Terza e ultima parte del nostro approfondimento sulle origini storiche del 25 aprile, ricorrenza che non potrà mai essere considerata al pari di una festa nazionale. Qui la prima e qui la seconda parte.

Roma, 25 apr – Veniamo, ora, al dato numerico, cioè all’effettiva consistenza delle brigate partigiane. Innanzitutto, bisogna tenere ben presente che, rispetto all’intera popolazione italiana dell’epoca (circa 44 milioni), fascisti e “resistenti” costituirono un’esigua minoranza, perché la maggioranza della popolazione assunse nei confronti del conflitto, per paura o opportunismo, una posizione “attendista”, senza fare una scelta netta a favore di una parte o dell’altra. Tra il 1943-1945, le brigate partigiane arrivarono a comprendere, pressappoco, 120-150mila combattenti ma, secondo alcuni, non più di 80mila (G. Bocca, Storia dell’Italia partigiana, Bari 1966). Bisogna, inoltre, ricordare che gli effettivi complessivi delle brigate andarono ingrossandosi, progressivamente, nel corso del confitto, fino all’aprile del 1945, quando arrivarono a contare circa 300mila individui. Tuttavia, finita la guerra, con un bilancio di non più di 30mila caduti (non è affidabile la cifra ufficiale di 70mila), furono non più di 137.344 (su circa 650mila domande presentate) quei guerriglieri che ottennero il riconoscimento dello status di “partigiano” – nelle sue varie declinazioni e con annessi benefici economici – dalle commissioni statali istituite per esaminare le relative domande (G. Pisanò, Storia della guerra civile cit., vol. III). L’analisi di questi dati dimostra come la minoranza “resistente” non possa, non solo per motivazioni “etico-politiche”, ma anche per fattori puramente numerici, assurgere a “rappresentanza esclusiva” dell’intero corpo nazionale italiano, tra il 1943-1945. Anzi, questo ruolo potrebbe essere rivendicato – e a maggior ragione – proprio dai fascisti, come si vedrà fra poco.

Sangue di Enea Ritter

La bufala delle “4 giornate di Napoli”

Queste cifre così esigue, sul fronte partigiano, dimostrano anche perché molti degli eventi “resistenziali” celebrati dalla vulgata storiografica ufficiale abbiano subìto, col tempo, uno straordinario rigonfiamento numerico e un’enfatizzazione monumentale, come è avvenuto alle celebri “4 giornate di Napoli”, generalmente collocate tra il 27 e il 30 settembre del 1943, anche se non mancano testimonianze bibliografiche – e persino epigrafiche – che collocherebbero l’evento tra il 28 ed il 1° di ottobre (dunque, è incerta persino l’esatta datazione). In quell’occasione – come in tante altre – non l’intera popolazione cittadina di circa un milione di abitanti, ma solo 500 persone – in gran parte “scugnizzi” – in alcuni rioni della città come il Vomero, insorsero contro circa 300 tedeschi – e altrettanti fascisti – non per motivazioni politico-ideologiche, ma per la fame, le terribili condizioni di vita causate da tre anni di guerra (circa 4mila morti per i bombardamenti) e per reazione alle requisizioni di viveri e uomini effettuate dai tedeschi, com’è dimostrato dal fatto che l’evento che fece da “innesco” alla rivolta – nel pomeriggio del 27 settembre 1943 – fu la confisca, da parte dell’esercito germanico, di una parte della merce e, poi, dell’incasso, della catena di supermercati “La Rinascente”. Tra l’altro, le forze germaniche – come bene sottolineò Enzo Erra (+2011), testimone diretto di quegli eventi (E. Erra, Le quattro giornate che non ci furono, Milano 1993) – avevano già evacuato gran parte dei mezzi blindati e degli uomini (l’evacuazione era iniziata proprio il 27 settembre) ed erano dunque in fase di smobilitazione, a causa dell’avanzata verso Napoli della V Armata americana, che era sbarcata nel golfo di Salerno il 9-10 settembre, in attuazione dell’operazione Avalanche, e che poi fece il suo ingresso in città il 1° ottobre. Si trattò, dunque, di azioni di “guerriglia urbana” non coordinate fra loro, verificatesi in quartieri diversi e che coinvolsero solo poche centinaia di individui.

