Quello firmato da Roberto Giacomelli non è un testo come gli altri: è una bomba che travolge l’orizzonte psicotico e salottiero del progressismo nostrano. Un pamphlet che unisce ironia e disgusto, sagacia e medicina, politica e scienza, attualità e invettiva, con la straordinaria prefazione di Francesco Borgonovo: la più audace e coraggiosa radiografia di una casta intellettuale che sembra aver riconfigurato i parametri dell’esistente, reinventando i confini del «giusto» e armando la «polizia del pensiero».

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di dicembre 2021

Nel 1970, per la prima volta, il giornalista Tom Wolfe definì i «radical chic»: erano i ricchi borghesi che – per moda o per noia – sostenevano apertamente le posizioni del marxismo-leninismo. Precursori del soft power globalista, questi «rivoluzionari da salotto» hanno fatto scuola, anticipando di un trentennio le tendenze del nostro tempo e proponendo una sintesi micidiale tra i peggiori aspetti delle due dottrine che sembravano contendersi il pianeta: la fusione della repressione comunista con la volatilità del capitalismo apolide; l’annientamento del sacro con l’individualismo edonista; lo sradicamento di ogni manifestazione identitaria con il trionfo del dato economico, numerico e virtuale.

Radical chic: dal marxismo alle multinazionali

Animatori della «sinistra al caviale» che va volentierissimo a braccetto con il profitto, sono oggi la più influente lobby ideologica dell’Occidente: dominano i grandi media internazionali, le università, la magistratura e i gangli vitali dello Stato, orientano il linguaggio, emettono sentenze e stilano i pressanti speech codes del politicamente corretto.

Il loro credo, divenuto il verbo laico della mondializzazione cosmopolita, è fondato sulla favoletta liberal dei fantomatici «diritti individuali», abilmente affiancati alla chimera utopistica del «paradiso multiculturale». Il leitmotiv lo conosciamo bene: dalle follie no border alla sostituzione etnica alle rivendicazioni omosessualiste, passando per le teorie gender fluid, la destrutturazione della famiglia, il superamento dei popoli e l’imposizione della governance tecnocratica. Un processo di sovversione e damnatio memoriae che coinvolge le frange militanti della sinistra radicale e le grandi holding multinazionali, le presunte minoranze e i colossi della Silicon Valley.

Ma chi sono, realmente, i radical chic? Cosa si cela dietro i loro ridicoli pistolotti? Roberto Giacomelli ne traccia un profilo inedito: attingendo alla storia, all’analisi politica e alla psicologia, l’autore giunge a una conclusione impietosa. Diciamo le cose come stanno…

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1 commento

  1. Molti di loro sono “fuori di testa” già dai tempi del liceo e della Università. Proviamo a indovinare perché e perché lo psichiatra può fare ben poco con lo stesso “psico-strumento” di lavoro. Possono funzionare solo i sistemi alla San Patrignano vecchia maniera, oppure i kolkoz (per loro preferibili).
    Tra l’ altro qualcuno di loro, molto noto, la terapia della terra l’ ha saputa e potuta scegliere per conto suo grazie alle ultime possibilità di studio serio “gentiliano”, applicate almeno su R.Steiner. Senz’ altro meglio che il successivo nulla utopico.

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