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New Deal e corporativismo/2 – Il dibattito

by Francesco Carlesi
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Roma,5  dic – Nel regime fascista, accanto a molte posizioni superficiali o di taglio giornalistico, ci fu ampio spazio per chi espresse critiche documentate e ampi studi verso l’America e le sue riforme. In prima fila ci furono i bottaiani, che tentarono di esaminare il problema «alla luce di una definizione più precisa di corporativismo», considerato come l’idea che si stava ormai imponendo su scala mondiale.

Proprio Bottai fu protagonista di un momento saliente del rapporto tra i due Paesi, quando firmò l’articolo Corporate State e NRA su «Foreign Affairs» (voce ufficiosa ma autorevole del Dipartimento di Stato) del luglio 1935, dedicato a un’esposizione teorica del corporativismo e a un’analisi delle differenze e somiglianze sul piano sociale ed economico fra Italia e Stati Uniti. Non fu quindi casuale l’impegno profuso dalla scuola di Scienze Corporative di Pisa (voluta dal gerarca romano) nella raccolta e nella traduzione di libri di numerosi autori americani, quali Stuart Chase, Thorstein Veblen, Henry A. Wallace, segretario all’Agricoltura dell’amministrazione Roosevelt, e dello stesso presidente americano, risultando all’epoca una delle più complete in proposito.

Nello stesso ambiente culturale, autori come Benigno Crespi e Attilio Fontana si concentrarono sull’analisi del taylorismo e dell’organizzazione industriale americana, mettendone in luce i lati positivi. Ancor più “audaci” furono studiosi come Fritz Ermarth e Andrè Rouart, che descrissero un’America «sulla via delle realizzazioni corporative». Il primo ebbe anche occasione di collaborare con la rivista dei “pianificatori” americani: Plan Age di Lewis Lorwin. Il sostenitore più deciso e preciso della somiglianza tra i due casi fu Giovanni Fontana, che ebbe occasione di studiare il caso statunitense attraverso un soggiorno alla Yale University, producendo analisi dei codici del lavoro americani di estremo valore. Le maggiori critiche rivolte a chi proponeva paralleli riguardavano, in particolare, la mancanza di coinvolgimento dei lavoratori nel processo formativo delle leggi (come in Italia) e differenze di carattere spirituale e morale quali divergenze più eclatanti tra le due esperienze. Numerosi risultarono coloro, quindi, che negarono qualsiasi parentela tra il National Recovery Act (NRA, elemento centrale dell’economia rooseveltiana) e le politiche fasciste, come i nazionalisti e i “reazionari”.

Il quadro che emerge, comunque, è quello di una vasta schiera di intellettuali e scrittori capaci di esprimere critiche documentate e spiccare per capacità d’analisi e vitalità di pensiero. Non solo Spirito e Bottai, ma personaggi quali Celestino Arena e Guglielmo Masci. Quest’ultimo fece costante riferimento alla teoria dello sviluppo di Schumpeter e agli scritti di Keynes, esprimendo un pensiero economico autonomo e talvolta addirittura anticipatore di alcuni aspetti delle loro opere successive.

Di primaria importanza e particolarità fu la posizione di Mussolini, che recensì positivamente il libro di Roosevelt Looking Forward, e ci tenne a far pervenire una cordiale lettera al presidente americano, recapitata dall′allora ministro delle Finanze Guido Jung, giunto in visita ufficiale a Washington nel 1933. Questo avvenimento si inseriva nel preciso periodo in cui diversi intellettuali e membri del Brain Trust (i consiglieri del presidente) effettuarono studi e viaggi in Italia. Tra i nomi più importanti figurarono Hugh Johnson, James Farley, Harry Hopkins insieme ai professori Raymond Moley e Rexford Tugwell. Tutti si espressero con toni sostanzialmente positivi riguardo alle politiche economiche fasciste per affrontare la crisi economica. Da qui le polemiche e i confronti nel dibattito americano si fecero più serrati, orchestrati in molti passaggi significativi dal presidente Roosevelt, abile nel controllare l’informazione nel suo paese.

La rivista «Fortune» si spinse fino a dedicare un numero speciale al corporativismo, in cui, oltre a diverse considerazioni critiche, venivano elencati i «vantaggi» che una programmazione economica di stampo fascista avrebbe potuto offrire alla situazione critica del Paese. Non dissimili le analisi di molti studiosi e giornalisti, poco noti oggi in Italia, che firmarono pagine importanti di questo complesso rapporto. Roger Shaw, ad esempio, scrisse: «La Nra, con il suo sistema di norme, le clausole che regolano l’economia, e certi aspetti tesi a migliorare la situazione sociale, è stata un semplice adattamento americano dello Stato corporativo italiano nei propri meccanismi. La filosofia del New Deal assomiglia da vicino a quella del partito laburista inglese, ma i suoi meccanismi sono stati presi a prestito dall’antitesi italiana al laburismo». Sullo stesso piano si posero nomi delle più diverse estrazioni politiche come William Welk, Mauritz Allegren, Gilbert Montague e lo storico Charles Beard. Ben poche, tra le riviste più importanti e diffuse, non toccarono l’argomento, e il magnate dell’informazione William Randolph Hearts fu un ammiratore di Mussolini, al contrario del suo rivale Henry Luce.

Quest’attenzione verso l’Italia destò allo stesso tempo preoccupazioni e forti rimostranze da parte di politici (principalmente dello schieramento conservatore, come Hoover) e di studiosi quali Leon Samson e Waldo Frank, timorosi riguardo alla possibile perdita dei valori democratici del Paese. Tra i critici più pungenti verso il fascismo e la sua economia spicca il nome di George Seldes che, nel libro Sawdust Caesar. The Untold history of Mussolini and fascism, mise in luce quelle che considerava le contraddizioni e le finzioni propagandistiche del regime fascista. Ciò che stupisce di più, comunque, è il fatto che in ambito americano «i paralleli fra New Deal e corporativismo fascista erano ancor più diffusi (…) che nella stessa Italia», come ha spiegato Schivelbusch.

Francesco Carlesi

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