Ovviamente, anche in questo caso, a guerra finita, le domande presentate alla commissione governativa, competente ad attribuire la qualifica di “partigiano” agli insorti, furono migliaia e, quindi, prese corpo l’idea – poi diventata “verità storica” – che la città di Napoli, nella sua interezza, fosse insorta contro il tedesco invasore. La stessa cifra di 500 morti attribuita alla fine della guerra agli insorti napoletani – i tedeschi e i fascisti ne ebbero, rispettivamente, 30 e 20 circa, cui sono da aggiungere circa 90 civili non combattenti – andrebbe rivista al ribasso perché, se fosse vera, corrisponderebbe al numero complessivo degli insorti stessi, nessuno dei quali sarebbe sopravvissuto. Inoltre, occorre anche chiarire che, al di là dei riconoscimenti formali e delle decorazioni distribuite dopo il conflitto – più di 2mila furono gli attestati di “partigiano” rilasciati – i napoletani che parteciparono a quelle “giornate” non furono mai stricto sensu dei “partigiani”, perché non militarono in alcuna brigata politicamente connotata, né insorsero contro i tedeschi per ragioni politiche e secondo una chiara strategia militare, ma per l’esasperazione determinata dalle terribili condizioni di vita causate dalla guerra e acuite dal comportamento “dispotico” degli occupanti (G. Pisanò, Storia della guerra civile cit., vol. II).

Salvo d’Acquisto “accaparrato” dai partigiani

Al di là di ogni mitologizzazione va anche interpretato il sacrificio coraggioso del vice-brigadiere napoletano Salvo d’Acquisto – medaglia d’oro al Valor Militare – avvenuto il 23 settembre del 1943, e impropriamente inscritto nei “fasti” della Resistenza. Infatti, il carabiniere – in servizio presso la stazione di Torre in Pietra, vicino Roma – non fu mai, tecnicamente, un “partigiano”, ma pagò con la vita l’essersi offerto ai tedeschi come “capro espiatorio”, al posto di 22 italiani che stavano per essere fucilati in seguito ad un attentato gappista, in cui erano rimasti feriti ed uccisi alcuni militi germanici.

Più fascisti che partigiani

Ma andiamo avanti e torniamo alle cifre dei fascisti coinvolti nella “guerra civile”. Non considerando i milioni d’italiani che, durante il Ventennio (1922-1943), erano stati iscritti al Pnf, alle organizzazioni fasciste collegate e che avevano preso parte alle “adunate oceaniche”, e tralasciando anche i 50mila soldati del Regio Esercito dispersi su ogni fronte di guerra e che, al momento dell’annuncio dell’armistizio, scelsero di continuare a combattere al fianco dell’alleato germanico – e di cui si evita prudentemente di parlare – i “sostenitori palesi” della Rsi – costituita a fine settembre del 1943 – arrivarono ben presto ad essere più di 1 milione così distribuiti: circa 900mila mila iscritti al Pfr (Partito fascista repubblicano) di cui circa 40mila arruolati nelle Brigate Nere, costituite nell’estate del 1944 sotto il comando del segretario del Pfr, Alessandro Pavolini (+1945), quando fu deciso di militarizzare il partito in funzione anti-partigiana (G. Pisanò, Gli ultimi in grigioverde. Storia delle forze armate della Repubblica Sociale Italiana (1943-1945), 4 voll., Milano 1967, vol. I).

