Noi non intendevamo vincere a metà, nell’autunno 1922. Le vittorie a metà non fanno rivoluzione. Ci si proposero varie soluzioni governative. Luogotenenti e nazionalisti fiancheggiatori ne sollecitavano la realizzazione. Ma, allora, meglio una soluzione costituzionale, maggioritaria, della crisi che non un’ibernazione di questa tra le spire del compromesso e le paratie della transazione. Il nostro movimento non poteva, non doveva divenire oggetto di mercato. Lo dissi apertamente ai miei diretti collaboratori. Molti di costoro mi volevano a Roma, a dirigere le trattative. Risposi, avendo consenzienti soltanto Cesare Rossi e Italo Balbo, che con il capo della rivoluzione non si tratta. Se ne accettano le richieste o ci si batte per respingerle. Furono giorni apertamente variegati di diffidenza per gli uomini e per le cose. […]

Questo estratto è stato pubblicato sul Primato Nazionale di ottobre 2022

La forza di un capo risiede nella fiducia che costui sa ispirare più nelle masse che nei luogotenenti. Se avessimo dovuto fidare nel consiglio dei luogotenenti, saremmo invecchiati a Milano, in attesa del telegramma del re. La situazione era matura. Occorreva rendersene conto. Da Milano, noi la controllavamo al minuto, mentre i nostri luogotenenti a Roma non pervenivano, a volte, neppure a valutarla all’ingrosso. Avevamo, a Roma, i luogotenenti monarchici. Ma contavamo maggiormente su quelli repubblicani, di stanza a Perugia. Di quei giorni di fine ottobre, tutti ricordano le ore dell’attesa. Non avevamo dubbi. Le trattative servivano per dimostrare, se ancora ve ne fosse stato bisogno, la precarietà della situazione politica. Eravamo giunti al massimo dell’impotenza governativa. L’onesto Facta, abbandonato da tutti e da tutti assaltato, era il solo dell’ancien régime ad essersene reso conto. Gli altri continuavano, secondo la ritualistica di routine, a nominare cavalieri i clienti e a includere in inutili commissioni di studio i liberti assetati di popolarità. […]

Liturgia della rivoluzione

Avevamo creato una nostra liturgia. Avevamo indotto la base a credere nella santità del sacrificio dei nostri morti. L’aver stabilito una continuità tra l’epos della guerra e il dramma della rivoluzione aveva rotto ogni soluzione di continuità tra interventismo e fascismo. Dimostrammo, così, di non essere nati improvvisi alla storia. Questa fu saggezza politica. Le rivolte figlie del momento durano il lampo di un risentimento. Le rivoluzioni debbono affondar radici nel rancore della moltitudine contro condizioni di vita indegne della civiltà. L’umano non scaturisce dalla decisione d’impeto. È razionalizzazione di ogni attesa di sociale giustizia. Un simile discorso noi principiammo a tenere nel 1910. Lo continuammo nei giorni della settimana rossa. Lo perfezionammo nei mesi dell’intervento. Lo conducemmo a compimento a partire dalla sconfitta di Caporetto.

Filosofia della violenza

Per la storia della nostra rivoluzione, ci imponemmo la crescita di una nostra ideologia. Dovevamo dimostrare che il concetto di giustizia sociale non è monopolio di Marx. Lo abbiamo dimostrato. Proudhon aveva ragione. La violenza è di origine divina. Noi non avevamo bisogno di prendere in prestito formule ideologiche da nessuna filosofia della violenza. Sorel ci era servito per decantarci da certo marxismo di maniera che ci si era appiccicato alla pelle durante il nostro procedere nella rivoluzione. Dicemmo, subito, di voler dare uno Stato alla nazione, intendendo per Stato una condizione di vita, di amministrazione, ragionatamente dimensionata sulle istanze della generalità. Dicemmo, anche, che, per antidemagogia, intendevamo soprattutto negare alla…

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1 commento

  1. La zona dove andavo a camminare per rilassarmi, oramai da tempo purtroppo è stracolma di spacciatori a volte anche aggressivi. I “tutori della legge” sostengono che non possono far nulla ed inventano scuse su scuse facendo i vaghi e quasi ti accusano se fai notare lo schifo. Ecco una situazione che fa comprendere a cosa servirebbe la giusta violenza…

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