Roma, 25 ott – Da qualche anno, il nome di Giorgio Locchi sembra essere parzialmente uscito dal dimenticatoio, grazie soprattutto all’opera dei pochi «devoti» – se ne contano sulle dita di una mano – che hanno organizzato ristampe, approfondimenti e convegni sul pensatore romano. Sottrarre un nome all’oblio, tuttavia, è cosa relativamente semplice. Più difficile è far sì che quel nome non sia solo un «nome» da recitare in una stanca litania di padri nobili, magari l’uno in contraddizione con l’altro, bensì l’origine di un germoglio di pensiero, qualcosa che dia frutti, che cambi realmente il modo di pensare delle persone, che apra piste e prospettive nuove sul presente, sul passato e sul futuro.



Il pensiero dell’origine in Giorgio Locchi

Da questo punto di vista, il lavoro da fare su Locchi – ancora da troppi conosciuto solo come il coautore de Il male americano, testo peraltro a sua volta spesso banalizzato – è ancora praticamente agli albori. L’ultima fatica di Giovanni Damiano in uscita in questi giorni per Altaforte (Il pensiero dell’origine in Giorgio Locchi) va quindi considerata come un necessario punto di svolta negli studi su un filosofo di rara profondità ma ancora tutto da comprendere, anche a causa della scarsa prolificità e della relativa difficoltà dei suoi testi. Il testo di Damiano è tanto più interessante in quanto l’autore non solo non ha conosciuto personalmente Locchi, ma non si è formato neanche nell’ambiente politico e umano che da questi è stato direttamente influenzato, cioè la cosiddetta Nouvelle droite europea, sulla quale anzi l’autore esprime giudizi lapidari (seppur, a modesto parere di chi scrive, troppo ingenerosi). Quello di Damiano con Locchi non è, insomma, un incontro naturale, ovvio, ma il dovuto riconoscimento di uno dei rarissimi studiosi contemporanei di filosofia dal punto di vista delle idee non conformi a uno degli ancor più rari filosofi veri che un certo ambiente abbia espresso dopo il 1945.

È Damiano stesso, in apertura del suo saggio, a spiegare il senso della sua operazione: a parere dell’autore, «per ridare un destino all’opera di Locchi sarà necessario decontestualizzarla radicalmente. Per troppo tempo, infatti, Locchi o è stato rimosso e dimenticato, oppure – ed è difficile capire quale sia la sorte peggiore – è stato appiattito sulla storia del Grece e della cosiddetta Nouvelle droite e sul loro vocabolario ideologico. Detto altrimenti, un pensiero potente e originalissimo quale quello locchiano è stato sinora sostanzialmente sacrificato sull’altare di una cattiva storicizzazione, tutta tesa a rinchiuderlo – se ne fosse consapevoli o meno, qui non interessa – in una gabbia soffocante».

Un pensatore della libertà

Per Damiano, Locchi è innanzitutto un pensatore della libertà. Non, ovviamente, nel senso che tale parola assume nella chiacchiera politica corrente e nelle quotidiane rivendicazioni di «diritti» sparsi, ma nel senso della libertà «ontologica», radicale grazie alla quale l’uomo si sottrae dalle strettoie dei destini obbligati e si dà una storia. In questo senso, il Locchi di Damiano è un pensatore che si situa nel centro della problematica filosofica moderna, opportunamente confrontato dall’autore con Nietzsche e anche con Heidegger. Pur nella profonda e più volte ribadita ammirazione di Damiano per Locchi, tuttavia, va segnalata – ed è un ulteriore merito del libro – anche qualche pagina in cui l’autore problematizza il pensiero locchiano e ne evidenzia qualche contraddizione. Non si tratta, insomma, di un santino presentato a una congrega di fedeli, ma di un confronto serrato e franco con un pensiero di cui non si tace alcun aspetto.

Due contribuiti preziosi

Il testo edito da Altaforte, tuttavia, non si limita al denso saggio di Damiano, ma contempla anche altri due contributi che sarebbe assai ingeneroso liquidare come meri corollari. Uno, di Stefano Vaj, illustra il senso della filosofia locchiana alla luce delle sfide poste oggi dalla tecnoscienza, portando quindi alla luce il fiume carsico che percorre sotterraneamente tutto il pensiero del romano di Saint-Cloud, ovvero la meditazione sulla tecnica.

L’altro testo, quello del figlio Pierluigi Locchi, appare preziosissimo per almeno due ragioni. La prima è che in tale scritto troviamo l’abbozzo di una biografia locchiana, ricca di incredibili aneddoti che finalmente squarciano il velo sulla parabola umana di un pensatore così apparentemente «misterioso». La seconda è il tentativo, che Pierluigi compie qui per la prima volta, di portare alla luce aspetti del pensiero che Locchi non fece in tempo a mettere su carta ma che in qualche modo segretamente sorreggono tutto il suo pensiero esplicito: parliamo della «logica quadripolare» e dei suoi aspetti antropologici e politici, vera e propria miniera d’oro rimasta sepolta negli appunti inediti del filosofo e che, se sviluppata, promette di essere l’innovazione teorica più sconvolgente nella storia delle idee sovrumaniste almeno dalla pubblicazione di Essere e tempo di Martin Heidegger.

Adriano Scianca

 

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