A questi numeri sono da aggiungere le circa 6mila Ausiliarie e i circa 850mila uomini variamente ripartiti tra le Forze Militari Repubblicane di cielo, terra e mare. Questi ultimi furono molti di più anche dei 50mila effettivi che componevano il Corpo Italiano di Liberazione, cioè l’esercito del Regno del Sud che, sotto l’egida degli Alleati, combatteva, risalendo la penisola, contro tedeschi e fascisti (P. P. Battistelli-A. Molinari, Le Forze armate della RSI, Brugherio 2007). Certo, molti degli uomini dell’Esercito Repubblicano vi militarono perché richiamati alle armi dai “bandi” di arruolamento del ministro della difesa della Rsi Rodolfo Graziani (+1955) e, quindi, per evitare la fucilazione, molti vi affluirono come “volontari”, per evitare la detenzione nei campi di prigionia in Germania – dove stazionavano circa 600mila componenti del Regio Esercito, deportati all’indomani dell’armistizio – ma molti altri – circa 300mila e senz’altro di più dei militanti “resistenti” –  vi accorsero da “volontari”, guidati da motivazioni ideologico-politiche o per spirito patriottico. Uno spirito patriottico che va attentamente considerato, se si pensa che era ormai chiaro da che parte pendesse la “bilancia della Storia” e quale sorte attendesse chi si stava schierando con i “perdenti” e che, molto probabilmente, spronò all’arruolamento anche i militi della Guardia Nazionale Repubblicana – che, nel 1943, aveva preso il posto della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, cioè della “milizia di partito” istituita nel 1923 – che ammontavano a circa 150mila effettivi molti dei quali, a guerra finita, pagarono caro il prezzo delle loro scelte (G. Pisanò, La generazione che non si è arresa, Milano 1964).

Queste cifre, senz’altro notevoli, acquistano anche un rilievo maggiore se le si “spalma” sulla popolazione complessiva abitante il territorio della Rsi che non corrispondeva affatto al territorio metropolitano del Regno d’Italia precedente l’anno 1943. Infatti, il territorio della Repubblica – con la corrispondente la popolazione – fino al giugno del 1944 – cioè fino all’occupazione alleata di Roma – si spingeva dal Nord Italia fino al Lazio ma, già nel settembre del 1943, risultava decurtato oltre che del Mezzogiorno – sotto controllo alleato – del Trentino-Alto Adige e del Friuli che, assieme alle province di Lubiana, Pola e Fiume, erano stati annessi al III Reich e formalmente sottratti al controllo del governo italiano, andando a costituire le regioni “speciali” dell’Alpenvorland e dell’Adriatisches Küstenland, sotto diretto controllo germanico. Pertanto, stando così le cose, il numero complessivo dei sostenitori e dei militari al servizio della Repubblica Sociale, assume una rilevanza ancora maggiore (A. Saccoman, La Campagna cit.).

Una sconfitta spacciata per vittoria

Avvicinandoci alle conclusioni, ci sono altri interessanti aspetti su cui è opportuno riflettere: l’attuale celebrazione del 25 aprile, come giorno della “riconquistata libertà”, infatti, sembra ignorare del tutto che, in quel giorno del 1945, la posizione dell’Italia, sul piano internazionale, non era propriamente identica a quella della Norvegia o della Francia – paesi occupati dai tedeschi e, poi, “liberati” – perché l’Italia, nel 1940, aveva iniziato la guerra al fianco della Germania e, alla fine, la concludeva sul versante opposto, non come potenza “alleata” delle “Nazioni Unite”, ma “cobelligerante” (dal 13 ottobre 1943). Ciò vuol dire che, nonostante l’ambiguità della formula giuridica della “cobelligeranza”, nell’aprile del 1945 l’Italia era una potenza militarmente e politicamente sconfitta. Una sconfitta, con connessa “liberazione” dalla dittatura, che, in verità, è da attribuirsi alle armate angloamericane più che alle brigate partigiane, il cui ruolo fu del tutto marginale, nel vero e proprio scontro militare, tra eserciti contrapposti, ma fondamentale nelle “retrovie”, dove gli assassinii politici e i sabotaggi, spesso inutili, furono la causa principale di tanti lutti e stragi (G. Pisanò, Storia della guerra civile cit., vol. III).

