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Mostra a Padova “Questa è guerra!”Padova, 4 mar – “La guerra ha il suo odore inconfondibile, un sentore del tutto singolare. Lo si riconosce come quando, sognando, ritornano in mente altri sogni completamente dimenticati. La guerra è una di quegli ambiti in cui si riscoprono i suoni originari, come quello del vento che spira e volteggia al di sopra dei campi a folate sempre più sottili, sempre più oscure. Non c’è melodia più profonda”. A ben vedere, la mistica della guerra di Jünger oggi potrebbe risultare un po’ datata, per chi tra le nuove generazioni ha avuto il “privilegio” di poterla guardare comodamente e distrattamente dal salotto di casa.

Una buona occasione per riscoprirne il significato è la mostra “Questa è guerra!”, inaugurata al Palazzo del Monte di Pietà di Padova sabato scorso. Attraverso oltre 300 fotografie, selezionate da Walter Guadagnini tra le più celebri, si raccontano i principali conflitti che hanno caratterizzato il XX e l’inizio del XXI secolo. Un collezione in grado di accostare gli scatti di fotografi amatoriali a quelli dei grandi dello strumento: da Robert Capa a Henri Cartier-Bresson, passando per August Sander, Ernst Haas e Eugene Smith.

Superando le ovvie e banali strumentalizzazioni pacifiste di chi dimentica la contiguità tra l’uomo e l’esperienza bellica – per dirla con Jünger “nostra madre, ed anche nostro figlio” – la collezione consente di sentire davvero il rumore dei cingolati o il fango sotto gli stivali. Il tutto proprio grazie al mezzo “macchina fotografica”, capace di coinvolgere emotivamente lo spettatore senza spingerlo ad una interpretazione forzata, ma fungendo altresì da occhio cinico e mai asettico.

Si provino a guardare gli scatti della principessa Anna Maria Borghese, membro della Croce Rossa al fronte, o quelli di Capa sulla Prima guerra mondiale. Così come le istantanee dei soldati, che per la prima volta nella storia impugnano le macchine fotografiche, costruendo veri e proprio diari. L’elemento meccanico ritrae l’esperienza umana e l’incedere possente dei carri armati, evolvendosi di pari passo al perfezionamento tattico e militare.

La Seconda guerra mondiale ci viene raccontato dai giganti della fotografia del secolo scorso, prendendo ad esame le conseguenze della guerra per le popolazioni: ci sono le immagini di Ernst Haas di Vienna distrutta, Colonia ripresa da August Sander prima e dopo le devastazioni, o ancora le immagini di Hiroshima o di Dresda, quest’ultima bombardata dagli americani a conflitto concluso. Ma persiste anche lo sguardo di Smith sui soldati in battaglia.

Si passa poi alla guerra del Vietnam, l’ultima fotografica prima del surclassamento televisivo. Ma soprattutto ultimo o quasi tra i conflitti “combattuti”. Da lì in poi sarà “guerra di bottoni”: nessuno spazio per l’etica. Ed anche la mostra diventa pura narrazione, spostando l’attenzione dal rapporto uomo/elemento a quello causa/effetto. Viene gradualmente abbandonato il reportage e si passa all’interpretazione degli artisti. La parte meno interessante, per chi scrive, ma indubbiamente sintomatica della “moderna” concezione di battaglia: ci sono le ricostruzioni storiche di Luc Delahaye, i colori accesi del Congo di Richard Mosse, fino ad arrivare alle ostentazioni del conflitto in Ucraina di Boris Mikhailov.

Al termine della rassegna, ne emerge un ritratto chiaro e definito, ponendo al visitatore domande e lasciando campo libero sullo “schieramento” di cui prendere le parti. E d’altronde, citando Eraclito: “La guerra è comune a tutti gli esseri, è la madre di tutte le cose. Alcuni li fa dei, gli altri li fa schiavi o umini liberi”.

Davide Trovato

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