuta, la straordinaria eleganza della sua scrittura, l’armonia che trasuda dalle frasi affilate. Focalizzare sulla bellezza della sua opera, questo è lo scopo che si vuole individuare in questa raccolta florilegio. D’altro canto Mishima è stato anche un costruttore di bellezza, oltre che ricercatore e cantore di quella fisica e spirituale, della sintesi tradizionale tra il pensiero e l’azione: iniziando dal grande sforzo di volontà della sua trasformazione-crescita letteraria, fino alla scelta non comune di ricostruire anche nel suo corpo, di fare del suo corpo un tempio perfetto, un padiglione d’oro, attraverso l’esercizio fisico.

Lui che aveva subito la vergogna bruciante di essere scartato dal sevizio militare per la sua gracilità di giovane studioso e recluso a casa della nonna, autoritaria e malata, diventa un atleta, un cultore del potenziamento fisico e delle arti marziali. Lui ancora decide, nell’età di mezzo che si affaccia alla inevitabile prospettiva della decadenza senile, di cristallizzare per sempre la sua personale bellezza, sacrificandola alla Patria: senza motivo, senza che nessuno avesse chiesto, senza scopo né apparente utilità, in una scelta di pura, assoluta accecante estetica.

La bellezza non muore

Oggi come ieri Mishima è inattuale, antistorico e non moderno, è bello come una di quelle statue che orrendi panzoni viziati, vestiti in modo ridicolo e sciatto, abbattono, in nome di una giustizia sostanziale che non esiste. La sgraziata figura di questi impostori dei nostri giorni, di questi mentitori a se stessi e agli altri, si contrappone anche fisicamente alla splendida figura di Mishima che arringa la soldataglia, poco prima del sacrificio: il Comandante della Tate No Kai – la Società degli scudi – nella sua splendida uniforme, uomo nel pieno della sua maturità e forza, sulla fronte l’hakimaki con il sole nascente, le mani guantate di bianco, il volto scolpito dallo sforzo della retorica e dall’immedesimazione nel suo discorso.

La sua stessa testa di statua antica la ritroveremo nella famosa foto scattata dopo il seppuku, i lineamenti oltraggiati dalla morte maldestra che gli aveva inflitto il suo inesperto secondo kaishakunin, appoggiata al pavimento lercio di merda e sangue, ma ancora orrendamente bella, come quella di un martire, come il corpo trafitto di quel San Sebastiano che colpiva la sua fantasia nella stanza buia della casa dell’infanzia già inquieta. Manca tremendamente a questo mondo vigliacco e obeso la bellezza, con tutte le sue contraddizioni apparenti, la forza spirituale, il cameratismo e il sacrificio, e leggere questo libro è comunque un’esperienza al limite del dolore nostalgico, dell’invidia per chi è comunque riuscito a dimostrare, oltre il suo stesso corpo e la sua vita, che la bellezza non muore, che si rigenera pure nel sangue, che salva e purifica, come è stato per Mishima, suo eterno e invitto martire. Alex Pietrogiacomi, Mishima martire della bellezza, Alcatraz, Milano, 2020.

Domenico Di Tullio