Condivisibile o meno che sia, sul piano storico-politico, la partecipazione dell’Italia alla guerra al fianco della Germania o la costituzione della Rsi come “diaframma” istituzionale tra tedeschi e popolazione civile – utile per consentire, nel Nord del Paese, la continuità di alcune funzioni pubbliche essenziali (polizia, scuola), che difficilmente avrebbero potuto essere esplicate sotto un regime di pura occupazione militare germanica – la reiterata ed acritica celebrazione del 25 aprile si presta ad una tacita e masochistica “apologia” della sconfitta, quasi si trattasse di un auto-sacrificio nazionale di tipo espiatorio. E il peccato da espiare, in tal caso, sarebbe il consenso prestato da milioni di italiani – certamente non tutti imbecilli o torturatori – al regime fascista e alle sue politiche. Ma non solo: un’acritica celebrazione del 25 aprile si presterebbe, implicitamente, ad un’apologia tacita o ad una passiva accettazione espiatrice di ciò che seguì a quella data dal punto di vista storico-politico e, cioè, l’occupazione militare alleata – protrattasi fino al 1947 – la perdita dell’impero coloniale africano, la “quasi-perdita” di Trieste – ritornata all’Italia solo nel 1954 – la rinuncia all’Istria, a Zara, alle isole dalmate – annesse alla Jugoslavia – al Dodecaneso – annesso alla Grecia – la tragedia delle Foibe e dell’esodo istriano, la perdita della piena sovranità politica e militare del paese che, tra l’altro, persiste ancora oggi (G. Crainz, Storia cit.).

Invasori trasformati in “liberatori”

A coronamento di tutto ciò, infine, ci sarebbe da aggiungere anche l’entusiastica esaltazione degli Alleati, da acclamare quali novelli “sacerdoti”, sacrificatori della vittima designata – l’Italia – attraverso il ricorso alle “marocchinate” – di cui furono vittima circa 30mila persone – e i massacri causati dai bombardamenti terroristici che causarono più di 40mila vittime, tra civili e militari, tra cui i 184 bambini che, nell’ottobre del 1944, si trovavano nella scuola “F. Crispi” di Gorla, quartiere di Milano (A. Saccoman, La Campagna cit.). Bombardamenti che – come è noto – miravano a mettere in ginocchio il popolo italiano, sobillandolo contro il regime fascista, senza sortire alcun esito. Infatti, la ribellione contro il regime – è bene ricordarlo – ed escludendo gli scioperi del marzo del 1943 – dettati da motivazioni economico-sociali e non politiche – non ci fu mai e, se il regime cadde, ciò avvenne per i 19 voti di sfiducia espressi contro il duce del fascismo, nel corso della fatidica seduta del Gran Consiglio del 24-25 luglio 1943. Cosa alquanto peregrina in un sistema autoritario!

Ma non finisce qui, perché l’acritica celebrazione del 25 presterebbe il fianco anche alla tacita “apologia” di altri tragici eventi che, dal punto di vista storico, non possono non essere ricollegati a quella data e agli equilibri politici, economici e storici che da essa scaturirono, e le cui conseguenze si fecero poi sentire a lungo, nel corso della storia repubblicana. Si pensi alla Mafia che, in virtù di una decisione consapevole degli Alleati, fu “riportata al potere” in Sicilia dopo vent’anni di quasi totale annichilimento, grazie all’azione di repressione poliziesca del regime fascista, attuata soprattutto durante la prefettura palermitana (1925-1929) di Cesare Mori (+1942) (S. Lupo, Storia della mafia. Dalle origini ai nostri giorni, Roma 2004). E si pensi anche alle tristi vicende connesse al Mis – Movimento indipendentista siciliano – il cui sviluppo fu la diretta conseguenza delle scelte operate, durante la guerra, dagli Alleati, e che obbligò i primi governi repubblicani ad adottare, in Sicilia, metodi di repressione durissima, nonostante il conflitto si fosse appena concluso.

