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Roma, 24 nov – Coloro che negano la grande diffusione dell’irredentismo anti-austriaco nelle regioni d’Italia occupate dall’impero asburgico sostengono di solito che esso sarebbe documentato soltanto da fonti “nazionaliste italiane”, come ad esempio la celebre, monumentale e documentata Storia di Trieste di Attilio Tamaro. Tuttavia, è falso che unicamente le fonti italiane attestino l’esistenza maggioritaria del patriottismo italiano nei territori dominati dall’Austria. Le stesse autorità asburgiche sapevano bene sin dalla Restaurazione che gli italiani soggetti al dominio austriaco ne erano irriducibilmente ostili.

L’impopolarità del dominio austriaco

Si può partire dal 1830, quando l’effettivo capo dell’impero in quel periodo, il principe di Metternich, mandò il suo maggiore collaboratore, il conte Clam-Martinitz, a valutare la situazione in Italia ed a fare rapporto. La relazione evidenziò la debolezza e l’impopolarità del dominio austriaco in Italia. Il Clam-Martinitz riferì al Metternich che la presenza asburgica sul territorio italiano doveva affidarsi esclusivamente sulla «dislocazione di una forza militare massiccia», suggerendo anche di non procedere più arruolamenti in Italia e d’evitare di «coltivare illusioni», poiché in caso di guerra «qui tutti ci diserteranno».[1]  Osserva lo storico inglese Alan Sked al riguardo:

Il parere di Clam Martinitz era che gli austriaci avrebbero dovuto terrorizzare un popolo che li avrebbe sempre visti solo come stranieri. La presenza dell’esercito in Italia non era delle più rassicuranti, e la sua propaganda produceva inevitabilmente risultati; gli italiani lo odiavano.[2]

Arriva Radetzky

Fu in seguito a questo rapporto, compiuto presso il Metternich direttamente dal suo braccio destro, che il maresciallo Radetzky venne inviato in Italia per dare applicazione alle idee contenute nella relazione. La scelta cadde quindi su uno dei tre militari più celebri dell’impero d’Austria. Due fra questi furono italiani (già defunti da tempo nel 1830, beninteso), Eugenio di Savoia (che fu il vero costruttore dell’impero con le sue vittorie contro i turchi) e Raimondo Montecuccoli (che fu il creatore ed organizzatore dell’esercito stanziale austriaco). Il terzo è proprio il feldmaresciallo austro-boemo Josef Radetzky (1766-1858), che non ebbe le capacità belliche dei primi due, ma che divenne uno dei simboli dell’impero.

Ancora oggi piuttosto popolare in Austria, egli viene ricordato affettuosamente come Vater Radetzky (papà Radetzky) e kaisertreu (fedele all’imperatore). La sua fama dipende in buona misura da un’oculata campagna propagandistica creata mentre era ancora in vita. Ad esempio, il letterato austriaco Franz Grillparzer, un nazionalista di sentimenti violentemente anti italiani protetto dal Metternich, coniò il motto famosissimo riferito al Radetzky: In deinem Lager ist Österreich (Nel tuo accampamento sta Austria). La Marcia di Radetzky fu composta dal musicista viennese Johann Baptist Strauß dopo la vittoria di Custoza su richiesta di un funzionario governativo, Friedrich Pelikan.

Esiste però una sperequazione radicale fra l’immaginario ideologico ed artefatto creato attorno alla figura del Radetkzy e la realtà storica. Lo Sked osserva che esistono molte centinaia di studi sul feldmaresciallo in lingua tedesca, ma che «qualsiasi lavoro scritto su Radetkzy è stato manifestamente agiografico».[3] Marco Meriggi, studioso autore d’una equilibratissima storia de Il regno Lombardo-Veneto, individua acutamente la natura militaresca del governo del Radetzky ed il suo affidarsi anzitutto alla forza militare ed alla repressione, specialmente dopo il 1848:

Un altro aspetto centrale della nuova conformazione del potere asburgico nei primi dieci anni del regno di Francesco Giuseppe fu costituito dall’ascesa del «partito militare» nelle sfere di influenza viennesi. […] La declinazione prevalentemente militare del potere che Radetzky, specie nei primi anni, esercitò nel riconquistato Lombardo-Veneto, rappresentò pertanto una variante locale, ancorché ingigantita dalla particolarità della situazione, di una più generale tendenza che aveva solide radici connettive generali a Vienna.[4]

La scelta di mandare questo comandante militare in Italia fu infatti provocata da una precisa valutazione della situazione nel Lombardo-Veneto, appunta la relazione del Clam Martinitz. Il governo viennese riconosceva che le popolazioni italiane erano compattamente contrarie al dominio austriaco e che l’unico modo che l’impero aveva per conservarle era l’impiego della forza bruta. Il feldmaresciallo fu quindi inviato in terra italiana dal primo ministro asburgico con il preciso intento di servirsi dell’esercito imperiale quale vera e propria forza d’occupazione su popolazioni giudicate refrattarie al dominio straniero.

“Gli austriaci non governano più”

Il Radetzky dal canto suo ebbe rapidamente modo d’accorgersi che quanto aveva affermato il fido braccio destro del Metternich sulla pervasività del patriottismo italiano era veritiero e che gli abitanti del Lombardo-Veneto ricusavano la dominazione straniera.

