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Roma, 25 dic – “In tutta l’Europa, in tutto il mondo, il potere politico è al servizio dell’alta banca, è sottomesso alle imposizioni ignobili dei rubatori e dei frodatori costituiti in consorzio legale. Neppure nel peggior tempo dei barbareschi e dei negrieri le genti furono mercanteggiate con così fredda crudeltà. Le Nazioni sono cose da mercato. La vita pubblica non è se non un baratto immondo esercitato nel cerchio delle istituzioni sterili e delle leggi esauste”.

Sono parole profonde e attuali queste di Gabriele D’Annunzio. Non sembrano essere state pronunciate cent’anni fa, il 24 luglio 1920, in un discorso ai suoi arditi nella città di Fiume che avrebbe visto di lì a pochi mesi, con il “Natale di sangue“, l’ingresso dell’esercito italiano volto a sgomberarla dai ribelli dannunziani dopo diversi scontri armati.

D’Annunzio aveva in precedenza rifiutato il Trattato di Rapallo che sanciva la creazione dello Stato libero di Fiume quando la sua marcia nacque proprio per favorire l’annessione della città all’Italia secondo quanto espresso dalla volontà del nostro paese, uscito vincitore dalla Grande Guerra, ma che non sarà rispettata dalla Società delle Nazioni. Di qui il concetto di “vittoria mutilata”.

Risulterà dunque stimolante ricordare in questo nostro giorno di festa mutilato (è il caso di dirlo) l’afflato vitale di quei giovani che seguirono il poeta-soldato in una spedizione corsara e visionaria scegliendo di combattere contro quei “bravi italiani” che cannoneggiarono Fiume facendo gli interessi dei poteri forti dell’epoca.

Il “Natale di sangue” e la libertà di Fiume come disciplina verticale

Anzitutto è bene ricordare come la storiografia recente sulla scia del politicamente corretto cerchi di descrivere Fiume come la città nella quale tutto era permesso nella libertà totale sancita dalla sua costituzione. Senz’altro la Carta del Carnaro fu per molti aspetti libertaria e democratica, ma non certo nel significato che diamo oggi a questi termini.

Non si era lamentosi figli dei fiori cresciuti nella prosperità economica, ma reduci formatisi nelle novità della Grande Guerra. Si fu libertari nel dotarsi della disciplina da seguire spinti dal conferire una verticalità all’esistenza secondo la comunione di arte, amore e guerra.

Riaprire la storia oltre la modernità

È così che l’impresa di Fiume ci mostra come sia sempre necessario creare nuovi percorsi, nuove sintesi per non marcire nel presente. Messaggio che venne veicolato dalla rivista Yoga di Guido Keller e Giovanni Comisso. I quattro numeri che uscirono fecero eco di una rivoluzione da compiersi unendo avanguardia e tradizione perché mossi dalla bellezza, ala astrale della vita. Bellezza che doveva essere presente anche nelle leggi della città. Basti pensare che la musica venne considerata come una istituzione religiosa.

Si tentò inoltre di costruire un mondo bucolico a Fiume nel segno dell’eterna genuinità dell’agricoltura per il vivere comunitario. Fu proprio questo istinto che doveva emergere dalla prima elaborazione costituzionale moderna del corporativismo, il modello economico che sancisce l’unione del tema sociale a quello dell’identità. Come si può interpretare allora la fine di questa piccola epopea di italianità nella situazione presente? Quando tutto sembra finire, proprio come durante il “Natale di sangue”, non resta che ricominciare. Ritrovando in se stessi l’indole combattiva ma raffinata dell’uscocco fiumano destandosi dal torpore e tornare a vivere davvero.

Filippo Mercuri

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