Nella storiografia italiana e, in genere, nella vulgata comune, il periodo longobardo (VI-VIII secolo) è stato prevalentemente considerato come una parentesi infausta della storia patria, un’esperienza negativa, da dimenticare, perché caratterizzata dal duro dominio di una stirpe straniera sul «popolo italiano», erede degli antichi Romani. Questo secolare dominio, sempre secondo la vulgata, fu infine rimosso per merito del papato, difensore dei valori romani e cristiani più genuinamente nazionali (C. Azzara, I Longobardi nella storia d’Italia, in Studi di storia medievale e di diplomatica ­­– Nuova Serie, n. 4). Quest’interpretazione degli eventi andò consolidandosi tra l’umanesimo (XV secolo) fino alla seconda metà del XX secolo, quando iniziò a essere «smontata», pezzo per pezzo, dagli studi pioneristici sulla civiltà longobarda del medievalista Gian Piero Bognetti, raccolti nei quattro volumi della monumentale L’Età longobarda.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di settembre 2022

Anacronismi risorgimentali

Bognetti sottolineò l’importanza della civiltà longobarda sotto il profilo culturale e artistico, soffermandosi sul contributo dato da questa stirpe germanica all’evoluzione linguistica dell’idioma patrio e persino all’onomastica e alla toponomastica nazionali. L’immagine storiograficamente negativa dei Longobardi – quali distruttori dell’unità della penisola, creata da Roma – raggiunse l’acme nel XIX secolo, durante il Risorgimento, a causa delle tesi sostenute dalla storiografia neoguelfa, filone di studi storici vicino al «cattolicesimo liberale» e di cui furono esponenti, tra i tanti, Vincenzo Gioberti, autore della famosa opera Del Primato morale e civile degli Italiani (1843), Gino Capponi, autore di Sulla Dominazione dei Longobardi in Italia (1844), e Alessandro Manzoni (†1873), autore della tragedia Adelchi (1823).

Come è noto, i cattolici liberali auspicavano l’unificazione politica d’Italia intorno alla figura del papa, la costituzione di una confederazione di Stati – presieduta dal pontefice – che, per quanto possibile, preservasse il potere temporale del papa e il governo delle antiche dinastie, senza eccessivi sconvolgimenti politici. Questa storiografia imputava ai Longobardi – e a ragione – la frammentazione territoriale della penisola che, al momento dell’invasione dei «barbari», nel VI secolo, avrebbe perso la sua unità politica e civile, riconquistata solo nel XIX secolo.

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Tuttavia, tale filone storiografico non considerava il contributo determinante dato dai Longobardi alla ricostruzione dell’unità nazionale irrimediabilmente perduta, soprattutto nell’VIII secolo sotto l’egida dei re Liutprando (712-744), Ratchis (744-749), Astolfo (749-756) e Desiderio (756-774). Questi sovrani non solo riorganizzarono in senso centralizzatore la burocrazia del loro regno – ormai quasi completamente romanizzato, dal punto di vista culturale e politico – ma avviarono anche una serie di campagne militari volte a unificare sotto un unico scettro l’intera penisola – dalle Alpi alla Sicilia – sottomettendo i duchi longobardi ribelli (soprattutto di Spoleto e Benevento) e cercando di inglobare nei loro domini l’Esarcato (Italia bizantina) e il Lazio che, ormai, era sotto il controllo dei papi (J. Jarnut, Storia dei Longobardi, Torino 2002).

La storiografia neoguelfa, attraverso l’impropria comparazione diacronica tra i Longobardi e i tedeschi o, meglio, gli austriaci – che, nel XIX secolo, dominavano la penisola – si rese responsabile di interpretazioni storiche a dir poco fuorvianti. Errando nell’interpretazione delle fonti letterarie come Paolo Diacono – cui fu dato eccessivo credito – i neoguelfi attribuirono ai Longobardi l’asservimento sociale, economico e giuridico dell’intero popolo italiano, cosa che è da escludere sia per una ragione numerica – gli italiani erano circa 10 milioni, rispetto ai circa 200mila  germani – sia perché i Longobardi – come i loro predecessori Ostrogoti – tentarono di conservare intatte, per quanto possibile, le strutture politiche, sociali ed economiche preesistenti alla conquista della penisola (T. Indelli, Confini e stranieri nell’Italia longobarda. La disciplina giuridica, VII-X secolo, Cerro al Volturno (IS) 2022).

I longobardi in Italia

Nel 773, papa Adriano I (772-795), invitando i Franchi di Carlo Magno (768-814) a venire in Italia per annientare il regno longobardo – che minacciava il potere temporale della Chiesa – pose bruscamente fine al processo di unificazione della penisola, cementato dalla fusione biologica e culturale tra conquistati e conquistatori. Inoltre – contrariamente a quanto sostenuto dalla storiografia neoguelfa – salvando il potere temporale della Chiesa, Adriano I creò le premesse per la continuazione, nei secoli, della condizione di disunità nazionale. Questa tesi – assieme ad una valutazione sostanzialmente positiva della permanenza dei Longobardi in Italia – fu coraggiosamente sostenuta da una…

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