Il 25 aprile non è la festa degli italiani

A tutto questo elenco di implicite “apologie” cui presterebbe il fianco un festeggiamento acritico del “giorno della Liberazione”, ci sarebbe da aggiungere anche quella delle stragi che i “resistenti” operarono, a guerra finita, ai danni di fascisti veri o presunti e che, nel loro complesso, causarono circa 20mila vittime, di cui solo 2mila in Emilia e su un totale di oltre 100mila fascisti caduti, tra il 1943 e il 1945, per ragioni connesse alla guerra e non solo alle azioni partigiane (G. Pisanò – P. Pisanò, Il triangolo della morte. La politica della strage in Emilia durante e dopo la guerra civile, Milano 1992). Anche se questa cifra dovesse essere modificata al ribasso, resterebbe pur sempre la perplessità, sul piano politico e civile, di continuare a festeggiare una data che – al di là di eroismi individuali – continua a “grondare sangue” e che, non a caso, non trova equivalenti in paesi come la Germania e il Giappone – potenze coinvolte, come l’Italia, nella sconfitta militare – che non hanno mai pensato di istituzionalizzare il ricordo della loro capitolazione militare, cioè l’8 maggio e il 2 settembre del 1945.

Ma la maggiore perplessità che la celebrazione annuale della “Liberazione” suscita sta nel fatto che, nonostante il tempo avanzi e, quindi, la distanza temporale da quagli eventi drammatici aumenti sempre di più, il sentimento d’odio di una parte verso l’altra – nel passato anche giustificabile – invece di diminuire si accresca e, con esso, aumenti la violenza politica, come è dimostrato dai tafferugli di cui, nell’aprile di ogni anno, i mass media riportano il consueto “bollettino di guerra”. Ciò a riprova del fatto che il 25 aprile è, veramente, la festa di una “parte” del paese contro l’altra e, quindi, non la festa di tutti, ma della sola “parte” che ha vinto.

La falsa polemica sul “revisionismo”

Un’ultima riflessione, infine, va fatta sul cosiddetto “revisionismo storiografico” – spesso tirato in ballo dai “custodi” della “Verità” rivelata – e che, impropriamente, viene associato ad un non ben chiaro “negazionismo” (ma di cosa?), quando l’indagine storica sfiora “materie” politicamente incandescenti. Allora, bisogna innanzitutto chiarire che lo storiografo – lo “scienziato” che si occupa della “Storia” – è, per definizione e dovere professionale, un “revisionista”, sempre pronto a mutare le interpretazioni dei fatti del passato quando nuove “fonti” – cioè nuovi elementi di prova, nuove “testimonianze” – affiorino nel presente e consentano di rivedere le vecchie teorie. Tra l’altro, gli eventi del passato, proprio perché non sono più, rivivono solo attraverso le fonti e alla luce della contemporaneità, e proprio in ciò sta la “problematicità” della scienza storiografica, nella continua definizione e rimodulazione delle ricostruzioni e delle interpretazioni degli eventi passati, soprattutto quando molto tempo è trascorso dal loro accadimento e ad essi si può guardare sine ira et studio.

Occorre ribadire, inoltre, che nessuna istituzione – anche politica e per quanto autorevole – può affermare che “non è possibile rivedere l’interpretazione del Passato”, a meno che, con atto d’imperio, non decreti che tale interpretazione è proibita, come d’altronde è avvenuto in molti paesi europei, ma solo relativamente ad alcuni fatti (il che dovrebbe indurre a riflettere). Se ciò dovesse avvenire anche in Italia, ognuno trarrà le debite conseguenze e si comporterà come crede, assumendosi le proprie responsabilità, anche giuridiche. È però ovvio che, ragionando in tal modo, nulla impedirebbe al potere politico di affermare che il sistema cosmologico geocentrico è, ancora oggi, quello giusto, azzerando secoli di studi e scoperte fisiche ed astronomiche, condannando nuovamente Galileo Galilei (+1642). Da tempo, la storiografia ha sottoposto a “revisione” fatti del passato come l’impero macedone, l’impero romano e il principato di Cesare Augusto (+14 d.C.), che costituiscono, senza dubbio, tappe fondamentali della Storia non solo dell’Europa, ma dell’intero genere umano, quindi non si riesce a capire come si possa “proibire” la “revisione” storiografica – se sorretta da prove ed acute argomentazioni – di eventi storici che, per quanto importanti, sono, rispetto a quelli citati, di rilevanza senz’altro minore o, comunque, molto più circoscritta.

