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New York, 6 nov – Playgirl è un magazine nato negli anni settanta con la volontà di dare una risposta “femminista” a Playboy. All’epoca, le donne erano eterosessuali e non “fluide” per definizione, dunque nei paginoni centrali spiccavano uomini in costume o nudi come mamma li aveva fatti, ma sempre begli uomini (tant’è vero che era uno dei giornali più comprati dai gay). Adesso  è stato rilanciato, nientemeno che in forma cartacea, ma invece di addominali scolpiti o fisici da nuotatori, noi donne potremmo goderci ciccia, peli, insomma tutto quello che possiamo trovare anche a casa. Tutto in nome della body positivity.

Parrot: “Playgirl è piena di valori femministi”

Le protagoniste del rilancio di Playgirl sono infatti un gruppo di femministe ma molto diverse da quelle degli anni settanta, una delle quali risponde al nome di Skye Parrott: “Il mondo in cui viviamo tutti è stato creato da uomini, quindi è incentrato sui valori maschili. Volevo creare una rivista che potesse offrire un punto di vista alternativo: il femminile”, dice la Parrott all’Observer “chi crea immagini è importante e la politica di genere è importante nel mio lavoro. Ho pensato profondamente a cosa potrebbe essere una pubblicazione femminista, cosa potrebbe ottenere, quali storie dovrebbe raccontare e come vengono raccontate. Spero che ora sia un’idea femminile di cosa possa essere una pubblicazione femminista, cosa siano i valori femministi e come una rivista possa elevarli”.

Saggi sul patriarcato e una incinta (sbadiglio) 

Dunque, via i bellocci dalle pagine perché sennò somigliano troppo alle playmate, e in copertina ci va una donna incinta. Roba vista e rivista e stravista, l’unica differenza è che ora la donna incinta non è né Britney Spears né Demi Moore, ma l’attrice cocca degli hipster, Chloë Sevigny. In questo, la rivista non si differenzia molto da una qualsiasi edizione di Vanity Fair che, avanguardia pura, ha deciso addirittura di mettere un trans in copertina .La rivista include uno scritto dell’autore afroamericano Carvell Wallace, che scrive sulla lenta caduta del patriarcato e su come le donne e gli uomini ne usciranno arricchiti; un saggio sul sollievo dalla resa (in senso spirituale); attiviste Black Lives Matter; modelle che sfidano ideali di bellezza obsoleti e una testimonianza della designer di gioielli Pamela Love sull’esaurimento e le sfide per la salute mentale nel far combaciare “l’esterno con l’interno”.

E gli  uomini nudi sono, ovviamente, cessi

E poi, ovviamente, c’è la nudità: l’idea, dice la Parrott, era di affrontarla dal punto di vista della vulnerabilità. Il paginone centrale, a cura di Harley Weir, rappresenta un uomo nero, sovrappeso, seduto, senza lo straccio di un muscolo. Il ritratto si affianca a una doppia pagina in cui sono fotografati due peni eretti che puntano l’uno verso l’altro. Insomma, niente da fare ragazze. Playgirl è tornato, ma è la risposta femminista a una domanda che Playboy non ha mai posto. Per la stessa Parrot, per l’uomo la nudità è avvincente mentre per la donna significa vulnerabilità: migliaia di sculture greco-romane le direbbero che sta dicendo una cazzata, ma non possono parlare. Viene il sospetto che le femministe, anche esteticamente, si stiano rivolgendo al maschio beta perché spaventate o deluse dal maschio alpha. Qualcuno dovrebbe ribaltare il discorso e fargli presente che se vi ha deluse quello alpha, difficilmente farà di meglio uno beta. Ma i gusti sono gusti – per fortuna ci sono ancora Dolce e Gabbana a arredare le città con qualche modello piacente …

Ilaria Paoletti

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