In un articolo del 1936 Eliade si sofferma sull’idea che le malattie caratteristiche di un’epoca – quali ad esempio la peste nel Medioevo, o la sifilide nella modernità – intrattengano una solidarietà tutt’altro che accidentale con la cultura e la visione del mondo propria del loro tempo. In altre parole, se da un lato il modo in cui una società ha definito il proprio modello di salute ci rivela la condizione umana che essa incoraggia e che ritiene desiderabile, dall’altro le vie in cui concepisce il malato e la malattia ci svelano le paure, le ossessioni e i tabù di una civiltà.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di dicembre 2021

Il suggerimento di Eliade è prezioso, perché indica un percorso ermeneutico che solo in parte è stato affrontato, e perlopiù ponendo l’accento sui legami tra dispositivo sanitario e prassi del potere – Foucault docet – piuttosto che in direzione di una filosofia della cultura che abbia come chiave di volta il modo in cui l’uomo ha concepito salubrità e patologia.

La pandemia e quel legame tra malattia e cultura

Lo snodo epocale che stiamo vivendo, avendo il proprio evento fondante nel mito della pandemia, e avendo legittimato la progressiva ristrutturazione dei rapporti di potere su esigenze di ordine sanitario, si rivela un terreno particolarmente fecondo per sondare l’ipotesi di un legame strutturale tra malattia e cultura. Difficilmente sarebbe infatti pensabile che, senza un preesistente background culturale adeguato, l’ideologia pandemica avrebbe attecchito con tale forza ed efficacia. La nostra ipotesi è che l’uomo solidale, con tale pensiero, abbia caratteristiche specifiche riscontrabili solo nell’epoca postmoderna; e che non sia l’emergenza sanitaria a favorirle, ma piuttosto queste ultime a secernere l’ideologia pandemica come riflesso della propria natura.

In un orizzonte in cui l’uomo è ridotto essenzialmente alla dimensione biologica, la salute fisica è il bene primario. Tale salute coincide con l’astratta condizione di assenza di qualsiasi disturbo, ossia uno stato percepito costantemente come precario ed eccezionale. L’uomo astrattamente sano è concretamente sempre malato, o a rischio di malattia, e pertanto ogni aspetto della vita sociale deve essere adeguato – e può essere sacrificato – in vista della…

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