Vae victis

A conclusione di queste brevi riflessioni valgano come monito le parole che il grande storiografo Tucidide (+ 404 a.C. circa) mise in bocca agli Ateniesi (noti “campioni” di democrazia) ne La Guerra del Peloponneso e che, al di là di tanti altisonanti discorsi, riassumono bene la vera e tragica realtà della condizione umana, sia in tempo di guerra che di pace: «I concetti della giustizia affiorano e assumono corpo, nel linguaggio degli uomini, quando la bilancia sta sospesa in equilibrio tra due forze pari. Se no, a seconda, i più potenti agiscono, i deboli si flettono».

Tommaso Indelli

8 Commenti

  1. LUCIDE E EGREGIAMENTE SINTETIZZATE LE CONSIDERAZIONI E RIFLESSIONI DI TOMMASO INDELLI CHE FIRMA IL LUNGO ARTICOLO SUL “25 aprile,” CELEBRATO DA SETTORI DI POPOLO IDEOLOGIZZATI E NON ESTENSIBILE ALL’INTERO TESSUTO SOCIALE ITALICO.

    LA STORIOGRAFIA” ILLUMINATA” DEL FUTURO, SCEVRA DA VELENI E MISTIFICAZIONI,QUANDO I RESIDUI PROTAGONISTI DI QUELLE TERRIBILI VICENDE SI SARANNO DEL TUTTO ESTINTI( E POCO TEMPO MANCA A QUEL TRAGUARDO) CON RAGGIUNTO RISPETTO PER LA AUTENTICA VERITA’ DEI FATTI , DOVRA’ INDAGARE E TRAMANDARE NEI TESTI LO STRANO FENOMENO CHE VEDE GLI “ANTIFASCISTI” ITALICI NEL XXI SECOLO, A DISTANZA DI 75 ANNI DALLA FINE DEL II CONFLITTO MONDIALE, INSISTERE MORBOSAMENTE SUL RIPROPORRE QUEL PERIODO STORICO, SULLA INNATURALE OSSESSIONE PER IL DUCE DI QUEL FENOMENO POLITICO IMPONENTE E IRRIPETIBILE, SUGLI AVVENIMENTI RIPROPOSTI CONTINUAMENTE CON FEBBRILE E PATOLOGICO ACCANIMENTO QUASI A RIMARCARE UNA EVIDENZA INDISCUTIBILE:
    LORO SONO GLI UNICI AUTENTICI NOSTALGICI DEL VENTENNIO, SENZA IL QUALE NON HANNO’ CARTUCCE DIVULGATIVE ALTERNATIVE SU CUI POTER CONTARE.

    TORNA ALLA MEMORIA LA FRASE CHE FU PRONUNCIATA DAL GRANDE GIORNALISTA , STORICO E SAGGISTA , POI SENATORE MISSINO, GIORGIO PISANO’ ( CHE PER PRIMO SVELO’ DOPO UNA SCIENTIFICA RICERCA SU TUTTO IL TERRITORIO NAZIONALE GLI ORRORI E MISFATTI COMPIUTI DAI PARTIGIANI CONTRO UOMINI E DONNE INNOCENTI, FANCIULLI E RAGAZZE GIOVANISSIME, RELIGIOSI, AMMINISTRATORI ETC, ETC ALL’INFINITO) DISSE PISANO’:

    “DOPO L’ORRENDA MOSTRA DI PIAZZALE LORETO L’ITALIA ESCE DEFINITIVAMENTE DALLA STORIA ED ENTRA NELLA CRONACA”

    QUANTO VALIDE LE PAROLE DI QUESTO ESIMIO INTELLETTUALE.

    L’ITALIA DAL 1945 AD OGGI HA VISTO ABBINARE VERGOGNOSAMENTE L’AZIONE POLITICA PUBBLICA AMMINISTRATIVA E SOCIALE ALL’AZIONE GIUDIZIARIA REPRESSIVA DELLA MEDESIMA.

