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Roma, 17 gen – Christopher Tolkien, figlio dell’immortale scrittore e creatore di mondi John Ronald Reuel Tolkien, è morto nella notte tra mercoledì e giovedì all’età di 95 anni. Ma non sarebbe corretto ricordarlo soltanto per essere stato “il figlio di Tolkien”. Oltre ad essere stato uno studioso di fama internazionale e insegnante di lingua inglese al New College di Oxford, Christopher è stata forse la pietra angolare su cui è stata costruita l’intera Terra di Mezzo. È infatti grazie a lui e ai suoi due fratelli maggiori, John Francis Reuel e Michael, che l’epica saga e il fantastico mondo di Tolkien sono nati. Tutto nacque infatti come una fiaba, una realtà creata come sovramondo fantastico e ispirato agli antichi miti del Nord Europa da condividere con i figli. E che grazie alla magia mitopoietica di Tolkien prese forma, come un’opera d’arte, diventando qualcosa di più che reale.

Lo Hobbit, “solo” una fiaba per i figli di Tolkien

Poi accadde che un manoscritto utilizzato solo come lettura per i figli, casualmente fu notato da una impiegata della Allen & Unwin che convinse JRR Tolkien a pubblicarlo. In questo modo nel 1936 Lo Hobbit fu dato alle stampe. Allo scoppio della guerra la Terra di Mezzo continuò a vivere proprio grazie alle numerosissime lettere che Tolkien inviò proprio al figlio Christopher, impegnato al fronte. E fu proprio grazie a questa corrispondenza che Tolkien decise di dare ulteriore e più completa forma al suo mondo. Circa dieci anni dopo, tra il 1954 e il 1955, Il Signore degli Anelli fu pubblicato come trilogia sempre dalla Allen & Unwin. Ma l’importanza di Christopher non si ferma a questo. Alla morte del padre, nel 1973, il mondo della Terra di Mezzo restava ancora per lo più esplorato. Oltre ai due capolavori Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli, Tolkien aveva infatti lasciato appunti, racconti, pagine, studi, disegni e mappe. Una mole mastodontica di lavoro che ampliava nello spazio e nel tempo le due opere con cui aveva raggiunto la fama immortale.

La grande opera di Christopher

E fu proprio grazie a Christopher che quella mole di lavori incompiuti, sparsi e alla rinfusa sono potuti diventare di fatto l’Opera Omnia della Terra di Mezzo. A Christopher dobbiamo infatti le mappe pieghevoli che vediamo allegate ai libri del padre. Ma anche tutte le opere postume che, pubblicate con il nome di JRR Tolkien come autore, devono proprio al lavoro di raccolta e raccordo fatte da Christopher la loro realizzazione. Parliamo ovviamente de Il Silmarillion del 1977, dei famosi Racconti Incompiuti del 1980, della mastodontica opera in dodici volumi The History of Middle Earth, pubblicata tra il 1983 e il 2002 e che in Italia è purtroppo inedita se non per i due primi volumi (i Racconti Perduti e i Racconti Ritrovati). Fino agli ultimi libri I Figli di Hurin, Beren e Luthien e La Caduta di Gondolin pubblicati nell’ultimo decennio.

Ma oltre che l’averci donato di fatto la Terra di Mezzo in tutta la sua completezza, a Christopher dobbiamo anche la pubblicazione dell’immenso epistolario del padre ma anche molti suoi lavori inediti in cui venivano affrontati proprio quei miti che furono la base su cui nacque la saga immortale. La Leggenda di Sigurd e Gudrun, poema narrativo ispirato all’Edda poetica e alla saga di Sigfrido; La Caduta di Artù, poema sulla leggenda arturiana; e una traduzione con commento al poema epico Beowulf. La morte di Christopher è stata quindi accolta da parte di tutti gli appassionati della saga col dolore paragonabile a quello di una seconda morte di Tolkien. Con lui di fatto muore la memoria postuma del grande Autore.

Lo scempio contemporaneo dell’opera tolkeniana

Che Christoher sia morto proprio nei giorni successivi a quelli in cui Amazon annunciava lo strano cast della sua discussa serie tv sulla Seconda Era della Terra di Mezzo – con personaggi e storie inventate – e a quelli in cui la Bompiani in Italia annunciava il ritiro della vecchia traduzione di Vittoria Alliata di Villafranca per far posto alla nuova, orribile, terrificante e lontana da ogni fedeltà filologica pseudo-traduzione di Ottavio Fatica, è forse un caso. Ma che si sia risparmiato di assistere a questi scempi nei confronti della memoria del padre e del lavoro di entrambi, questo almeno è una certezza. Come quella che ci fa guardare verso Occidente, al di là del Mare, verso le terre di Aman e Valinor, dove Christoher si è diretto per poter finalmente riabbracciare l’amato padre e tutti i protagonisti della sua ultranovantennale fanciullezza.

Carlomanno Adinolfi

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