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20140802_75782_bronzi1Reggio Calabria, 3 ago – Nello scorso febbraio, il fotografo Gerald Bruneau in un blitz al Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria, ha addobbato i Bronzi di Riace con un velo da sposa, un tanga leopardato e un boa pitonato. Il video dell’azione è stato pubblicato ieri dal sito Dagospia. Sempre secondo Dagospia, scopo dell’azione era di trasformare le statue in “emblemi di cultura queer e gay”.

Raffinato chi apprezza il senso del gesto, chi si sdegna è un rude incompetente.

Di quest’azione, certamente dinamica di fronte alla mollezza dell’arte moderna, si parlerà molto nei bar di New York, tra vini costosi e improbabili citazioni di poeti greci. Ma dei bronzi non parlerà nessuno. Perché questo è lo stato attuale dell’arte: l’artista prima di tutto, poi la metafisica dell’opera. Troppo lontani sono i costruttori medievali di cattedrali o il premio Nobel Yeats, quando affermava: “Volevo creare di nuovo un’arte in cui la mano dell’artista rimanesse nascosta”.

Truccare una statua greca come Moira Orfei, significa che quella statua non comunica nulla, è un semplice supporto. Chi se ne frega della dinamica delle statue, del chiasmo che si forma tra parte destra e parte sinistra del corpo, chi se ne frega della sensazione di potenza che trasmettono, dei nervi tesi, dei muscoli esplosivi. D’altronde per essere ammaliati da una figura retorica, occorre avere il bello dentro. Chi se ne frega se il bronzo A è nervoso, mentre il bronzo B è placido, a comunicare  l’integrazione di apollineo e dionisiaco. Chi se ne frega del bello.

Poi c’è la gestione insensata di un patrimonio artistico unico al mondo: da gennaio ad aprile di quest’anno, il Museo di Reggio Calabria ha totalizzato meno di 60 mila visitatori. La sovraintendente Simonetta Bonomi ha addirittura affermato: “Forse stupirò qualcuno, ma mi ritengo soddisfatta dei risultati. Abbiamo appena calcolato qui a Reggio Calabria i dati finali del semestre gennaio-giugno 2014 e, tra paganti e non paganti, siamo a quota 98.672. Nel 2010, quando i Bronzi erano ricoverati a palazzo Campanella durante i restauri, nello stesso semestre ci fermammo a 46.994 e nel 2009, ultimo periodo di apertura del museo prima della cantierizzazione, sempre in quel semestre chiudemmo a 63.305”.

Roberto Guiscardo

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