Roma, 1 gen – “Con l’euro lavoreremo un giorno di meno guadagnando come se lavorassimo un giorno di più” ebbe a dire Romano Prodi. In realtà non l’ha mai detto (o almeno non esiste fonte certa di questa affermazione), ma il senso rimane. Doveva essere un’utopia divenuta realtà. Così la presentavano, magnificando quelli che sarebbero stati i sicuri successi della moneta unica. A vent’anni di distanza l’utopia rimane tale. Ci resta solo la tragedia.

Era il primo di gennaio del 2002 quando l’euro (nato “ufficialmente” tre anni prima) entrava in circolazione. Chi ha qualche anno di più sulle spalle ricorderà i due mesi di circolazione parallela tra nuovo conio e vecchie lire. Da marzo, poi, nei nostri portafogli sarebbe entrata solo la moneta della Bce. Una valuta in comune per 11 nazioni (poi divenute 19) ognuna con la sua lingua, le sue leggi, i suoi bilanci, le sue manovre finanziarie. Come costruire la casa partendo dal tetto: prima o dopo il peso delle tegole è insostenibile da reggere mentre si innalza il resto. Così, puntualmente, è andata.

E dire che proprio in quegli anni deflagrava una crisi. Dall’altro lato del mondo e relativa ad un’economia diversa per struttura, storia e caratteristiche. Parliamo dell’Argentina, che dopo un decennio di cambio fisso (il motivo sempre quello: contrastare l’inflazione) si ritrovò letteralmente decotta. Dalle parti di Buenos Aires, a fronte della tanto agognata stabilità dei prezzi, era diventato più facile importare che produrre in patria: succede quando agganci la tua moneta ad un valore sensibilmente più alto di quello che avrebbe in normali condizioni “di mercato”, banalmente perché i prodotti esteri risultano molto più convenienti.

L’euro, ovvero la tragedia del cambio fisso

Lo schema, per l’Italia (e per la Spagna e per la Grecia, in misura minore anche per la Francia), si è replicato alla perfezione. Vogliamo prendere la bilancia commerciale, vale a dire il saldo tra import ed export? Se prima dell’euro era tendenzialmente in territorio positivo, dal momento in cui fissiamo il cambio prende una traiettoria di continua e costante discesa su valori al di sotto dello zero. Fino al cambio di passo grazie al governo Monti. “Grazie” in senso ironico, perchè l’esecutivo guidato dall’ex rettore della Bocconi non ha fatto altro che dare un giro di vite ai portafogli degli italiani, comprimendo così la domanda interna. Con meno soldi da spendere, se le esportazioni sono rimaste stabili al contrario le importazioni si sono fermate. Non proprio il modo più virtuoso per sistemare lo squilibrio, ma allo stesso tempo l’unico possibile in regime di moneta unica.

Vogliamo di converso, parlare della produzione industriale? Con la doppia recessione (la prima globale, la seconda a seguito delle manovre che vanno sotto il nome di “austerità”) è tornata sui livelli di fine anni 80. Non produciamo più nulla, importiamo di tutto. E se non produciamo, che ne è del lavoro? Ecco, per l’appunto: senza scomodare il pieno impiego degli anni 60 e 70, la disoccupazione veleggia ormai stabilmente in doppia cifra. Per non parlare di quella giovanile, che grazie anche a trovate geniali come quelle della Fornero è arrivata ad un certo punto a sfiorare il 45%. Ne consegue anche una più che discreta moderazione salariale: perché d’accordo che i prezzi sono stati tenuti in ghiacciaia, ma è anche vero che se gli stipendi non si adeguano all’inflazione la perdita c’è ed è netta.

La galleria degli orrori potrebbe continuare. Citiamo solo il tasso di risparmio, che misura la quantità di reddito che le famiglie riescono a “mettere da parte”. Era oltre il 15% a metà degli anni 90, si trovava a quota 2,5% prima della pandemia. Con buona pace di chi “fuori dall’euro perderemmo tutti i nostri risparmi”. Sta già avvenendo. In costanza di moneta unica.

Filippo Burla

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