    ANCHE CON IL VIRUS CHE IMPAZZA E’ L’ITALIA UNICO PAESE CHE REGISTRA INDAGINI GIUDIZIARIE PER REATI ED INADEMPIENZE-

    NULLA DI AUTENTICAMENTE STORICO E’ ACCADUTO DA QUEL FINALE ORRIBILE MILANESE DI PIAZZALE LORETO .

    BISOGNEREBBE RICORDARE AI FESTAIOLI DEL” 25 aprile” CHE LA RIPRISTINATA AZIONE GIUDIZIARIA DI QUESTA REPUBBLICA , DOPO LE ORGE DI SANGUE PROTRATTESI FINO AL 1949 E OLTRE, VIDE IMPUTATI NEI TANTISSIMI PROCESSI INDETTI, MOLTISSIMI PARTIGIANI ACCUSATI DI DELITTI BARBARI E STRAGI ORRIPILANTI.
    MOLTI DI QUESTI PROCESSI FECERO ACQUA PER L’AZIONE COMPLICE E RICATTATORIA DEL P.C.I. E PER LA VILTA’ DI CHI SI ACCINGEVA A SGOVERNARE LO STIVALE.

    INTANTO I PRIMI PROTAGONISTI DI QUELLA CRONACA GIUDIZIARIA FURONO PROPRIO “gli eroi della liberazione” E AI GIOVANI ITALIANI DEL FUTURO, AL DILA’ DELLA RETORICA PEZZENTE ANCORA OGGI RINNOVATA IN QUESTA DATA, BISOGNERA’ DARE DELLE RISPOSTE CONCRETE.

  2. Vorrei precisare che quella che allora si chiamava Venezia Tridentina e la Venezia Giulia, non sono state annesse al Reich (Mussolini non li avrebbe mai permesso), ma solo poste sotto amministrazione militare tedesca. Tanto e’ vero che in Venezia Giulia (nella Tridentina non so) c’erano prefetti della RSI e c’erano sezioni del PFR. E, non dimentichiamo, I\in Istria ha operato la X Mas.

    • Gentile signore, purtroppo, le due Venezie furono effettivamente annesse al Reich, nonostante le formali proteste di Mussolini e del governo della RSI, anche se si trattò di una annessione de facto e non de iure, avvenuta all’indomani dell’8 settembre. Mussolini non ebbe alcuna colpa perché, all’indomani della riunione del primo consiglio dei ministri della RSI, il 28 settembre 1943, a Rocca delle Caminate, il nuovo assetto della regione era stato già predeterminato dai Tedeschi. Pensi che, a partire, da quel momento, i cittadini della RSI dovettero esibire il passaporto per entrare nelle due regioni in cui fu imposta la leva obbligatoria – e il servizio di lavoro – a favore dell’esercito germanico anche se, su insistenza di Mussolini, alla RSI fu lasciata la possibilità di arruolare volontari nelle proprie formazioni, ma in una percentuale limitata. Molti arruolamenti avvennero nella Decima MAS, soprattutto nella zona friulana! La RSI riuscì a fare in modo che le istituzioni precedenti l’annessione de facto al Reich, cioè prefetti e podestà italiani, fossero lasciati, per quanto possibile, al loro posto, anche se la loro designazione fu sottratta al governo repubblicano e demandata ai due alti commissari tedeschi – Franz Hofer e Friedrich Rainer – insediati, rispettivamente, a Bolzano e a Trieste. La vita del PFR nelle due province, inoltre, fu sempre molto limitata (e sorvegliata!) perché, nella Venezia Giulia, così come in quella Tridentina, il comportamento degli alleati germanici fu un po’ ambiguo, perché essi, pur formalmente schierati contro i Titini, tentavano di accreditarsi presso la minoranza slava e tedesca come “liberatori” e “tutori” delle loro giuste istanze contro gli Italiani. Insomma, i soliti giochetti politici, difficilmente compatibili con gli interessi italiani e, soprattutto, con la “cultura risorgimentale” – e, quindi, in buona parte, antitedesca – degli aderenti al PFR.