Egli confermò tale assunto diverse volte in sue esplicite dichiarazioni: «Tutto ciò che noi possiamo fare per riconquistare l’amore dei suoi abitanti, per legarli di nuovo a noi con vincoli di fedeltà, non serve a nulla». Gli austriaci, soggiungeva il feldmaresciallo, «non governano più», «noi ora dominiamo soltanto, con la spada in pugno». Egli giungeva ad affermare che «Un solo grido si ode in Italia dalle Alpi alle coste di Messina: “Morte agli austriaci”». Il Radetzky osservava quindi con derisione riguardo agli italiani: «La loro ingenuità è veramente incommensurabile. Essi chiedono, in tutta serietà, perché, visto che non ci vogliono qui, noi non ce ne andiamo». La spiegazione a questo interrogativo veniva fornito dal feldmaresciallo stesso in una sua lettera, nella quale egli scriveva che il Lombardo-Veneto doveva essere conservato sotto il dominio asburgico per ragioni d’interesse economico dell’Austria e della Boemia.

Anche alcuni fra i principali collaboratori del Radetzky condividevano la sua opinione sull’animosità degli italiani verso il dominio imperiale. Poco prima del 1848 l’ammiraglio Zichy, comandante in capo della flotta asburgica nel 1848, scrisse sull’Italia come «terra radicalmente ostile» al dominio austriaco e sostenne che bisognava attendersi «un completo ammutinamento della marina […] alla prima occasione», ciò che poi effettivamente avvenne.[5] È vero che dal 1815 al 1848 la marina austriaca era stata composta in maggioranza da italiani, tuttavia, dopo che questi, nel ’48, avevano quasi tutti disertato, essa fu ricostituita concedendo preferendo militari d’altre etnie. La lingua di servizio nell’esercito sin dai tempi di Maria Teresa era il tedesco e dal 1848 questa disposizione fu estesa alla marina. Questo accadde nonostante fosse necessario tradurre in questo idioma le numerosissime espressioni tecniche marinaresche, che non avevano spesso sinonimi in lingua germanica, poiché l’Austria era privi all’epoca di tradizioni di marineria d’un qualche rilievo.[6]  Comunque gli equipaggi furono da allora, quindi dall’ammutinamento del grosso a favore dell’insurrezione italiana, arruolati fra chi non era italiano.

Fra gli altri, anche il generale von Schönhals ricorda che nelle sue memorie che gli occupanti austriaci erano odiati dagli italiani. Particolarmente ostile era la classe dirigente locale, ma anche quella media e popolare erano contrari alla presenza austriaca. Praticamente non c’erano legami fra i dominatori stranieri ed i sudditi italiani, presso i quali covava un crescente risentimento verso gli invasori.[7]

Osservazioni identiche nella sostanza si ritrovano numerose fra le alte personalità dell’impero. Ad esempio, l’arciduca Massimiliano d’Asburgo, fratello dell’imperatore Francesco Giuseppe,  conoscitore di Trieste in cui visse a lungo, viceré del Lombardo-Veneto, scriveva che era «necessaria una così massiccia presenza militare in Italia» poiché «il governo di questi territori è stato ridotto in condizioni tali che nessun delegato o commissario di distretto si sente in grado di governare il proprio distretto senza la presenza permanente dei militari». Insomma, Massimiliano d’Asburgo riconosceva che il possesso dei territori italiani era affidato all’occupazione militare e non si basava su alcun consenso degli abitanti.

In termini di massima, le autorità imperiali già prima del fatidico 1848 sapevano con certezza che i sudditi italiani del Kaiser erano ostili alla dominazione austriaca e questo in tutte le terre assoggettate.

Marco Vigna

[1] Si può fare riferimento anzitutto ad Alan Sked, studioso anglosassone autore del fondamentale studio Radetkzy e le armate imperiali. L’impero d’Austria e l’esercito asburgico nella rivoluzione del 1848, Bologna 1983 (ed. originale The Survival of the Habsburg Empire. Radetkzy, the Imperial Army and the Class War 1848, London-New York 1979), p. 159

[2] Ibidem, p. 163.

[3] Ibidem, p. 13

[4] Meriggi, Il Regno, cit., pp. 349-350.

[5] Sked, Radetzky, cit., pp. 235-236.

[6] C. A. Macartney, L’impero degli Asburgo. 1790-1918, Milano 1976.

[7] K. Von Schönhals, Errinerungen eines österreichischen Veteranen aus dem italienischen Kriege der Jahre 1848 und 1849, Stuttgart-Tübingen 1853, p. 31.

1 commento

  1. Proprio come, (e PEGGIO!!!), il sedicente “esecutivo” attuale. Un’ ACCOZZAGLIA di CIALTRONI ANTIITALIANI e FILOTUTTOCIOCHEFASCHIFO!: Non governano piu! DOMINANO SOLTANTO! Con SPADE, RANDELLI, POLIZIA TRASFORMATA IN AGUZZINA DI ITALIANI e in “MAMMA AMOREVOLE & PREMUROSA per OGNI TIPO di FECCIA, TRIBUNALI e COMMISSIONI CREATE “AD HOC”, ( e PAGATE da COLORO che sono le VITTIME DESIGNATE! Con l’ INTIMIDAZIONE e la MINACCIA di rovinarTi la VITA! Più NEMICI del piu PERFIDO NEMICO! NIHIL NOVI SUB SOLI!

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