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Roma, 27 dic – Nell’ultimo anno, segnato tragicamente da una pandemia di scala mondiale, abbiamo assistito all’entrata nel linguaggio comune di numerosi neologismi e anglicismi. Uno tra tutti la parola “lockdown”. Se prima d’ora quasi nessuno in Italia la conosceva, ancora adesso, per quanto ripetuta, pochissimi conoscono nel suo significato. Essa indica una situazione di emergenza in cui non è permesso alle persone di entrare, uscire o muoversi liberamente in una struttura o in un’area a causa di un qualche pericolo. Insomma, sarebbe sostituibile con un più elegante “confinamento”, che forse fa più paura proprio perché ne conosciamo il significato.

Neologismi e anglicismi per una lingua impoverita

Questo è solo un piccolo pezzetto di un processo che dura ormai da anni, forse da decenni. L’inserimento nel linguaggio parlato molti anglicismi che non vanno né ad aumentare la conoscenza generale delle lingue straniere né aiutano la lingua italiana. Anzi: la lingua di grandissimi scrittori, poeti e letterati viene impoverita da parole che provengono da un contesto sociale e culturale completamente differente e semplificano fino all’osso la sintassi dei dialoghi. Questo tra i giovani, nei comizi, nelle interviste e nelle conferenze stampa. Finendo così per ridurre la stessa conoscenza media degli italiani della loro lingua.

Troppo spesso si cerca di semplificare un argomento descrivendolo con parole straniere (anglicisimi, in particolare) che nulla hanno da spartire con il contesto culturale italiano. Creando spesso anche dei fraintendimenti, che si rivelano pericolosi soprattutto in ambiti istituzionali o amministrativi.

Il punto è che la maggior parte delle volte questo tentativo di semplificare il linguaggio attraverso l’uso di anglicismi viene fatto in modo quasi involontario. Ciò è preoccupante perché è sintomo di un impoverimento della lingua italiana che ormai è radicato nelle nostre menti e opera nel nostro pensiero, instillando il dubbio che il nostro idioma non sia adatto ad esprimere determinati concetti.

Decolonizzare l’italiano

Dovremmo contrastare il processo di barbara “modernizzazione” della nostra grande lingua. Cercando di articolare meglio i discorsi e anche, semplicemente, usando parolacce italiane, che come ben sappiamo sono innumerevoli, e non quelle straniere.

Questa battaglia però non si rivela semplice da combattere se i primi a schierarsi dalla parte di neologismi e anglicismi sono gli stessi dizionari. Prendiamo il caso del Devoto-Oli che, nell’ultima edizione, annovererà al suo interno termini come “lockdown”, “spillover”, “droplet” o “quarantenare”.

La lingua italiana, come le opere d’arte e le straordinarie bellezze paesaggistiche del nostro Paese, va tutelata e valorizzata e difesa dalla barbarie globalista/monolinguista. I primi a doverlo fare siamo noi stessi nei nostri dialoghi quotidiani.

Biagio Damo

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5 Commenti

  1. Concordo: l’auspicio contenuto nel finale dell’articolo dovrebbe essere fatto proprio soprattutto dai difensori del sovranismo. Come può esserci, infatti, sovranità a casa propria se facciamo entrare lo straniero già nel nostro vocabolario personale?
    Spero sinceramente che anche la redazione del “Primato Nazionale” faccia tesoro di queste parole.

  2. Alla fine dell’articolo c’è una scritta a caratteri cubitali:”ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER” …coerenza innanzi tutto…

  3. La cretinaggine di questo popolo non mi sarà mai del tutto chiara: infatti anche se semplice e banale, a volte casca nel paradosso più comico e al limite del grottesco. Se voleste lanciare una petizione sulla tutela della lingua e l’istituzione del Consiglio Superiore della Lingua Italiana, con la funzione tra le altre di creare neologismi, ve la firmerei subito.

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