    • Sig. Tommaso Indelli,
      complimenti per l’analisi storica del periodo che mostra la Sua grande preparazione.Mi ha fatto conoscere anche i lavori di Pisano’ che cerchero’ di reperire.Ho molto apprezzato anche il Suo commento finale sulla ” vera e tragica realtà della condizione umana”

      • Grazie infinite Signor Cesare, mi fa molto piacere. Mi viene in mente, inoltre, un altro aspetto della giurisprudenza elaborata dai tribunali militari alleati ed italiani – che, alla fine della guerra, si trovarono a giudicare militari o funzionari della RSI – che è poco noto e che non ho trattato nel testo, ma utile da approfondire. Le sentenze di tali tribunali giudicarono lo stato e il governo della RSI “governo legittimo di fatto”, cioè riconobbero allo stato repubblicano di Mussolini una legittimità giuridica de facto, alla luce del diritto internazionale, cioè una legittimità implicita nel fatto che tale stato governava e amministrava una porzione del territorio italiano e della relativa popolazione, a prescindere da qualsiasi formale riconoscimento da parte delle comunità internazionale (cioè delle Nazioni Unite antifasciste). Pertanto, se tali tribunali riconobbero come legittimi, de iure, cioè alla luce del diritto internazionale e costituzionale interno, solo il Regno del Sud e i suoi governi Badoglio, Bonomi, Parri e De Gasperi – alleati degli Angloamericani – non lesinarono il riconoscimento di una legittimità giuridica alla RSI – legittimità implicita nel suo stesso esistere – e, di conseguenza, alla sua azione di governo e alla sua attività legislativa e militare. Questo vuol significare che la definizione di “stato fantoccio” dei Tedeschi – attribuita alla RSI dalla vulgata storiografica tradizionale – va senz’altro rivista. Certo, date le contingenze, la RSI ebbe, per così dire, una sovranità limitata dalla presenza militare germanica in Italia, ma eguale limitatezza ebbero i governi del Regno del sud, soggetti al controllo dell’AMGOT – Governo Militare Alleato dei Territori Occupati – al fine di verificare se l’azione politica, amministrativa e legislativa di tali governi fosse compatibile con gli interessi alleati e con le clausole dell’armistizio. Pertanto, se la definizione di “stato fantoccio”, attribuita alla RSI, fosse vera – ma non lo è – essa sarebbe automaticamente estensibile anche al Regno del Sud e ai suoi governi che, tra l’altro, governavano anch’essi su un territorio occupato da truppe straniere (gli Angloamericani, e fino al 1947, cioè all’entrata in vigore del trattato di pace), e i cui atti pubblici erano soggetti al placet della commissione di controllo alleata al fine di avere effettività. Ricordo inoltre, che, oggi, è il giorno dell’assassinio di Benito Mussolini. Al di là di come si siano svolti effettivamente i fatti – due, tre, quattro fucilazioni, ad opera dei partigiani o degli Inglesi – sta di fatto che, quest’atto, fu l’ennesima illegittimità di cui si macchiò la Resistenza italiana, perché, al di là dell’assenza di un processo e della successiva macabra esposizione di Piazzale Loreto, l’armistizio lungo, firmato tra governo Badoglio e Alleati – il 29 settembre del 1943 – obbligava il suddetto governo alla consegna del Duce agli Alleati. Intelligenti pauca…

  3. Sig. Indelli,
    grazie per queste altre informazioni sempre interessanti che dimostrano ancora come la storia viene alterata dai vincitori

  4. Queste informazioni che lei da sono fuorvianti. Il 25 aprile è la festa della liberazione dal nazi-fascismo, dalla violenza del pensiero unico, dalla dittatura. E’ una data simbolica. La guerra purtroppo è tragica, dove c’è tutto e il contrario di tutto da entrambe le parti, è violenza pura, schifo che speriamo di non vivere mai.

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